Un bacio a mezzanotte

Racconti Analisa Casali

Dalla collina Artù vedeva il campo di battaglia: i soldati di Re Lodergance era in effetti in grande difficoltà. Alle loro spalle c’era il castello del re che stavano difendendo con tutte le loro forze e di fronte l’esercito del Galles che li faceva retrocedere ad ondate.

Non c’era una grande strategia da programmare, bastava attaccare e prenderli di sorpresa.

“Avanti” gridò Artù al suo esercito e per primo con la spada alzata si gettò giù dalla collina attaccando l’esercito nemico alle spalle.

Non ci volle molto perché le truppe di re Royns del Galles vedendo quell’enorme esercito scendere dalla collina, come formiche fuggite da un formicaio, prese dal panico cominciassero a fuggire e abbandonare il campo.

Gli uomini di Lodergance ripresero coraggio e attaccarono con maggiore forza e spirito combattivo e nel giro di una mezz’ora la battaglia era belle che finita con la vittoria di re Lodegrance.

“Dobbiamo avere una fama terribile” disse Artù a Ban “se al solo vederci gli uomini di Royns hanno avuto una tale paura da fuggire dalla battaglia.”

“Quello, e il fatto che stavolta eravamo noi in numero maggiore. Per una volta vincere senza troppa fatica non è male” rispose Ban, riponendo la spada nel fodero, senza averla usata contro un solo nemico.

Un cavaliere rivestito di un mantello bordato di pelliccia arrivò al galoppo davanti a re Artù.

“Mio signore, grazie per essere venuti in mio aiuto. Sono re Lodegrance, da anni Royns ci attacca con i suoi uomini per portarmi via, poco a poco, parte del mio regno. Te ne sarò sempre grato perché credo che ormai Royns mi lascerà in pace. Vi prego fate tappa presso il mio castello. Stasera avremo  un grande banchetto in vostro onore e festeggeremo la vittoria”.

“Molto volentieri Lodegrance, saremo felici di dividere la tua cena e festeggiare con voi la fine delle prepotenze di Royns”.

Le truppe di Artù sistemarono le tende attorno al castello accesero dei grandi fuochi e misero ad arrostire le carni che avevano mandato dal castello: capretti, maialini, e cervi.

Artù con Ban, Bros, Kay,  e tutto il suo stato maggiore furono invitati al castello.

Artù aveva cercato di ripulirsi come meglio poteva per non sfigurare alla corte di re Lodegrance, ma dopo diversi giorni di cammino e battaglie, non aveva un aspetto molto invitante: i capelli che portava sciolti sulle spalle erano sporchi e mal pettinati, si era lavato il viso, ma gli stava crescendo la barba che non era ancora folta, ma rada e rossiccia. Aveva indosso un giustacuore di cuoio puzzolente e gli stivali infangati. I suoi compagni non facevano diversa figura, ma per fortuna erano gli eroi del giorno e nessuno sembrava fare caso a come erano vestiti.

“Venite, venite, miei prodi cavalieri” disse re Lodegrace invitante, facendo segno ad Artù di sedergli accanto. “Questo signori è il grande re Artù, l’eroe che ci ha salvato da Royns”. Il ragazzo era invece piuttosto imbarazzato e avrebbe preferito restare tra la folla senza attirare tutta l’attenzione su di sé. Diede un sospiro di sollievo quando cominciò la musica e l’attenzione si spostò sui tre menestrelli che suonavano mandolini e flauto.

Al suono della musica gli invitati si fecero da parte e lasciarono un ampio spazio centrale proprio davanti al tavolo del re per fare spazio alle danze.

Tra la folla si fecero largo quattro danzatrici vestite di un velluto azzurro che però ad ogni loro movimento sembrava cambiasse colore, scivoloso e mutevole come fosse acqua, alla testa delle danzatrici c’era una fanciulla bionda con i lunghi capelli sciolti sulle spalle che cominciò aggraziata la danza.

Artù la fissò rapito, non aveva mai visto una ragazza più bella.

“Quella è mia figlia Ginevra” gli disse re Lodegrace “brava vero?”

“bella, cioè brava, bravissima” balbettò Artù incantato dai movimenti aggraziati e dal viso assorto della fanciulla.

Il tempo sembrò restare sospeso durante tutto il ballo, mentre le quattro ragazze intrecciavano le braccia per formare le figure di una danza che per Artù era quasi ipnotica. Poi un fragoroso applauso lo svegliò dall’incantesimo e la musica proseguì con nuove danze.

Le dame della corte, che portavano lunghe gonne dai colori sgargianti e complicate pettinature intrecciate di perle, sorridevano ai cavalieri e li invitarono subito a ballare.

Ginevra si stava dirigendo proprio vero Artù, che preso dal panico stava per fuggire  come avevano fatto gli uomini di Royns nella battaglia.

“Buona sera, mio signore” gli disse Ginevra “potrei avere l’onore di ballare con voi?”

Artù non rispose le tese solo la mano e, come un bambino venne guidato dalla ragazza verso le danze.

Arrivato però tra gli altre ballerini Artù dovette confessare:

“Non so ballare, principessa”.

“Non preoccupatevi, vi insegnerò io”.

“D’accordo, ma smettetela di darmi del voi. Sono un ragazzo come voi, come te”. L’aveva detto in un soffio dopo aver raccolto tutto il suo coraggio.

“Come volete, anzi come vuoi. Ti ho osservato dalla torre quando sei sceso dalla collina con la spada in mano, sembravi un angelo castigatore. Credo che se fossi stata un soldato di Ryons sarei scappata anch’io”.

Artù sorrise sentendosi un po’ più a suo agio: “E’ vero gli abbiamo fatto una bella paura. Non se lo aspettavano, tutto qui. Anche nella battaglia contro i lord del nord abbiamo agito sempre di sorpresa, è il modo migliore per avere un vantaggio sul nemico.”

“Ho sentito di quella battaglia. E’ ormai una leggenda dappertutto, voi eravate così pochi e siete riusciti a sconfiggerli”.

“Bè tecnicamente non è così” la corresse Artù modesto, ma poi si fece prendere la mano e cominciò  raccontarle l’intera battaglia. La prese per mano e uscirono da castello e intanto le raccontava la storia, tutta la sua storia, da quando aveva tolto la spada dalla roccia alla grande battaglia della foresta di Brodgryane. La festa continuava nel castello e fuori dal castello. I soldati attorno ai fuochi, mangiavano, ridevano e ascoltavano vecchie avventure raccontate per la centesima volta, la musica usciva dalle finestre del castello e Artù e Ginevra mano nella mano camminavano in un campo di papaveri raccontandosi le loro vite.

“Ma questo è un usignolo” esclamò Ginevra “devo andare, è quasi l’alba. Chissà cosa penserà mio padre, e la mia balia? Sarà disperata”.

“Sei in compagnia dell’eroe, difesa da ogni pericolo” scherzò Artù.

Ma Ginevra era seriamente preoccupata: “No, devo proprio andare. Non sono mai stata fuori tutta la notte.”

“Scusa, ti riaccompagno” si rassegnò il ragazzo. “Ginevra”.

“Si?”

“Domani, cioè oggi ripartiamo. Promettimi che ci rivedremo. Prometti che mi scriverai?”

“Si. Lo prometto” e Ginevra gli sfiorò le labbra con un bacio e poi scappò via.

Si sentivano ormai molti richiami di uccelli e le stelle erano sbiadite nel cielo. Artù si incamminò all’accampamento dove i fuochi erano ormai rosse braci e qualche soldato cantava ubriaco appoggiato a una sella.

“Finalmente sei tornato” lo accolse Kay già coricato nella tenda che dividevano, “ti ho visto uscire con Ginevra, la figlia del re. Non male quella ragazza. Che furbacchione, sei l’eroe della battaglia e ti porti via anche la ragazza più bella della festa”.

“E piantala” rispose Artù infastidito, non aveva voglia di parlarne, sentiva ancora sulle labbra il bacio di Ginevra, quasi un soffio e temeva che al solo parlare quel soffio volasse via.

Analisa Casali
Analisa, con una enne sola (mettiamo subito le cose in chiaro). Ho scritto libri per bambini e anche no. Giornalista pubblicista ho scritto di viaggi e li ho anche fatti, ho scritto di animali e li ho anche avuti... Oggi ho un gatto, vivo a Cremona e viaggio scrivendo, mentre immagino di scrivere viaggiando...

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