Arfan mille aghi

Racconti Penna Libera

 

La faccia nella foto segnaletica le trafiggeva il cuore.

Abdul, capo della polizia di Muscat, insisteva; stringeva in mano la foto e la spingeva sotto il naso di Farida senza darle tregua.

«Sicura che è lui?»

Farida aveva visto mille volti simili sbucare dallo schedario, ma l’ultimo era lui, ne era sicura. Rispose con la voce rauca, in gola il sapore di mandorle amare.

«È lui.»

Parlava mordendosi il labbro, lo sguardo spento, fisso sull’altro lato della stanza, la macchia sul muro sembrava interessarla più della foto del militare.

Non voleva far capire ad Abdul la voglia di vomitare che avvertiva, la spossatezza, quel sapore amaro, da quattro mesi ogni mattina.

Quattro mesi.

Sembrava fosse accaduto il giorno prima.

Strinse gli occhi, il viso tra le mani, e i ricordi tornarono indietro al rallentatore.

«Se gridi sei morta» aveva detto il tipo alto e smilzo con voce calma e accento straniero. Erano in due, ma quello basso fingeva d’ignorarla; rovistava nei cassetti come cercasse qualcosa e, dopo aver buttato tutto all’aria, aveva fissato lo spilungone e, con voce aspra e decisa, aveva detto: «Niente nemmeno qui, maledizione!» Poi con la testa inclinata, arricciandosi i baffi con le dita, aveva fissato il seno di Farida. «Prendete quello che volete, ma andate via!» aveva urlato lei. «Non gridare.» aveva sibilato quello basso. Sapeva di umido, muffa e polvere da sparo; indossava una divisa militare, portava anfibi neri, aveva la faccia sbarbata, lo sguardo sfrontato. Lo schiaffo le era arrivato senza preavviso, Farida era ruzzolata sul pavimento ingombro di carte, mentre lui se la rideva. «Bel culo!» aveva esclamato rivolto all'altro, due spanne più alto di lui.

Faticò a interrompere i ricordi quando Abdul la scosse dal torpore toccandole un braccio con la mano.

Poteva andare, gli disse lui.

E lei, con un sospiro, si alzò barcollando, e dopo un cenno di saluto, uscì rasentando i muri reggendosi alla parete con la mano.

Fuori il caldo la sorprese ma il corpo sudato soto il burqa ebbe un fremito.

Si sfiorò la pncia con la mano che tremava e si asciugò il sudore; si cominciava a notare, pensò.

Si fermò a riprendere fiato all’ombra di un frangipane vicino al parco di Seeb, sul lato opposto della porta antica di Muscat, il senso di colpa mischiato al  ricordo delle raccomandazioni della madre riaffiorò, e le strinse la gola come una catena.

Fu allora che decise.

Sfiancata da un caldo senza tregua, sorretta da gambe legnose, la gola secca e gli occhi arrossati, giurò che avrebbe detto tutto al marito.

Lui era buono, avrebbe capito.

Vent’anni.

Un metro e settanta. Capelli lunghi e riccioli. Del colore delle notti nelle strade della Muscat vecchia quando restava al buio. Pelle ambrata, come le montagne dove il padre la portava da bambina a pregare dicendole che alzandosi sulle punte, poteva toccare il cielo con un dito.

Farida usava il burqa quando usciva, ma sotto il velo nascondeva occhi azzurri come il mare dell'Oman affilati come pugnali.

L’unico uomo della sua vita l’aveva sposato. Amhir, un miliziano combattente legato alle tradizioni, con l’ossessione della caccia ai terroristi, la chiese in sposa un giorno luminoso di settembre. Farida ricordava il bacio sulla fronte e la faccia quando la chiamò con quel nome: Amira, principessa.

Lo raccontò a sua madre, e lei, tra mille raccomandazioni, le disse che da sposata avrebbe preso il nome di Azima: sposa dignitosa. Lo stesso preso da lei e da sua nonna prima ancora; lo stesso imposto da una religione che prometteva pietre nella schiena alle mogli che non sottostavano al volere del marito, secondo per importanza solo ad Allah.

Disse tutto ad Amhir quella sera. Gli portò i saluti di Abdul, liberò particolari prima taciuti di quella notte che presto non avrebbe più potuto nascondere a nessuno. Gli disse che lo amava, lo pregò di aiutarla, lo supplicò di parlarle o ucciderla, se preferiva.

E Amhir il buono, l'istruito, l'emancipato, le prese un braccio e, senza alzare la voce, disse: «Hai due giorni per raccogliere i tuoi stracci e sparire».

Lasciò la casa del marito quella sera per non tornarci mai più.

«Vieni a stare con me» le aveva proposto la sorella.

«Così poi tuo marito caccia via anche te...»

«Allora liberati del bambino!» le aveva sussurrato la sorella con un filo di voce.

Ma era tardi per Farida; sapeva come andavano le cose a Muscat; dopo quella notte, nulla sarebbe tornato come prima. E anche se quei calci al ventre erano forti più delle sue paure, tremava al pensiero di far nascere un altro bastardo con la faccia del militare che rideva nella foto segnaletica di Abdul.

Camminava e piangeva, in quel labirinto di vicoli affollati della città nuova sotto le palme illuminate dalle lanterne; passò tra negozietti e bancarelle in mezzo a profumi di spezie e tessuti, e verso l’imbrunire i piedi la portarono davanti al museo dei bambini nei pressi del parco di Al Qurm.

Alzò la testa, vide l’ingresso chiuso, e seppe cosa fare.

 

La trovarono accartocciata sotto un mucchio di cartoni, fuori Muscat. Usciva la notte randagia a mendicare tra il porto e la ferrovia. Le pietre, a centinaia, l’avevano colpita alla schiena con precisione anche al buio. Non si era quasi difesa, dissero. Ma sotto il suo corpo martoriato, trovarono un bambino nato da poco: come una reliquia, vivo, e piangeva. Lo dissero ad Amir, ma lui cadde dalle nuvole:

«Non può essere lei. Non era incinta, non è figlio mio!»

Fu la sorella a prendersi cura del neonato rimasto per una settimana in braccio ai miliziani.

Fuggì dal marito poco dopo, decisa a non ascoltare più nessuno, nemmeno lui che le impediva di tenere il bambino.

«Mi teneva legata, mi frustava, non mi faceva uscire» disse dopo ai miliziani quando lo denunciò.

Ma loro le risposero che picchiare la moglie è dovere di ogni buon marito, se vuole rispetto. E per farla desistere dalle accuse aggiunsero: «Allah ti punirà. Farai la stessa fine di tua sorella se prendi con te il suo bastardo».

Arfan, in arabo significa gratitudine. Fu il nome che diede al bambino, sicura che a Farida sarebbe piaciuto. Adesso vivono a Parigi. A pochi passi da Montmartre, in un quartiere dove in pochi saprebbero dire come ci siano arrivati.

Quel bambino compirà diciotto anni tra un mese, ha occhi scuri e la carnagione di sua madre; disegna porti, paesaggi, villaggi di pescatori, antiche fortezze, ma soprattutto volti di donne brune. Usa aghi appuntiti per incidere sul legno che pare faccia arrivare dall’Oman, la capitale della terra dei sultani, il luogo dei mille splendidi soli.

Qualcuno dice che per disegnare il volto della donna con i riccioli neri e la pelle scura, che tiene dietro alle sue spalle, abbia usato mille piccoli aghi.

A Montmartre lo chiamano tutti, Arfan mille aghi

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Il marinaio spiegò le vele al vento... ma il vento non capì.

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8 Commenti

  1. Bella e riuscita l'ambientazione in un paese sulla via della seta, in una terra che profuma di fiori di frangipani.
    Intensa e straziante la storia di Farida, donna disprezzata e violata, ripudiata e assassinata.
    Bravo, davvero bravo Penna Libera!

    • Che bel regalo questo commento. Non lo avevo letto. Grazie. Grazie

  2. bellissimo davvero questo pezzo Pierluigi, scritto molto bene mi è piaciuto molto

  3. Commovente e coinvolgente. Un racconto drammaticamente bello.
    Bravo Pierluigi!!

  4. Bellissimo racconto , si respira il Nord Africa, si respirano le domande che ci pone una religione lontana da noi e dal nostro pensiero.

  5. Mi unisco ai complimenti per questo racconto coinvolgente dall'inizio alla fine e per l'ambientazione davvero ben riuscita e suggestiva!

  6. Grazie, troppo buone/i
    Alla prossima.

  7. Bello e coinvolgente. Mi hai trasportato in una cultura diversa dalla nostra, dove il mostro è tanto l'occidentale che violenta Farida quanto gli uomini che si comportano come se fossero essi stessi Allah nei confronti della donna. La donna come oggetto. Meravigliosa forza quella che fa muovere il racconto.


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