Il mare stride in braccio al vento della notte. La sabbia è immobile, come se non si curasse delle atmosfere circostanti che, con zelo, cercano di spostarla da un posto ad un altro. Questa notte Livorno è un paradiso di sensazioni e di armonia. Ho appena ascoltato della musica fantastica, e adesso mi trovo seduto su un'altalena, proprio a ridosso del lungomare.
Al mio fianco c'è un caro amico. Anche lui, come me, suona il basso elettrico. Potrebbe sembrare un insieme di energie ghiotte di entusiasmo, oppure un connubio tra voglia di suonare e desiderio di stare a guardare il mare, tutta la notte. Sta di fatto che, come di consueto, ad un tratto iniziamo a parlare di... lui. Forse è colpa del Jameson. Non lo sapremo mai. Le mie parole decidono di viaggiare a ruota libera, in un attimo fluttuano tra le sensazioni più profonde. Mi ritrovo in mezzo all'America.
Il resto è solo schiuma marina che sbatte contro le spiagge dei pensieri.

“Le poltrone di questo Jazz Club sono rivestite da una pelle marrone, chiara, e su alcune di esse sono stati accidentalmente versati dei Vodka Lemmon; le macchie unte sulla superficie non sono un problema per i frequenti ascoltatori che il mercoledì sera vengono a sentire le jam session dei musicisti. Ai clienti fissi del Be Bop Bear non interessa la guerra del Vietnam, la politica, e tutte le altre puttanate che vomitano i giornali. Loro arrivano vestiti con abiti sgargianti, in compagnia di donne bellissime, e passano la nottata a battere il tempo con i mocassini sorseggiando del buon whisky. Io sono uno di loro; abito poco distante da qua, sulla settantaquattresima, e amo la musica quasi quanto mia madre. Non c'è niente di meglio che sedersi comodi ed ascoltare questo meccanismo divino, questa energia incredibile che abbiamo inventato noi neri: il jazz.”

“Da queste parti, al Be Bop, ci sono sempre musicisti formidabili sul palco. E' senza dubbio uno dei club migliori della zona. Il gestore è un pappone italiano che non capisce un cazzo, ma ha affidato la direzione artistica ad un pappone sudamericano che ha le mani in pasta più di tutti. Di fianco al bancone delle bibite, in prossimità del guardaroba, c'è sempre appeso il programma musicale di tutto il mese. Lo leggo con molta curiosità tutte le volte che entro, sperando di trovare i nomi dei musicisti che preferisco. Ce n'è uno che mi manda fuori di testa. Tutte le volte che leggo il suo nome arrivo con netto anticipo nel locale, e mi siedo in prima fila. Si tratta di un bassista. Ma chiamarlo così non basta. Non rende l'idea. Alcuni lo definiscono “il Jimi Hendrix del basso elettrico”, altri ritengono che sia un contrabbassista mancato, altri ancora lo chiamano semplicemente Jaco. John Francis Pastorius III, in arte Jaco Pastorius. Mi è sempre sembrato un nome cazzuto.”

“Ci sono istanti della vita in cui tutto ti sembra perfetto. Magari sei sulla montagna più alta del mondo a guardare il tramonto, oppure ti trovi davanti all'oceano a scrutare l'orizzonte sfocato. Può succedere anche mentre ammiri il quadro più bello che avresti mai potuto immaginare, o se sei seduto in una bettola qualsiasi ad ascoltare una musica. Un motivetto perfetto, un accordo soave. Un frullato di note una attaccata all'altra che formano un pianeta stracolmo di adrenalina. Ecco, in uno di quegli istanti potresti ascoltare Jaco mentre suona. Ti sembrerebbe proprio che ogni cosa se ne stesse lì tranquilla al suo posto, a prendere per il culo il destino. Lui sta in piedi con il basso a tracolla, dal quale toglie gli occhi solo per sorridere agli applausi. Muove il collo secondo il suo ritmo, e a volte strizza l'occhio al batterista incredulo che cerca di stargli dietro. Si racconta che un giorno si avvicinò ad uno dei più grandi tastieristi della scena e gli disse: io sono il miglior bassista del mondo. L'altro lo prese a calci, convinto di parlare con un pazzo. Ma si sa, esistono sempre due modi diversi di essere matti. Se rientri nel secondo modo, allora sei un genio.
Sei il migliore di tutti quanti.”

“Stammi a sentire. Quella sera, al Be Bop, Jaco arrivò sul palco con tre quarti d'ora di ritardo. L'orchestra si mise a suonare per distrarre la gente, ma tutti quanti erano lì dentro solo per ascoltare lui. Lo sgomento fu immediatamente visibile, fin dalle prime note dei trombettisti. Alcuni uomini del pubblico, dopo il terzo Jack Daniel's, iniziarono perfino a fischiare. Ad un tratto, Jaco sbucò fuori da dietro il palco. Non guardò in faccia nessuno, prese il basso e si mise al suo solito posto. Prima di fare questo, però, si avvicinò all'orecchio del sassofonista e sussurrò qualcosa. Pochi attimi.
Nessuno poteva credere a quello che stava combinando.”

“Ascoltami, non ti curare di chi ti dice che quel ragazzo era cattivo. Probabilmente ogni tanto esagerava con gli alcolici, forse con l'eroina. Sai, quella roba è stata la fedele compagna di moltissimi jazzisti. Ma non farci caso, non è importante. Quando ti dicono queste cose corri a casa e metti su un suo disco. Potresti accorgerti di volare, senza farlo apposta. Credimi, non fare come quei culi rotti dei giornalisti, che parlano solo delle sue risse. Loro chiacchierano; tu corri a casa, ed inizia a volare.”

“Scusami, non volevo piangere. Ma quando mi viene in mente quella sera... mi si forma un nodo tremendo allo stomaco. Proprio la fortuna di poterla raccontare mi blocca e mi trasforma in un bambino emozionato. Sta di fatto, amico, che Jaco sussurrò qualcosa al sassofonista e si mise a suonare. Quell'ometto, basso e tarchiato, iniziò ad eseguire Donna Lee di Charlie Parker. Pochi secondi... e si accorse che Jaco stava facendo le stesse note con il suo basso. Roba da non crederci. Roba che se fosse arrivato uno zingaro e si fosse messo a suonare Il volo del calabrone con l'armonica a bocca, non sarebbe stata la stessa cosa. Così, con tutta la naturalezza possibile, gli altri musicisti si fermarono per godersi lo spettacolo.
Jaco suonò Donna Lee da solo. Fino alla fine.”

“Sembrava che nessuno di noi si fosse mai scatenato così tanto. Qualcuno decise di rompere i bicchieri, qualcun altro iniziò a pensare ai modi più pittoreschi di raccontare ciò che aveva appena visto. Il nero seduto al mio fianco profetizzò che quel pivello molto presto avrebbe girato tutto il mondo e sarebbe diventato l'idolo di chiunque. In effetti andò proprio così. Pochi anni dopo si esibì sui palchi migliori, sia in America che in Europa.”

“Era un tipo allucinante. Quando ti parlava sembrava che non gliene importasse nulla, e nel frattempo tu riuscivi a ritenerti fortunato. Vedeva il mondo come uno che avrebbe voluto frantumarlo in mille pezzi. Proprio quel gesto, quello di suonare un pezzo di Parker con il suo basso  elettrico, secondo me rese l'idea più di qualsiasi altra cosa. Lui era al mondo per stravolgere tutto, per assemblare ogni cosa che incontrava con il suo modo pazzesco e stravagante. Se solo tu avessi avuto l'opportunità di vederlo suonare, se per una serata soltanto ce lo avessi avuto davanti, allora sapresti cosa vuol dire quando la pelle d'oca arriva fino dietro la nuca. Quando persiste per ore, anche dopo il concerto.”

“Nessuno di noi si aspettava una morte come quella. Una morte da stronzo. Dico davvero, fratello. So che è difficile da capire, ma dopo averlo visto suonare posso soltanto pensare che quella fine non facesse per lui. Dico, è malvagio immaginare che quel talento mostruoso sia stato ucciso a botte da un buttafuori. Un'energia incontrollabile come quella... spazzata via a pugni in faccia. Non è giusto. Non mi darò mai pace. Quell'energumeno assassino deve crepare a colpi di Fender Jazz sulla testa.”

Sorrido, seguendo il tragitto della mia fantasia, e salgo sul treno. Devo tornare a Torino. Sono le nove del mattino, ormai, ma non ho nessuna intenzione di mettermi a dormire. Mi torna in mente di continuo quel giro di basso, così maestoso da sembrare irripetibile. Dopo aver percorso tutti i vagoni almeno tre volte, apro uno scompartimento vuoto e mi siedo vicino al finestrino. Immagino di avere al mio fianco uno di quei neri, quelli che lo hanno visto suonare. Indossa una camicia a quadri rossi, un paio di pantaloni di lino e degli stivali con la punta arrotondata.

Ha la voce rauca e, di tanto in tanto, si toglie dal labbro dei pezzetti di tabacco.

Poi mi parla. Lo fa come se avesse qualcosa di importante da dirmi.

Lo fa come se volesse schioccare le dita per accompagnare il ritmo delle sue parole.

“Quando arrivò la notizia eravamo già tutti vecchi. Jaco morì nel peggiore dei modi alla fine degli anni ottanta. Poco tempo prima iniziarono a circolare notizie del cazzo, tipo che lo avevano sorpreso strafatto di eroina con sei troie nel letto. Noi in quelle occasioni ci ammazzavamo dalle risate... e ripetevamo: sarà sempre il migliore. Perchè è così che funzionano le energie, caro mio. Puoi girarci attorno, puoi parlare di lui alludendo a qualcos'altro, puoi ritenerlo uno qualsiasi. Ma lui era il migliore, dai polsi all'anima. Non esisterà mai una seconda opinione.”

A Jaco Pastorius, per sempre.

Marco Fratta
Marco Fratta

Marco Fratta è nato a Torino nel 1987, ma vive e lavora in Irlanda, a Dublino. Scrive romanzi, poesie, racconti e suona il basso elettrico. Ha pubblicato il romanzo “La scatola nera” (La Riflessione 2007) e le raccolte di poesie “Il ronzio degli insonni (Lulu 2009) e “Zitti nel frastuono” (Amazon 2013). Il romanzo d’esordio è stato pubblicato anche in lingua francese in formato ebook (La Boîte noire, Abelbooks 2012, traduzione a cura di Marie-Bernadette Giraud). Con il romanzo inedito “Il pittore di parole” ha vinto il Premio Faraexcelsior 2012, ottenendo la pubblicazione per conto di Fara Editore. Nel 2009, con la collaborazione degli attori Alan Mauro Vai e Vincenzo Di Federico, ha creato il “Marco Fratta Reading Project”, forse il primo reading italiano su sottofondi di basso solo. Alcune parti dello show si possono trovare su Youtube e Vimeo. Da sempre appassionato di Rock Progressive, ha suonato con promettenti formazioni di rock d’avanguardia, ma ha anche collaborato con alcuni cantautori tra cui Mezzafemmina (al secolo Gianluca Conte). Per lui ha arrangiato e suonato le parti di basso del disco “Storie a bassa audience” prodotto da Gigi Giancursi & Perturbazione.

Suoi ultimi post

5 Commenti

  1. Mi aggiungo a questo omaggio e m'inchino.
    Jaco e la musica, vicendevolmente posseduti.
    Il più grande.

  2. Prima di lui qualcosa, dopo di lui tutto. Eppure: mai nessuno come lui.
    Biografie del genere si contano sulle dita...

  3. Bel pezzo, crea la giusta atmosfera per entrare dentro la figura del personaggio, un grande artista, forse troppo grande per rimanere dentro un corpo umano troppo a lungo...


Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commento *

Name *
Email *
Sito