Era un proiettile stanco, senza voglia di andare da alcuna parte

Ormai ci passa giorni su quei binari. Il ferro, le pietruzze, l’aria arroventata dal mezzogiorno passato. Si sono tornate ad aprire le braccia di un abbraccio, pure se finto. Etereo, come tante promesse. E tutto l’aiutava a non pensare in qualche modo ai suoi casini da grande che gli erano ricaduti sulle spalle.

Era scappato ancora una volta da quell’orfanotrofio improvvisato. Le suore poco se ne fregavano dei figli della guerra, avevano tutti la stessa faccia, maschi e femmine, bambini e ragazzi, con ambo i genitori o no e così via. Questo per loro, ma non solo per loro, probabilmente. D’altronde, le insegni male le ave maria e padri nostri a ragazzini quasi tutti analfabeti, con ciascuno centinaia di motivi per bestemmiare; ma, soprattutto, molti di quei piccoli bastardi erano da considerare per quel che erano: un peso. E se le stesse madri che li avevano messi al mondo, in quel mondo, se ne erano separati un motivo c’era, dopotutto. O così si giustificavano, dato che odiavano i sacrifici che dovevano fare per sfamare quei disgraziati.

Tutti, chi più, chi meno, erano figli della guerra. La guerra, la guerra era ovunque. La guerra continuava, la guerra era ormai vinta, per altri era persa. Lui ne sapeva qualcosa della guerra, ricordava le marce per la mobilitazione. Al telegiornale, nella televisione in bianco e nero che aveva a casa, non si parlava d’altro, ora di nemici, ora di alleati. La fame che continuava, continuava, continuava e lui la sentiva fin dal profondo dello stomaco.

Una volta, prima della svolta, preso da ira per quelle bombe che cadevano su quella cittadina tranquilla del sud, tese un agguato a due ameri-cani tirando una pietra pesante dal tetto di un edificio ridotto in macerie, mancò il suo bersaglio. Non si chiese se fosse giusto o no, ma in seguito fu contento di averne gambizzato uno con una pistola trovata tra gli effetti personali, lasciati indietro, da qualche tedesco ormai lontano. Scappò veloce finché il cuore e il fiato glielo permisero, gettando l’arma chissà dove. Era ormai lontano dalla città; fu un attentato reazionario, girarono così le voci nei giorni successivi.

Era ancora vivo, ma cavolo se aveva avuto paura. Che cazzata che aveva fatto, si disse tra sé e sé... Poteva perdere la vita in un soffio e di lui non se ne sarebbe saputo niente con tutta certezza. Avrebbero detto che era scappato da qualche parte, oppure avrebbero detto che sarebbe morto accidentalmente, come succedeva a tanti. E lui era uno dei tanti ad essere arrabbiati, ma la colpa non era loro se lui era lì a ripensarci al suo di futuro, ora che sua madre l’aveva mandato in quell'orfanotrofio dopo la morte del padre perché non riusciva a mantenere la famiglia. Avrebbe lottato con tutte le forze per riaverlo, ne era certo, lo sperava, dato le storie di sangue che vedeva tutti i giorni davanti. E, in effetti, un colpo di pistola non avrebbe cambiato niente, come non avevano cambiato niente tutti quelli esplosi in precedenza, fossero essi venuti da destra o sinistra e ovunque fossero essi indirizzati, a neri, rossi, blu.

Un’altra vita bruciata poi, non avrebbe cambiato tanto, forse, proprio come quei proiettili…

Lui era un proiettile stanco. Senza voglia di andare da alcuna parte.

Più in là vide una ragazzina camminare sulle traversine alla sua sinistra. Pareva quasi contarle a ogni passo che faceva. La gonna bianca ondeggiava, come i ciuffi d’erba e le erbacce al ciglio del muro che conteneva le rotaie, dove si trovavano loro, tra un colonnato di pali dell'alta tensione, ormai dimenticati.

Erano loro la periferia di quel piccolo mondo senza anime, alberi e palazzi vuoti, troppo alti. Tutti i vetri, lasciati lì da chissà chi, a guardare quegli schizzi disegnati sui muri con le bombolette spray accanto a loro, che, come essi, ardevano silenziosamente e non sapevano cosa volessero comunicare, quando l’uno si voltò e vide l’altro.

Fu lei a tornare indietro e ricontare di nuovo, uno, due, tre. Gli arrivò vicino. La voce dolce di lei gli calmava il cuore.

“Sai, non dovresti stare sui binari” disse.

“…Ormai, di treni, qui non ne passano più, non ancora”. Rispose lui, continuando a fissare gli occhi profondi di lei in cui quei binari parevano continuare all’infinito.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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7 Commenti

  1. Un proiettile stanco....

    niente male davvero, mi piace soprattutto l'ambientazione cruda....e questi figli di nessuno, o di puttana, a seconda dei punti di vista.

    Complimenti

    • Concordo. Alla grande.

  2. Giuseppe questo racconto è scritto benissimo...complimenti, concordo anche io con Guido e Nevrotico

  3. Non so se è il secondo o terzo racconto che leggo di te
    Scritto veramente bene, anche io mi unisco ai complimenti degli altri

  4. Bel racconto. Porta dritto chi legge fino a quegli stessi binari, ma arricchito di tutto quello che hai seminato intorno

  5. Non trovo altro da aggiungere a quello già scritto qui sopra.
    L'ho letto con la leggerezza che una buona scrittura permette, coinvolgendo il lettore fin dalle prime righe.
    Complimenti e grazie!


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