Avrei dovuto seguire il mio fiuto

Lo sapevo, l’ho sempre saputo. Però ho voluto far finta che non fosse così. Ed ora non posso nemmeno lamentarmi. Non avevo scelta dopotutto. Era una di quelle sensazioni che mi prendevano alla bocca dello stomaco e che mi sussurravano di stare attento, ma io non volevo, non gli ho dato retta. Perché si sa, a volte si preferisce nascondere la testa sotto la sabbia. Poi dicono che gli struzzi sono animali stupidi, ma io non sono stato da meno.

Come non fidarmi di lui?

Mi aveva accolto in casa, anzi era venuto a cercarmi.

Come potevo dubitare delle sue intenzioni?

Ero chiuso in una cella, dove mi era concesso di girare a malapena su me stesso. Nessun amico, nessun volto familiare. Mi portavano una sbobba di cibo senza nemmeno degnarsi di farmi un sorriso, una carezza.

Si sa che le carezze fanno bene all’anima.

Credevo di impazzire. I giorni e le notti passavano indistintamente e io mi accorgevo che lentamente la gabbia si faceva sempre più piccola.

Stavo crescendo. Nonostante il poco cibo, le cure assenti, anche se denutrito, il mio corpo cresceva e la gabbia si rimpiccioliva.

Poi è arrivato lui.

Si è aperta la porta della gabbia e lui è entrato, insieme a quello che era l’addetto della sbobba e che aveva la presunzione di chiamarla cibo. I suoi occhi erano chiusi in una fessura, mi stava scrutando e si vedeva lontano un miglio che stava valutando tutto di me. Anche io lo guardavo e fu proprio in quel momento che ebbi la morsa alla bocca dello stomaco. Il tipo non me la raccontava giusta, preferivo l’addetto ai pasti e le inferriate della gabbia che a confronto di quello sguardo freddo e distaccato erano più calde e rassicuranti.

“Viene su bello grosso. Guarda che zampe.”

Disse rivolto a se stesso mentre mi si avvicinava scrutando tutto di me: la bocca, la testa, le orecchie, la coda.

“Lo prendo.”

Furono le parole successive. L’addetto alla sbobba mi parve accennasse un sorriso, forse felice di avere una bocca in meno da sfamare.

“Venga, prima deve riempire dei fogli.”

Forse avrei dovuto oppormi, dar retta al mio fiuto, ma ero ancora troppo giovane, ignaro dei pericoli che il mondo celava dietro a quelle sbarre.

All’inizio non compresi i suoi piani. Le ciotole erano sempre piene di cibo di prima qualità. Il mio pelo veniva spazzolato e lavato. Ogni giorno giocava con me: mi esercitava a saltare addosso al suo braccio ricoperto di una strana imbottitura. Mi insegnava a difendermi dai pericoli del mondo pensavo. La sera mi richiudeva in un recinto, ma era nettamente più grande della cella dalla quale mi aveva liberato. E intanto crescevo e ingrassavo e mettevo su una muscolatura da fare invidia.

Un giorno venne da me e mi disse:

 “Sei pronto. Oggi è il tuo giorno, non farmi pentire di aver puntato su di te.”

Mi portò in una arena. Era circondata da uomini dalle bocche serrate, ai cui angoli a guardar bene scendevano rigagnoli di bava. Urlavano e incitavano.

Venni spinto nell’arena, davanti a me un mio fratello o forse un cugino. Eravamo simili, quattro zampe, pelo corto, marrone. I suoi occhi mi incutevano terrore. Si dimenava tenuto alla catena come me.

In attesa di essere lasciato andare.

Anche io ero legato, ma non capivo bene o meglio, ancora non volevo capire. Ci sganciarono e lui si avventò.

Ho dovuto imparare in fretta se volevo sopravvivere dovevo uccidere.

Sono diventato famoso nell’ambiente. Anche il mio occhio con il tempo si è inferocito. Ho imparato a mettere paura ai miei avversari. Ma in questo ambiente la vita è breve.

Lo sapevo che non dovevo fidarmi di lui, l’ho sempre saputo. Ma avevo davvero scelta?

Oggi nell’arena il mio avversario ha avuto la meglio.

Sento il sangue uscire dal mio collo senza tregua. La vita mi abbandona in questo ciglio di strada dove lui mi ha buttato. A noi cani non è dato un funerale né una tomba. Avrei voluto poter dire di aver vissuto, ma…

…magari in un’altra vita.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

Suoi ultimi post

8 Commenti

  1. Grande Mariella! Purtroppo, come spesso accade, chi dovrebbe leggere queste tue toccanti righe non lo farà... ma non per questo bisogna rassegnarsi alla decadenza di certi costumi e persone. Tanti sassolini lanciati nello stagno, prima o poi lo faranno esondare... e allora non si potrà più far finta di niente. Un abbraccio.

    • Sai qualche tempo fa mentre con la macchina percorrevo via Salaria, sul ciglio della strada c'era un cane, un molossoide. Guardandolo mi son chiesta se la sua morte fosse dovuta ad un tamponamento o se fosse stato buttato là dopo un combattimento. Quell'immagine mi è rimasta nel cuore e il pezzo che ho scritto è cedicato a lui.
      In questo caso word shelter è l'avamposto...

  2. ...ma va che nessuno lo chiama cibo.... al limite "pappa". io quando metto le crocchette nella ciotola dico "schifo". certo, col sorriso sulle labbra la voce da scemo e l'entusiasmo di Numa e Cetteo... ma non ce la farei mai a chiamarlo cibo. guarda.... spesso ho pensato che in caso di fame assoluta lo mangerei anche. ma chiamarlo cibo... proprio no. :)))

    • proprio ieri parlando con un mio amico mi ha detto che il figlio gli ha chiesto di poter assaggiare i croccantini del cane... lui ha detto sì e il figlio dopo essersene fatto una a bbondante scorpacciata ha riferito che erano buonissimi...

  3. ps rivolto al cane del post.... scusa seguire il tuo fiuto per fare cosa? stavi messo peggio di Horst Fantazzini a Fossano.... (alpexex)


Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commento *

Name *
Email *
Sito