Appena sollevati gli occhi da terra, scoprì con stupore che il panorama era davvero magnifico.

Il verde smeraldo delle alte cime delle Sequoia sempervirens , tenacemente ammassate sul fronte ovest della china scoscesa del monte, facevano da degno contorno al melange dei colori esplosivi degli aceri in autunno, che prosperavano sul piccolo altopiano esposto ai caldi abbracci del sole settembrino.

La gola sottostante, delicatamente movimentata da una timida vegetazione, lasciava intuire il remoto passaggio di un fiume, oramai piegato dalla protervia dell’uomo a fornire energia invece che incanto.

La piccola collina alla sinistra, poi, accompagnava la vista fino ad una ampia valle, colonizzata da un fitto bosco che, come un rosso mare agitato, si espandeva, senza soluzione di continuità, fino alle alte vette di Diadem Peak.

Per la prima volta in vita sua, il ragazzo aprì i suoi occhi per vedere e non solamente per posare distrattamente il suo sguardo sul mondo, senza registrane alcuna sensazione, senza trarne alcun piacere.

I raggi del sole lambivano il suo corpo nudo, donandogli una forte sensazione di calore che si espandeva nelle viscere come una febbre. I giovani muscoli, plasmati da tanti anni di camminate in montagna, fremevano impazienti per la forzata mobilità in cui si trovavano.

Con la mente rincorse senza curarsene alcuni momenti della sua breve esistenza, e non ci trovò niente degno di essere ricordato.

Una distaccata sequenza di minuti, ore e giorni, a cui aveva partecipato come una marionetta, mai nella parte, mai presente veramente e come mosso da una mano esterna, aveva percorso i suoi sedici anni in una totale abulia.

La sua attenzione fu richiamata da un forte e prolungato suono, nel vallone sottostante. Il fiero bramito di un grosso cervo dalla coda bianca, ruppe il silenzio della valle e si perse nell’aria. Probabilmente, il grosso animale aveva fiutato la sua presenza e richiamava a se il piccolo cerbiatto, memore del pericolo rappresentato dai cacciatori. Il pelo marrone iniziava diventare grigio, segno che l’inverno sarebbe arrivato presto, ed avrebbe ricoperto completamente la regione con un fitto manto bianco.

Con la testa alta, allargò le sue braccia e riempi i polmoni dell’inebriante profumo della vita, quella vita che tanto aveva agognato e a cui, mai, aveva sentito di appartenere.

Il riflesso delle limpide acque di un lago in lontananza, colpì violentemente i suoi occhi, procurandogli un forte dolore;  fu come un segnale, come se la natura desse il proprio assenso, la propria approvazione. Non cercava certo, alcuna sponda, ma fu soddisfatto di questo richiamo, irresistibile quanto inatteso.

Non seppe mai se fu il suo corpo a muoversi autonomamente o la sua mente a dare l’impulso.

Una strana serenità lo avvolse e la sensazione di avere trovato, finalmente la sua dimensione, si impadronì della sua anima.

Ogni cosa andava al suo posto, l’errore era stato corretto e come foglia dall’albero, cade, così il ragazzo si perse nel vento.

Ugo Falchi
Ugo Falchi
Appassionato umanista, indefesso indagatore della verità, spericolato e onnivoro lettore. Libre-penseur con interessi che vanno dagli studi orientali, attraverso letture e viaggi, all'indagine sulle fonti arcaiche del fenomeno religioso. Mi procaccio il cibo lavorando come ricercatore e docente universitario. Figlio, fratello, marito, padre, mezzo sibarita e mezzo epicureo.

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