Modigliani era un gran puttaniere, di questo tutti ne erano al corrente. Le donne nude, i volti, le linee sinuose dei suoi soggetti, persino loro avrebbero potuto dirne qualcosa. Tutta arte nuova, s’intende. Si dice che certi particolari del carattere siano inscindibili dall’estro. Alla bellezza s’è disposti a perdonare o accettare tutto senza remore e ancora oggi paga che è un piacere. È facile ammirarla, pare trasmettere tutti i modi in cui le mani dell’artista avevano toccato quelle persone, pur solo col pensiero; tutti gli schiaffi, le strette forti o le lusinghe che avrebbe voluto fare, che si stendevano sulla tela coi movimenti efficaci del pennello. Basta guardare con attenzione per capire il suo cammino, le prime rappresentazioni scagliavano i soggetti in un mare profondo di passione, solo col tempo le figure presero il loro stile caratteristico. Un mondo dietro quegli occhi azzurri.

Ma lui era diverso, forse. E non era Modigliani, né Magritte, né Munch. Avrà mai parlato con sé stesso o da solo una volta o due in vita sua? Si domandava. Ognuno dei suoi disegni era nato muto, la piccola bocca sapeva tener strette davvero bene le idee dell’autore. Le parole rabbiose e attente che aveva dedicato. Chi era lui? Un artista, come tanti, diremmo oggi.

Le mani sporche di pittura. Aveva lasciato indietro gli anni degli acquerelli, quelli dell’astrattismo e metafisico contemporaneo, invece, non l’aveva mai presi pienamente in considerazione. C’è da perdere la testa dietro a tutte le correnti; credeva nel valore delle cose belle, quelle che ti tolgono il respiro, come sarebbe stata la ragazza che avrebbe voluto cercare tra le lenzuola nella notte. Quei paesaggi incredibili di Friedrich, ci credeva che esistevano, pur se nella sua testa. Non gli ci voleva poi tanto per provare lo spavento del sublime. Era un bisogno, quello di sentire le parole venir meno e l’adrenalina come un treno all’impazzata che precipitava giù da un ponte. Un senso di morte vitale, questo era bello.

Un pomeriggio passato a misurare il sole tramontare, anche quello era bello. Ma il foglio più bianco dell’anima d’Adamo prima del peccato originale lo riempiva di frustrazione, quasi non sopportava più di starla a guardare. Abissale, d’altronde, era anche quella carta bianca. A che serve il bianco, pensava.  Era la nascita delle cose, non guardava alla bravura, credeva che la natura, l’istinto fossero la migliore musica che un artista avesse dovuto ascoltare per agire. A furia di stare con gli uomini lo dimentichi, le città fanno altrettanto, sembrano vive, luci che s’accendono e si spengono, le strade che giocano a fare le arterie. Però la morte la vedi, come quella delle persone nella routine o  l’amore dei ragazzi ai tavolini dei caffè, o certi tag senza senso che se ne stanno anonimi ai muri delle stazioni o su monumenti di personaggi più immaginari degli eroi di celluloide.

Si versò della vodka lemon in un bicchiere. Ne apprezzò il buon sapore, meglio del whisky o di un rum e coca, secondo lui. Allentava un po’ la tensione. Poggiò la bottiglia sul tavolino accanto al divano e si mise a guardare nel vuoto. Non credeva fosse difficile capire alcune cose, come il motivo per cui ci fosse ancora una tela bianca davanti a lui. Disegni preparatori zero, se non piccoli scarabocchi. Poi ci fu qualcosa da dentro che lo mosse ad agire. Cominciò coi suoi occhi quelli che vedeva ogni mattino, al loro interno non aveva mai taciuto la memoria, la passione del padre, della madre. Un altro figlio dell’uomo, che aveva da offrire qualcosa a nessuno che avrebbe chiesto qualcosa. Lo tenne a mente e continuò, aveva cominciato a dipingere, senza alcun disegno. Colori ad olio dal caldo al freddo, prendeva il pennello intingendolo anche egli nella passione.

Il caratteraccio che si ritrovava non contava tanto, sia quella che l’altra ragazza erano uscite dalla sua porta in poco più di un mese, le stesse persone di una vita. Non credeva più che sarebbero tornate. Non era quello l’importante. Diceva che la cosa importante era lui; i rapporti degli artisti son rapporti che non sono fatti per durare, non storie difficili. Ma sono così. Sono leggende che si tramandano col tempo, cose che non sai se sono vere o meno, tipo creazione del mondo per dare un’idea. Chissà quanta gente che c’era per darne così tante versioni, e ormai pare non sia mai successo, che sia sempre stato così. E tali sembrano quelle grandi storie tra Picasso, Modigliani e le loro amanti alla stregua di luoghi comuni, (questo è davvero un peccato qualcosa di così straordinario diventato comune) facendole sembrare mai esistite, invece.

Sapeva essere la persona più mite del mondo, spesso era così per gran parte della giornata e confinava tutto il caos da cui nascono le stelle danzanti nel cielo della sua mente dal quale non riusciva ancora a cavare nulla di esatto. Stava ritraendo due nature, una umana, l’altra poetica che si fondevano, solo occhi bravi sapevano dividerli, non tutti potevano capirli poiché non corrispondono mai alla figura che viene evocata nel reale.

Il volto nasceva, i nuovi segni disegnati gli davano una storia, lo facevano crescere attraverso le generazioni, le storie dei padri, dei viaggi e le lunghe scoperte, le pazienze infinite degli uomini. La musica era il silenzio e la città.

Si soffermò sull’attorno di quel viso. La mano scelse colori freddi, chiari, quanto i rigidi inverni che avrebbe potuto vivere. Quelli che avrebbe sopportato per aver visto una volta sola l’estate. Erano muri di città abbandonate, su cui la realtà si affacciò. Rese ogni cosa immateriale, fiabesca, colse ciò che gli occhi, da soli, non potevano vedere. Attorni bizantini dal sapore nuovo, più romantico.

Quando ebbe finito, tornò sulla bocca, le labbra carnose, come una corona su quel bell’abito sobrio, nero, come la notte in cui tutte le cose diventano una. Le labbra lo attraevano, le dipinse così bene da sembrargli per un attimo reali, da poter palpitare e capaci di lunghi momenti di fermezza per trattenere il respiro. La passione si insinuava attraverso esse, negli occhi castani passavano altre immagini. La conoscenza dell’artista. Le lacrime per fargli piangere ogni cosa l’avesse fatto piangere.

Staccò il volto dal ritratto. E lì giunse l’illuminazione, il pensiero, la vita che ti segna. Il volto che aveva creato era il suo. Perfetto come l’arte, imperituro nel tempo.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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