Se non ci fosse la felicità, allora non si rischierebbe di perderla

E allora quel vuoto che ci accompagna ovunque, nei momenti di non felicità cos'è?
Cos'è quella fitta che sentiamo all'altezza dello sterno e che ci fa mancare il fiato anche se il dottore dice che siamo sani come un pesce?
E che sintomo sono le nostre labbra serrate in una linea retta incapaci di alzare gli angoli un pochino verso l'altro tanto da farle rassomigliare anche se alla lontana ad un sorriso?
Se la felicità fosse solo un sabato del villaggio in attesa della domenica che dovrà arrivare, allora ci troveremmo in uno stato quantomeno euforico.
Se vivessimo un perenne stato di attesa, un sabato prima della domenica appunto, allora l'ottimismo farebbe ancora parte di noi.
Eppure la felicità c'è.
Lo sanno i bambini che giocano in un parco. Avete visto i loro occhi?
Lo sa il mio gatto quando acciambellato accanto a me si lascia coccolare restituendomi calore e fusa.
Lo sanno le piante quando colorano giardini e campagne in primavera o nell'abbondanza dei loro frutti.

La felicità si perde eccome.

E la penso come Karen quando dice che si perde un po' qui, un po' lì. Si perde mentre la vivi. Magari arriva dopo tanto tempo, e l'abbiamo dovuta aspettare, sognare, desiderare e dimenticarcene anni prima. Chissà se non anche vite!

Arriva prorompente e ci travolge ovunque siamo. La felicità si riconosce, non passa inosservata. La sua durata però è molto personale. E sembra, che man mano che diventiamo grandi ci venga concessa in dosi sempre più piccoli. Perché un bambino quando è felice non si preoccupa che poi non lo sarà.

Un adolescente invece sta imparando (o disimparando?).

Un giovane adulto ormai lo sa, ma magari ancora vuole illudersi (o crederci?) che possa durare quantomeno un po' di più stavolta.

Un adulto entra nel disincanto e ha quasi paura di viversela. Perché con gli anni ha scoperto che maggiore è lo stato di felicità che raggiungiamo e maggiore è la sofferenza quando si perde. (Inizia a pensare alla caduta dal dirupo, dimenticandosi che le sue erano solo prove di volo).

Un anziano si perde nei ricordi di una vita vissuta e apre cassetti in cui ha riposto con cura tutti  i suoi attimi di felicità. Ci ha messo una vita per ritrovarli.

La felicità è uno stato temporaneo, quindi anche la non felicità. Se ripensiamo però al Tao e al suo equilibrio, viene da chiederci perché non hanno durate che si possano equiparare? Insomma, tanta gioia quanto tanto dolore. E invece no. Troppo facile. In questo caso le bilance sono diverse e soggettive. Però va benissimo la frase se non soffrissimo non sapremmo riconoscere la felicità. Noi uomini in fondo soffriamo di dualità. La nostra vita non fa altro che seguire due binari, uscirne fuori? Non sia mai.

Quindi accettiamo la sofferenza e ci inventiamo sta balla che è necessaria. Per crescere, per capire, per amare eccetera eccetera. Poi arriva la felicità (solo perché siamo passati per la cruna di un ago, rischiando di finire in bocca ad un lupo mentre una balena ci ha quasi ricoperto di merda) e noi siamo carichi, ci sentiamo amati, amiamo, gioiamo, viviamo, ridiamo, riscopriamo il bambino che è in noi e tutte quelle cose che prima ci sembravano insormontabili ora le vediamo come facili, raggiungibili, possibili. Ah che bella la felicità!

Però, ah ah ah, c'è sempre un però.

Mentre la viviamo è come se la consumassimo. La felicità brucia energia che noi non sappiamo a quanto pare rigenerare. E man mano che la consumiamo ne perdiamo dei pezzetti.

Io l'ho persa dietro ad un angolo mentre giocavo a nascondino, sul pullman che mi portava in campagna nei week end adolescenziali con i miei amici. Nelle nottate estive a guardar stelle cadenti. Nel primo bacio. Quando mio padre mi disse che era fiero di me. Mentre veniva presentato il mio libro e mia madre, seduta fra il pubblico, aveva gli occhi colmi di gioia per me. Mentre guardavo un tramonto sulle rive del lago con Alessandro al mio fianco. Mentre vedevo il  mio ventre gonfiarsi. Il giorno in cui ho abbracciato i miei figli.

La vivevo e la perdevo. O meglio, non è che si perde. Si consuma. Ogni osa che si vive, si trasforma. E la felicità è quello che diventa poi un bel ricordo. Un ricordo caldo e che si posa sui nostri volti come una carezza.

E se siamo ottimisti magari dietro l'angolo c'è un colpo di scena e il nostro vuoto verrà riempito. Non importa per quanto tempo.

La fitta all'altezza dello sterno smette di farci mancare l'aria e ci sembra di toccare il cielo con un dito.

Le nostre labbra si schiuderanno in un sorriso che la Gioconda se lo sogna tant'è bello.

Se invece siamo pessimisti, il colpo di scena non arriverà.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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4 Commenti

  1. Si! complimenti per il racconto/pensiero ... ma spesso confondiamo la "felicità" ... con la "gioia" ... o con l'euforia del momento! ... con l'allegria ... o con il sentirci appagati! sentimenti che vanno e vengono! .... ma forse fanno parte della felicità! ? ... mah! ho mille dubbi su questa parola "Felicità" .........

    • anche io Giusy ho mille dubbi!!! *_*


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