Stanno cremando il cadavere di Amina e i suoi genitori non lo sanno.
Lo fanno prima che la notte si sposti altrove, così la morte può intonare il suo de profundis in sordina.

Quel pomeriggio tutta la famiglia era raccolta in cucina. I muri neri di fumo e le inferriate delle finestre delimitavano il palcoscenico di una recita senza pubblico.
Jaggu, il marito, era in piedi accanto al focolare. Gli altri erano disposti a cerchio e fissavano il corpo in silenzio, come si osserva una crepa sul muro. Fissavano la mano appoggiata sulla fronte col palmo rivolto verso l'alto, come a ripetere all'infinito l'ultimo gesto di difesa prima di cadere. I capelli si allargavano lisci in lunghe pennellate a illuminare di riflessi blu il pavimento macchiato.
«Prendi un lenzuolo» ordinò Jaggu al fratello minore. «Tu Suma porta amma nella sua stanza e resta con lei. Qui ci pensiamo noi» continuò rivolto alla sorella. La ragazza prese per un braccio la madre e assieme lasciarono in silenzio la cucina.
Steso il lenzuolo, Jaggu sollevò la moglie per le spalle e, con l'aiuto del padre e dei fratelli, l'avvolse nel suo sudario.
«Vado a far preparare la pira» disse avviandosi verso l'uscita. «Prima del sorgere del nuovo giorno deve essere tutto finito.»

Amina era stata data in sposa a Jaggu appena compiuti diciannove anni. «E' l'uomo giusto per te» le avevano detto i genitori. «I vostri segni zodiacali sono in armonia e lui sembra soddisfatto della dote.»
L'aveva visto per la prima volta il giorno del matrimonio: tarchiato, con le sopracciglia unite sopra al naso, non sorrideva mai e aveva le mani grasse.
Fin da bambina aveva sognato un uomo con dita sottili, dita che sanno giocare coi capelli di una donna e farne riccioli. E invece era sgradevole, senza luce negli occhi e con le mani grasse.
La cerimonia era stata frettolosa, come se il tempo a disposizione fosse limitato. Amina aveva tenuto gli occhi bassi tutto il tempo, sforzandosi di accettare il destino che gli dei le avevano assegnato. Si era irrigidita solo quando la mano molle di Jaggu aveva preso la sua e le era arrivato uno spruzzo di saliva sulla guancia.
Poi era tutto finito.
Sul treno l'avevano fatta sedere nello scompartimento delle donne, stretta fra la suocera e la cognata, con un fagotto in grembo. Faceva fatica a respirare come se avesse addosso il peso di tutto il convoglio e nel naso l'odore di mille corpi sudati. Rimase in silenzio per tutto il tempo, frastornata dalle voci, dallo stridio delle ruote, dagli scricchiolii dei legni, e dalle grida dei bambini che inciampavano nelle gambe delle madri in cerca di spazio per i loro giochi.

In un vicolo abitato da capre e galline, e da tanti occhi che la guardavano passare, c'era la casa dei suoceri.
Con le due donne di fianco e gli uomini al seguito, la giovane sposa camminava senza alzare lo sguardo, vuota di energia e di desideri. Era la prima volta che si trovava sola con degli estranei in un villaggio sconosciuto.
Un bambino la seguì fin sulla soglia con un cucciolo di gatto stretto fra le braccia, tenendosi lontano. Amina lo fissò, come a cercar conforto, poi sfilò i sandali, abbassò il capo e passò sotto l'architrave della porta.

Jaggu era scorbutico; adorato dalla madre, ma sempre in lite col padre. Nei momenti di maggior tensione i fratelli minori contribuivano a inasprire lo scontro prendendo le parti dell'uno o dell'altro. Si insultavano, urlavano e sembravano sempre sul punto di venire alle mani.
In quelle occasioni Amina si rintanava in un angolo, cercando di cancellare la sua presenza, ma non ce n'era bisogno. Gli altri la ignoravano e, quando ritornava la calma, si comportavano come se nulla fosse accaduto.
All'inizio Jaggu aveva avuto qualche piccola attenzione nei suoi confronti, ma col passare del tempo era diventato insofferente e irritabile anche per la pochezza della dote.
«Scrivi a tuo padre» le diceva, «fatti mandare del denaro. Sei un peso, una bocca in più da sfamare.»
Piena di vergogna, Amina aveva scritto ai genitori più volte con un pretesto sempre diverso per giustificare quel continuo bisogno di soldi. Una volta per un'emergenza, un'altra per una spesa imprevista, un'altra ancora per una malattia.
Quando la sua famiglia non fu più in grado di aiutarla, Jaggu prese a picchiarla e a insultarla. Lei si proteggeva il viso con le braccia, ma non chiedeva aiuto e non gridava perché sapeva che nessuno sarebbe venuto in suo soccorso.
Aveva sentito dire di ragazze ritornate dai genitori per sottrarsi alle botte e alle recriminazioni per la dote, ma suo padre aveva ancora due figlie da sposare e non poteva più mantenerla.
Così aveva imparato a soffrire.

Quel giorno Amina stava macinando semi di senape, cumino e curcuma nel grande mortaio di granito, quando Jaggu era entrato in cucina con la furia dei momenti peggiori. Aveva l'alito che sapeva di toddy e le sopracciglia contratte. L'aveva presa per un braccio e l'aveva scossa soffiandole addosso i soliti insulti, ma con più rabbia, più colpi, più pugni. Voleva altro denaro, o l'avrebbe sbattuta fuori di casa.
Il pestello era caduto spargendo polvere rossa del colore della curcuma sul pavimento. Tanti spruzzi impazziti sulle piastrelle scure.
Amina, rannicchiato il capo fra le spalle, le braccia a coprire il volto, non era riuscita a soffocare il dolore e aveva gridato la sua disperazione.
Jaggu l'aveva colpita con forza alla nuca, con il taglio della mano come una mannaia, sino a quando il corpo della moglie era diventato pesante e gli era scivolato tra le mani.
Il rosso aveva riempito gli occhi di Amina prima che si chiudessero. Era stato l'ultimo colore a rimanere impresso sulla retina.

I capelli si allargavano lisci in lunghe pennellate a illuminare di riflessi blu il pavimento macchiato di curcuma.

MariC
MariC

Nessuno capisce fino in fondo i propri abili sotterfugi, messi in opera per evitare l’inquietante ombra della conoscenza di sé.
(J. Conrad)

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3 Commenti

  1. Davvero ben scritto. Sapientemente costruito e portato fino alla fine senza eccessi o tentennamenti.
    Bravissima.

    Ps
    (correggi il refuso: " i fra­telli minori con­tri­bui­vana ina­sprire lo scon­tro. " credo sia contribuivano a)

  2. Racconto triste e tragico della condizione in cui si trovano ancora troppe donne.
    Si legge con passione e compassione, d'un fiato, talmente è scritto bene.
    Molto brava MariC

  3. bello MariC, bello anche se il mio volto ne esce schiaffeggiato e la rabbia per quelle botte mi fa ribollire il sangue. Amina, come tante donne che non possono fuggire da destini scelti per loro. Da uomini che ancora si credono di poter decidere di vita o di morte verso la propria moglie, verso la propria figlia. Donna come oggetto, inutile, un peso.


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