Moi, je vais me marier. L’avrebbe gridato al mondo intero se avesse potuto e difficilmente la tratteneva in bocca questa convinzione; affascinata, il bagliore magico dei faretti in quell’angolo dei suoi pensieri le pareva la cosa più dolce che avesse mai visto, quasi quanto sua figlia. Era tutto sull’abito da sposa che avrebbe voluto indossare, che aveva visto in chissà quante vetrine di passaggio nelle faccende domestiche. E ovviamente avrebbe anche preteso che non era così per orgoglio.

Non era impossibile per lei. Intendo i suoi piani di cancellare la sua vita precedente e l’attorno, o anzi, andava fiera del suo passato in qualche modo e anche nonostante tutto quello che si poteva dire. Ma doveva ricostruire; i suoi quarantacinque o cinquant’anni erano un dato trascurabile per la giovane che dentro si sentiva. Il tempo non l’aveva cambiata, era la stessa che si truccava anni addietro in ogni vetrina e che non si faceva vedere dal padre chiuso di mente, che faceva pazzie e stupidaggini a non finire. Giovane come anni addietro, come quando il suo primo momento d’amore s’infranse dinnanzi alle carte dell’avvocato, che non dovette convincerla più di tanto per sancire la rottura tra lei e il suo ex marito; dissero che lui fece bene a prendere quella decisione... Fu la prima volta che si trovò davvero a terra. Già, quella notte la portava ancora viva dentro sé, il trucco sbavato dalle lacrime, gridò finché ebbe fiato trai singhiozzi, con le mani ne ruppe di cose prima d’addormentarsi sul pavimento della cucina da pazza qual è ancora oggi. Lo stesso avvenne la sera successiva. Aveva ottenuto l’affidamento almeno, ma non la faceva star meglio. Malgrado tutto quello che distrusse, vedendo la sua bambina piangere disperatamente, la sua bambina dagli occhi identici ai suoi, seppur di colore diverso, si sentì ancora più distrutta di qualunque cosa ci fosse stata attorno. Mi raccontarono degli abbracci nel lettone, di come la accarezzò, di come la tranquillizzò proprio come nelle altre notti in cui sognava di mostri e momenti paurosi, e sua madre era lì a baciarne la fronte e a tenerle il cuore addosso. Così avrebbe fatto per lunghe ore anche il mattino successivo.

Avrebbero mescolato raramente le loro lacrime. Si sa che due caratteri così simili dialogano con gli schiaffi e gli insulti, le unghia e quella distanza da cui sorridersi. La vita dell’una ostacolata dall’altra nelle scelte, la parola stronza che vola spesso e volentieri, o sthrònsà per mezzo quell’accento della madre così odioso. Eppure unite.

Sua figlia, invece, beh si, lei l’avrebbe spinta ad andare avanti in qualche modo. Le stette sempre accanto, divenne una ragazzina che cresceva, fece finta d’allontanarsi, passo dopo passo, gli occhi attenti della madre sempre addosso e si imitavano reciprocamente riconoscendosi; altro c’era tuttavia. Cambiò vari posti di lavoro, anche parecchi uomini. Divenne quasi sintomatico del suo modo di essere giovane dentro, quel fare un po’ la gatta morta, giocare coi capelli castano chiaro quasi fosse veramente una ragazzina.

Aveva rimesso il trucco al proprio posto, s’era curata un po’ di più ed era ritornata quella di prima. Pure quel viso menefreghista, a tratti altezzoso, era tornato. Aveva trovato un altro uomo, lo vidi di sfuggita, i capelli diradati bianchi e grigi puzzavano di vecchio e stonavano con lei che avrebbe venduto l’anima al diavolo volentieri per apparire ancora giovane, ecco. Le giovani che non si sposano più, in effetti, eppure lei voleva. E, nonostante non se ne fregasse un accidente di chi aveva condiviso qualche anno di matrimonio con lei e teneva la figlia nel fine settimana, voleva fargliela vedere. In quei momenti, specie in quelli di pazzia, sembrava ancora più giovane, se non una bambina piena di capricci.

Chissà come si incontrano certe persone sole ad una certa età, qualcosa di buono l’aveva. Si potrebbe dire lo stesso di tutti. Le voci che le ronzavano attorno non lo dicevano. Chiamai a casa sua un pomeriggio, non per lei, ma rispose, ciarlando mi disse je vais me marier, io mi sposerò, o meglio mi sto per sposare. E quel futuro immediato francese parlava tanto per lei. Credo lo fece molto più della contentezza con cui me lo disse. Non so.

Finì per addolcirsi con tutti. Probabilmente questi lati nascosti, se li aveva, l’avrebbero resa amabile. Almeno non solo per ciò che c’era da guardarla all’esterno.

Lei gli chiese di sposarla, una richiesta inconsueta. Per dirla facile, sono andate così le cose. Le voci non c'entravano. La cosa importante era arrivare davanti a un sindaco o qualsiasi dannata autorità, finirla lì o iniziarla là. E al di là del sesso, ne trovò di espedienti, ne provò. Affidargli le sue cose, dividere più tempo insieme, stringerlo alla sua bella figlia per spingerli a familiarizzare, ma sembravano due continenti alla deriva e ognuno se ne andava dalla propria parte. Per loro, lei non era esattamente la terra, avrebbe voluto esserlo per far sì che ognuno di loro, per reggersi in piedi, avesse fatto affidamento su di lei. Ora scontava il risultato del suo voler fare l'indipendente a tutti i costi in passato, quando era inflessibile. Ma vedeva di buon occhio l'indipendenza del suo sangue che incominciava ad indossare vestitini, era fiera. Tornando al compagno, una volta, poi, riuscì quasi a trascinarlo a un matrimonio, vestì sopra l'abito verde uno spiffero di gentilezza e da qualcuno riuscì a farsi chiedere quando si sarebbero sposati. Per poi fare risatine ipocrite. Era quello che voleva. Riprovò l'escamotage, ma lui non la seguì. Non sembrò accusare. Tornò comunque alla carica e qualche litigio c'era. Decise di intestargli casa propria. Forse era pazza davvero per osare tanto.

E poi ci sono gli altri particolari che non sono noti a nessuno. Il suo modo di giocare su due piani di single incallita e quello di donna ormai improntata a raccogliere i pezzi di ciò che aveva perso per costruirsi una vita, un dannato qualcosa, assieme a qualcun altro. Amare di nuovo una famiglia come quelle tradizionali. Forse era responsabilità, accettare una vita da donna sola a causa dei suoi errori, sempre a detta di quelle voci, e oltre quelle aveva anche le voci delle proprie di persone vicine che conoscendola sapevano che sarebbe finita ancor prima di cominciare a causa di quel suo carattere tremendo e per i polveroni da cui difficilmente si staccava. Dall'altra aveva la sua piccola famiglia in mente, allargarla non era la cosa giusta, non per sua figlia.  Avrebbe anteposto la propria libertà solo per lei e basta.

Faceva pensare, quel compagno che aveva vicino era un compagno di compagnia e basta. Remissivo e distaccato, che si comportava come un uomo sposato da una vita intera, con l'entusiasmo già bello che seppellito. Nient'altro. Non voleva questo. Se questo significava quel vestito bianco. Smise di dire quella frase, dicendo basta. E poi nei sogni vedeva ancora lo stesso scenario. Voleva essere viva. Lo voleva iniziando una nuova vita davanti al sindaco e ne sentiva di storie di matrimoni in comune per immaginare meglio il suo momento...
Nessun preparativo era ancora stato fatto a quanto seppi.

Lui pensava alla situazione. Sarebbe andata avanti alla stessa maniera di certo, la prese più alla leggera, cominciò a crederci anche lei. Gli stalli hanno finali già scritti.

Partì per qualche settimana, la vacanza, le solite cose e se ne fregò delle voci. Si comportò da donna libera. Così dissero le voci, e le voci arrivarono alle orecchie del compagno.

Strano notare come le cose che costruisci crollino per la rabbia in pochi secondi. Chissà poi quanto davvero era stato progettato e quanto realizzato; nessuno voleva sentire ragioni, a entrambi stava bene tutto e lei avrebbe tirato a campare come sempre. Come si era abituata a fare da una vita.

Si trovò intorno alle undici del mattino in casa dai genitori con sua figlia. Si nascose ai suoi occhi, strappò l'abito nuziale dai suoi piani per il futuro.

Non si sa se quelle voci erano vere, mi dissero che le voci, quando ci sono in giro, qualcosa, pur se minimo, dev'esser per forza accaduto. Un po' ci credo, un po' ci pensai che non avrebbe più avuto il destino che voleva e me ne rammaricai, risentii nella testa le sue parole: moi, je vais me marier. E come tutto era stato distrutto in maniera silenziosa. Rimase la persona incapace di costruire qualcosa di duraturo. Da stupida più che da donna.

Quella notte pianse,  non si fece più vedere così da nessuno.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni

Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino.
Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea.
Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti.
Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: “Sospiri”. In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto “Tenebre”.
Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo “Dove non cantano gli angeli”.

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5 Commenti

  1. Da stu­pida più che da donna....

    Ecco, si, era proprio il finale che ci stava meglio. A seconda dei punti di vista, Giuseppe, non sei d'accordo?

  2. Già, in effetti, era l'unico finale possibile. Ho ripensato a questa storia per puro caso e dentro mi son sentito male, nonostante gli errori che potevano esser stati compiuti e che sono stati debitamente ripagati. Ma d'altronde chi è nato in questo egoismo irrazionale non può che vivere così, determinando purtroppo o per fortuna anche le vite degli altri, oltre alla loro.

    Sono persone che sanno di essere state stupide, ma non lo diranno mai. Questa è la verità, ma è questa illogicità a renderle tragicamente interessanti, quasi abbiano fine catartico.

    • ....fantastica... ma come fai!!??? attendo la prossimaaaaa

  3. trovo che si possa anche essere stupidi, e non occorre nemmeno ammetterlo agli altri, ma dall'errore ci si può riprendere. Ma questa tua protagonista non può certo farlo da sola. L'ho vista cadere e ricadere e ogni volta è inciampata in ciò che non vedeva.

    • A volte penso che le persone nascano con una predisposizione ad amare o a vivere in un dato modo, e vivono rinchiuse in una campana di vetro impalpabile e mai riusciranno a capire i propri sbagli o a ovviare alla propria infelicità. E se ci riescono è un caso fortuito. Ma è anche vero che la maggior parte delle persone riesce a trovare una cognizione della realtà non basata sull'irrazionalità delle relazioni


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