Le sue mani mollarono di scatto la presa, lasciando quella testa pesante che avevano stretto per chissà quanto tempo. I gomiti, fino a quel momento puntellati sulle ginocchia, lasciarono un segno bianco sulla pelle che presto si sarebbe colorato di un rosso più vivo, mentre le gambe cominciavano a formicolare.
Nudo, seduto e piantato sulla tazza del cesso da chissà quanti secoli, con i soli calzini neri addosso, quelli di spugna, usati e puzzolenti.
Spostò appena il piede,oramai reso quasi insensibile da una circolazione rallentata e ostacolata nella sua corsa, e vide un alone denso e oleoso restare marchiato sulle mattonelle colore antracite. Ritirò indietro le dita e la cancellò spalmandola sul pavimento che velocemente la assorbì.
Prese la carta igienica, la arrotolò e si pulì il culo anche se non ricordava se aveva cacato oppure no; poi si alzò e quando si voltò per tirare l’acqua, vide quel pezzo di carta galleggiare ancora qualche secondo prima di scivolare sul fondo del water e macchie rosse di sangue iniziare a scolorirsi pian piano.
Cristo, pensò, come sono ridotto...
Si tolse velocemente le calze e si infilò sotto la doccia: l’acqua gelata lo investì in pieno, indurendo il suo corpo, rabbrividendo la sua pelle. A poco a poco sentì la stanchezza scivolare via seguendo i percorsi di quelle veloci gocce fredde e autonome; la pesantezza nella testa rimase, subdola e dittatoriale, un cerchio stringente che comandava i suoi umori, che gli infliggeva quella odiosa e triste stanchezza.
Oramai da troppo, troppo tempo.
Uscì senza coprirsi: l’aria calda che entrava dalla finestra spalancata della cucina lo avvolse dandogli ancora un brivido.
Era estate, faceva caldo, fuori quell’appartamento piccolo e vuoto nonostante la sua presenza.
Si avvicinò al davanzale, si accese un mozzicone pescandolo tra quelli delle mille sigarette iniziate e non finite che riempivano il posacenere di marmo nero.
Soffiò fuori godendo quella prima boccata, sicuramente l’unica che sarebbe riuscito a gustarsi prima che la tosse convulsa crescesse e salisse dai polmoni.
Il fumo uscì dalla casa e si perse nell’aria di quell’afoso pomeriggio d’estate.
Il sole acceso e forte non riusciva comunque a cancellare il grigiore di quella schifosa e indifferente periferia di palazzoni tutti uguali e loculi dove internarsi e fingersi felici.
La strada era deserta, silenziosa e statica, quando tutti erano probabilmente in spiaggia o sdraiati nei parchi, a bere birra, a giocare, a leggere un giornale o a inventarsi l’amore.
Per lui c’era solo quel silenzio e quel senso di solitudine, quella prigionia voluta e quella imposta da quella testa che non voleva più liberarlo.
I polmoni si rifiutarono di ricevere ancora catrame e fumo, e vomitarono fuori un colpo di tosse violento e un grumo di catarro verdastro e grumoso.
Spense la sigaretta, forse per la quarta volta, e la fece tornare a giocare con le altre dalle diverse lunghezze e chissà quante giornate alle spalle.
Con una mano andò a grattarsi il culo, mentre l’altra se la passò tra i capelli. Poi la guardò, e vide pochi fili neri incastrati tra le sue dita, e uno bianco, più grosso e stoppaccioso, dal bulbo ingrossato. Era schifoso, tremendamente vero e disgustoso, e rise d’inerzia, scivolando poi con lo sguardo a scrutarsi quel corpo nudo, flaccido, rammollito, e quel cazzo ora piccolo, rintanato, al riparo, nascosto quasi per la vergogna.
Pensò confuso cosa avesse mai potuto provare quella donna in lui quella notte, cosa mai l’aveva spinta a rimorchiarlo per farsi portare a casa, farsi sbattere per poi essere sbattuta fuori di casa a calci in culo appena raggiunto lo scopo.
Era ancora piacente o era solo il gusto dell’orrendo, la sua oramai innascondibile sopravvenuta bruttezza a farlo piacere? Il senso della dissolutezza, dello sbando, del nefasto? I solchi che la sua vita dissoluta gli avevano lasciato addosso, firmandogli il viso? Chi era, cosa era diventato? Il nuovo Bukowski?...
Una risata grassa e frantumata da colpi di tosse scoppiò sincera rompendo la quiete del momento.
Subito dopo, come se il mondo si fosse rimesso in movimento dopo un prolungato standby, una vecchia e male oleata bicicletta attraversò rumorosa e non curante la scena.
Vide quella graziosa e snella bionda in bikini pedalargli davanti , diretta verso il mare, libera, allegra e spensierata.
Vide la giovinezza passargli davanti e velocemente svanire nel nulla, assorbita repentinamente da altri contesti, altre sfuggevoli realtà spazio-temporali.
A lui non rimaneva che il ricordo di quello che era stato, della sua vita passata, i suoi giorni felici.
E quello che faceva più male era appunto ricordare, ripassare al setaccio le sue memorie, la sua giovinezza, ancora una volta, un giorno ancora...
Sapeva che adesso lo aspettavano ancora profonde e pesanti ore da passare guardando la sua vita trascorrergli davanti i suoi occhi stanchi, lucidi e arrossati da lacrime che non sarebbero scese comunque.
Avrebbe di nuovo pensato a quando era padrone del mondo, sicuro di se e della sua vita, impossibilitato a fermarsi, controllarsi, impossibilitato a goderla perché, comunque, sempre inappagato.
Avrebbe di nuovo pensato con rimpianto alle avventure, alla forza che aveva e che provava, alla sua bellezza, alla sua possibilità di giocare con la sua e altrui vita, con i propri e altrui insignificanti sentimenti.
E avrebbe pensato alle storie, ai letti disfatti e a tutte le sottane dalle quali era codardamente scappato, sempre di fretta, sempre per non legarsi, fermarsi, dividersi.
E avrebbe pensato con nuovo sconvolgente rammarico a La Storia, a Lei che aveva inspiegabilmente lasciato scivolare via perchè, comunque: impossibilitato a fermarsi, impossibilitato a godere, codardo e vigliacco nello scappare per paura di cambiare...
Aveva pensato che avrebbe potuto farne senza.
Aveva pensato che avrebbe potuto farne a meno.
Aveva pensato e creduto che avrebbe potuto fare tutto, fare di più, per sempre...
Sarebbe stato per sempre forte, per sempre bello, per sempre padrone del mondo...
Ora quel sempre era una fine ormai vicina, imposta e dovuta, il conto salato da pagare ad una mente beffarda che si era presa gioco di lui, e una vita che non voleva più venire, tornare o andare in nessun posto
La vita era ormai solo una solitaria e triste commiserazione , uno svuotante rimpianto
E la sua condanna, la sua solitudine....

Manuel Chiacchiararelli
Manuel Chiacchiararelli
Nato a Roma, nel lontano 1975. Da allora sempre in movimento, prima in Italia, poi in Europa. Fermarsi e ripartire, rimettersi in gioco, fare esperienze sempre e comunque E la scrittura, unico punto fermo nella mia vita burrascosa, mi aiuta a catturare i ricordi... A fine 2011 finalmente ho coronato il mio sogno ed ho pubblicato il mio primo romanzo "Lo Sguardo dei Faggi" edito da Aracne Editrice .

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4 Commenti

  1. Il tempo che passa costringe tutti, ad un certo punto della propria vita, a guardare indietro e a tirare le somme... Sono positive? Sono negative? Difficile stabilirlo, perchè essere obiettivi nei propri confronti non sempre è possibile, tanto meno facile, però ho capito che a volte occorre essere un pò più indulgenti con se stessi per poter godere di quel minimo di felicità.
    "Aveva pensato che... " etc.: io non credo che tutte le persone siano pienamente consapevoli del tempo che passa... le cose non tornano... la vita da ma anche toglie... e ciò che vuoi fare prima non lo puoi sempre fare dopo... ma si impara a vivere, fino alla fine.
    Ciao Manuel.

  2. Ciao Stefano, pensavo di averti risposto invece...
    le somme si tirano sempre, in un modo o nell'altro...a capodanno per esempio, o al proprio compleanno si cerca di capire quanto di buono si è fatto nell'anno appena trascorso...A volte ci si ferma a pensare quando le cose non vanno più, perche come te dici, quando tutto va a gonfie vele è difficile fermarsi a valutare il tempo trascorso, le scelte fatte...
    Quelle stesse scelte che invece ti confondono quando fuori dalla finestra è tutto grigio...


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