Fatih - la notte del destino

La sera a Sultanahmet profumava di freschezza. Era il periodo del Ramazan, come lo chiamano in Turchia, la città dopo le austerità del giorno, la monotonia dei tram sempre in corsa e il digiuno, s'animava, lasciando sui veli delle ragazze e delle donne, i colori più vivi e le loro fantasie così differenti. Facendole muovere come uno sciame disordinato di farfalle intorno alla moschea blu.

Noi in quei giorni d'agosto c'eravamo già stati. La città era bella moderna, ogni giorno ce ne sorprendevamo sempre di più. I pali della luce ai piedi delle porte ricoperte d'arabeschi confondevano il nostro senso dello spazio, ingannandoci con visioni di passato, presente, esotico, comune. Un uomo che viene da così vicino a noi, difficilmente se lo sarebbe spiegato, se non ricordandosi di fiabe.

La moschea nuova ci osservava ogni volta, era diventata il nostro crocevia. Non saremmo passati da nessuna parte senza incrociarla e noi la salutavamo di buon grado; quella sera il Bosforo era calmo, bello caldo. I dervisci ci aspettavano, ci avevano detto di diffidare di quasi tutti gli spettacoli, molti ruotavano di professione non di vocazione. L'appuntamento era per le otto, le nove. Safa, il mio amico di Izmit, ci avrebbe accompagnato. Ci incontrammo parecchio più tardi a causa di un'incomprensione sul luogo dove vederci, e mentre lui arrivava a Sirkeçi, noi eravamo già sul bus per Fener, attendendoci entrambi. Che stupidi. E i discorsi con la polizia di guardia, fuori una chiesa ortodossa, un gatto che ci intratteneva.

Dopo un'ora Safa giunse, prendemmo un taxi. Non sapevamo cosa aspettarci da quello spettacolo. Io, avevo forse ancora qualche idea in meno; Safa indicò il luogo al tassista in turco, Fatih. Quanto risultava musicale il suono di quella lingua. Il suo look è molto moderno, rappresenta il ragazzo turco di oggi, con la parola hosgeldin (benvenuto) sempre in bocca, vestiti e musica occidentale. Ci guidò ovunque;  il suo cognome significa spada, sottile come la sua simpatia e voglia di fare e camminare, e accanto a questi tratti il profondo spirito religioso, che a poco a poco altre persone abbandonavano.

Come fu strano quando noi tre italiani ordinammo un çay e lui e Nihal presero un Nestea! Il locale era quello di Nihal vicino al centro storico, ora lei è riuscita nel sogno di diventare stilista dopo gli studi in Italia.

Le strade di Fatih erano poco illuminate,  per la prima volta vedemmo persone chiedere semplicemente l'elemosina sulle scale di questa congrega, come noi ai nostri semafori. Tornammo a casa per un momento, come quando Safa mi disse che il ponte sul Bosforo non era più percorribile a piedi, si volevano prevenire suicidi e quello era un luogo ideale dove far finire una vita. Dentro pensai che certe malinconie, è vero, sono comuni a tutti gli uomini e a tutte le donne del mondo.

Era già molto tardi, stavamo per entrare nella sala dove i dervisci si riunivano togliendoci le scarpe, quando Safa ci salutò e ci augurò buon viaggio, poiché non ci saremmo più visti dopo quel giorno. La gola rotta. Salutandolo gli dissi che in Italia avrebbe sempre avuto un amico. E guardando i dervisci roteare non riuscivo a smettere di ripetere la scena, un film che si ripeteva nelle espressioni trasognate dei dervisci, che giravano e giravano e giravano, e sebbene fossimo tutti vicini ci sentivamo come soli davanti a quello spettacolo. Nell'altra sala un canto e la preghiera di almeno trenta persone, sembrava che lo spirito di Dio fosse entrato in quella sala e li avesse posseduti uno per uno facendoli ondeggiare e cantare all'unisono.

Andammo via in uno di quei taxi che corrono in modo pazzesco... La moschea nuova era lì anche quella sera. Sul letto scrissi:

...Chissà perché Dio semina le amicizie nella distanza e lascia fiorire amori che spesso appassiranno

Bevemmo un tè, prendemmo sonno tardi. Sembrò che le due notti si susseguissero senza il mattino, fu l'ultimo giorno della nostra permanenza a Istanbul. Fu emozionante con la nave varcare l'acqua e arrivare fino alla costa asiatica della città. Quella sera Serdar ci invitò a prender parte alla cena tipica del Ramazan, sapeva di qualcosa di perso per noi occidentali abituati alla velocità. Ognuno condivideva qualcosa, passandolo all'altro. Attraverso il digiuno della giornata era inoltre comprensibile la sofferenza d'altre persone. Il tramonto, intanto, passava e il sole andava verso l'Europa, uno spettacolo mozzafiato dalla sua terrazza a due passi dallo stretto.

Sopraggiunse la luna e le stelle, il canto del muezzin fermava il tempo e l'anima quasi, come un incantesimo. Fu quella sera, alla luce della luna che mi venne narrata la storia di Rabia Basri, di come ella un giorno correndo per le strade di Bassora recasse in una mano una torcia, nell'altra un catino pieno d'acqua. Alla meraviglia delle persone ella rispose dicendo che col catino avrebbe spento le fiamme dell'inferno, mentre con la torcia avrebbe incenerito tutte le promesse del paradiso, così che gli uomini avessero potuto amare il loro creatore, non per una ricompensa, non per timore, ma per ciò che era ed è.

Mi sentivo come Rabia, ero nel suo mondo. Mi vedevo senza inferni in cui bruciare e lontano non avrei visto alcun paradiso per il quale morire. Ma se esiste una notte del destino, come quella che diede vita al mese santo di Ramadan, quella in cui il Corano venne rivelato, la mia notte durava da tempo ed ogni giorno era una rivelazione alla ricerca di me stesso. Nessun peccato da perdonare, nessun desiderio imperdonabile che mi storcesse la vita e la rendesse invivibile.

La notte tese le sue braccia sotto la moschea nuova. Le sue braccia stanche, le lanterne di Istanbul si spensero attorno a noi.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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2 Commenti

  1. Bellissima l'atmosfera evocata *_* deve essere un posto davvero bello da visitare, ovviamente però avendo già qualche idea di ciò che si va a vedere e provare... La storia di Rabia Basri è bella e suona familiare eheh

  2. trovo molto interessante questo racconto. Suggestivo il viaggio del protagonista che si trova a percorrere la strada più difficile, quella dentro di sè e in un mondo e una religione che sono assai diversi da quella di origine. Ho visto una volta qui in Italia dei Dervisci ballare e la sensazione che Dio sia con loro e parli attraverso loro è forte, tangibile. Bravo.


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