La stanza era annegata, dalle finestre si vedeva il mare. Premeva contro ai vetri. Soffiava il suo blu e le sue ombre d’alga fin sulle pareti.
C’era una tenda. C’era la penombra ed un lucore soffuso che nasceva da chissà dove.
Lei, stesa su quel letto, era dello stesso azzurro di quella luce. Eccetto i capelli, che parevano viola.
Attendeva qualcosa che s’attardava.
«Mi fa piacere che tu abbia fatto buon viaggio», disse d’un tratto, voltandosi verso di lui.
«Hai fame?», chiese.

«È stato lungo, ma alla fine... comunque no, non ho fame», rispose quello.
Appena entrati lei si era tuffata su un avanzo di pasta fredda e l’aveva mangiato in piedi, direttamente dalla pentola, dandogli le spalle. Lui si era guardato intorno. C’erano un sacco di cose che non riconosceva e ne mancavano altre che pensava di ritrovare, così si era chiuso in un silenzio pallido e meditabondo.
Doveva essere passata qualche ora.
Lei vestiva di nero, lui era nudo e si chiudeva nelle spalle per non disperdere troppo calore.

Prima era stato diverso: era lei, ad essere nuda, e si era rivelata tutta insieme aprendo la porta degli anni trascorsi da sola. Sul suo ventre erano fuggite ombre di pesci, rapidissime, e lui voltandosi in fretta aveva intravisto il loro muoversi fuori dalla finestra, un lampo di arancione e grigio, poco più di un’impressione. Poi tutto era finito.
Oltre i vetri c’era solo il blu, ombre lunghe e ossidate, il borbottio dell’acqua.

Come in quell’acquario che fissava da bambino: i pesci facevano su e giù e guardavano fuori, il muso contro il vetro, il limitare del loro mondo d’acqua. E laggiù loro, lui, che palmi ai vetri fissava l’oceano, sul limitare di quel suo mondo d’aria.
«Ho del sushi», udì allora.
Lo sola idea di infilarsi in bocca un pezzo di pesce crudo gli fece venir freddo allo stomaco. Anche la voce di lei era diventata fredda. L’inverno le aveva lasciato sulle spalle un velo di brina.
Dalle mensole nere guardavano verso il basso gli scheletri di molti granchi, grandi e piccoli. Le loro corna miravano verso il letto.

Quel mondo era pieno di scheletri d’esperienze di cui lui non sapeva nulla, che non sapeva interpretare.
Anche mentre la riscopriva vicina, soffiando sul suo collo la risacca di una mancanza che aveva scavato sotto alla sua pelle capillari di brama rossa, quei granchi gli avevano punto le gambe, i fianchi, l’addome. Pungevano ovunque.

Non erano stati che un abbraccio, un bacio su una guancia, un rivedersi. Lui si consumò le ginocchia per tornare indietro al tempo in cui si erano salutati, sotto il sole cocente: i treni partivano per andare a nord, a sud, ad est e ad ovest. Sudavano per il caldo, i finestrini.
E lui con loro, sudò. Non sapeva nemmeno se fosse ancora giorno, solo che lei era grande, sotto alle sue mani, viva e rigida come un bastone. Aveva avuto la sensazione di avere in grembo un nido d’insetti. Chissà se lo sente, si era chiesta. Chissà come deve essere affondare in un nido d’insetti.
«Sicuro di non volere del sushi?», gli domandò ancora.
«Sì, grazie», rispose lui. Il mezzo alle gambe il suo sesso si era ritratto come un’ostrica nella sua ombra, il cuore si era stretto per lasciar spazio allo stupore: eccola in piedi, al centro di quell’universo freddo. Aprì il freezer, sistemò su un piatto grigio piombo tre maki, sei sushi di tonno ed una fila di brani di salmone. Indugiò, con la coda di un gambero stretta fra due dita, e quel corpo trasparente oscillò nei suoi occhi, lì al centro della spirale di conchiglia delle pupille.
«Hai visto tanti posti?», gli domandò, ancora di spalle, fissando il gambero ciondolare.

Oh, se ne aveva visti! Aveva visto il cielo d’Africa incombere su vasti spiazzi rossi, il marcire delle radici d’oriente; aveva visto bambini correre e falegnami bucarsi i palmi delle mani con lunghe schegge di legno, in Spagna, ed una ballerina mora sciogliersi sul palco, nel suo letto, in quello di un altro. Aveva bevuto vino.
Eppure allora lei gli porgeva quel gambero soltanto, dall’alto, e lui schiudendo le labbra rispose.

No, e fu proprio in quel momento che le pareti tremarono, mentre lui accettava quel singolo dono, mentre deglutiva il presente assaporandone il chiarore, l’essenziale perfezione del ritorno.
La donna sgranò gli occhi, scivolò quasi a terra, mentre il calamaro stringeva la stanza sommersa, mentre faceva traballare il mondo, mentre li divorava interi, dall’alto, affamato quanto lei era stata affamata.
Ricordandolo, lei si strinse a lui; ricordandolo, lui si alzò.

La stanza era annegata, dalle finestre si vedeva il nero interno del mostro dei mari. Sembrava la notte di Natale. Un lucore paglierino palpitava alle spalle delle mura, si rifletteva fin sulle pareti.
Nel nero nevicavano bianchi fiocchi.

Lui sì, sapeva che non era neve, che erano da tutt’altra parte, ma vedere quei fiocchi cadere gli riempì gli occhi di stelle: scuotendo la testa rise, mentre la donna camminava lenta verso di lui, in punta di piedi.
«Che meraviglia», lo sentì mormorare.
Aveva un abito bianco bordato di rosso, ai piedi scarpe dorate.
Guardò fuori.
Sui vetri i tentacoli avevano lasciato aloni circolari.

Giorgia Rebecca Gironi

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2 Commenti

  1. c'e' qualcosa di lupesco in questo racconto....... (alpexex)

  2. c'è un'atmosfera surreale che lascia trasparire stati d'animo, molto bello...


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