Il mio capo dice che sono depressa perchè mi vesto sempre di nero. “Col giallo staresti bene.” mi dice sempre “Prova ogni tanto.”

Ha trent’anni il mio capo, cinque più di me, ma sembra mio nonno. Dev’essere successo qualcosa nella sua vita, qualcosa di terribile, che ha portato questo brillante laureato in Lettere Classiche con tanto di tesi pubblicata, un passato da assistente universitario, qualche collaborazione letteraria qua e là, e tutto il resto, a fare il manager di una libreria in franchising come quella in cui lavoro.

Un maledetto discount della letteratura, ecco cos’è; un’orribile vetrina in cui sono esposte, a seno scoperto, le peggio cazzate che i peggio cazzoni di questo pianeta hanno deciso di vomitare sulla carta in cambio di una quantità di denaro vergognosa e di alcune oscene comparsate televisive. Una macelleria letteraria, dove l’arte della scrittura è quotidianamente smembrata, impacchettata, incelofanata e spacciata ai clienti un tanto al chilo con asettica efficienza.

Ogni giorno, insieme al Capo e ad altri tre falliti come me, propino alla peggio gente le peggio cose e vorrei vomitare ogni volta che li vedo uscire soddisfatti dalla porta con l’autobiografia del calciatore, il romanzo esistenzialista del dj quarantenne divorziato, il thriller dell’autore televisivo o il romanzetto rosa della velina sottobraccio.

Ogni tanto sogno di essere uccisa da Jean Paul Sartre.

Mi insegue di notte lungo un vicolo di Parigi con aria minacciosa e distratta. Io cerco di urlare ma la voce non mi esce e allora mi metto a correre. Le scarpe col tacco dodici che indosso scivolano sul pavè umido ad ogni passo e lui si fa sempre più vicino, sempre più vicino, finché non inciampo e precipito a terra ferendomi le mani e le ginocchia. Lui incombe sul mio corpo riverso come un’ombra di granito, si china su di me e, dopo avermi baciato castamente sulle labbra, mi pugnala a morte con una penna stilografica. Dieci volte, venti. Volto lo sguardo in cerca d’aiuto ma non c’è nessuno. Solo Simone de Beauvoir che fuma poggiata ad un lampione e mi sorride sconsolata. In lontananza qualcuno mette un disco e le note di “Non, je ne regrette rien” risuonano tra le mie dita e l’acciottolato lucido. Chiudo gli occhi mentre Sarte e la de Beauvoir mi vegliano abbracciati con sguardi tristi da genitori ideali.
Ovviamente il sogno è in bianco e nero e io indosso un basco. L’unica nota di colore il rossetto di Simone.

VeraLiberta
VeraLibertà nasce a Milano ma, ben presto, scappa in cerca del mare. Scrive, da sempre, su tutto quello che le capita a tiro: fogli, scontrini, muri, a volte anche sulle proprie mani. Quando non scrive, scatta fotografie, legge o dorme. Ha una vera e propria cotta per gli haiku giapponesi e per la poesia contemporanea. Da grande vuole fare il pirata. Ha pubblicato due libri di poesie: "Le stelle dono andate tutte al cinema" e "Biologica al 97%". Fa parte di Nucleo Negazioni.

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3 Commenti

  1. Amara riflessione letterari... con un sorriso.

  2. bello bello :))


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