Elena le parole le ha perse lungo il cammino. Le ha perse in tutte quelle speranze infrante, in tutti quei sogni lasciati indietro perché la vita la spingeva avanti, verso un meglio che non è mai arrivato.

Finché era piccola poteva vivere della speranza che il domani sarebbe stato migliore.
Finché era piccola poteva sognare qualcosa di diverso da quello che era il presente.
Finché era piccola credeva che avrebbe potuto scalare qualsiasi montagna e si esercitava intanto scalando quella di fronte casa, quella che vedeva ogni mattina affacciandosi alla finestra della sua camera.

Crescendo poi il metro di misura era cambiato, era diventata più alta e di quella montagna era rimasta solo una collina che dal livello del mare misurava circa duecentocinquanta metri contro i cento della sua casa.

Quando Elena grazie alla geografia aveva aperto gli occhi, aveva anche chiuso la porta della saggezza, quella sana e irresponsabile che è propria dei bambini.
Questa saggezza non ha niente a che vedere con quella degli adolescenti che è una saggezza sconsiderata e non prende in considerazione nulla né il cuore né la ragione.
Non ha niente a che vedere nemmeno con la saggezza degli adulti che si sono fatti le loro esperienze e prima di mettere un piede in fallo ci pensano mille volte lasciandosi scappare l’attimo o, se il piede lo muovono verso una qual si voglia direzione, seguono la razionalità travestita da cuore perché il cuore loro non lo sanno più ascoltare.
Non ha niente a che vedere nemmeno con la saggezza degli anziani che non hanno forze per combattere, accettano quello che è stato e vivono dei ricordi, quei ricordi che assumono il dolce amaro di qualcosa che non tornerà mai più. La loro saggezza è completa perché cuore e ragione si sono riappacificati ma nessuno li ascolta più.
Quella dei bambini invece è una saggezza che nasce dalla non esperienza che segue la volontà del cuore anche se poi le gambe e le braccia ancora non sono in grado di supportarli abbastanza.
E purtroppo nemmeno gli adolescenti e gli adulti sono in grado di aiutarli. Forse gli anziani sì, quando ancora hanno voglia di raccontare. Attraverso il racconto orale si celano verità e si tramandano esperienze, sogni che qualcuno ha la voglia di portare avanti. Attraverso il racconto si trasmette forza e si nutre il cuore.

Lei le parole le ha perse lungo il cammino insieme alle foto sbiadite di una vita immaginata in mille modi, ma la vita gliene ha ha restituite altre che invece non aveva propriamente immaginato o forse sì, nei momenti di paura sì, le aveva immaginate.

Oggi è stanca di correre. Ha perso non solo le parole ma anche la forza di andare avanti verso quel futuro che ormai è divenuto già passato.
Ha corso così tanto ad inseguire qualcosa che si è dimenticata di vivere davvero il presente e, quello che è riuscita a carpire di bello dalla vita, le è sfuggito troppo velocemente lasciando solo ricordi.
Un piede nei ricordi, l’altro in ciò che non c’è e che forse non ci sarà mai. Ma nessuno dei due nel presente.

Oggi Elena è stanca, si sente mille anni addosso.
Oggi non corre verso la metropolitana sperando di salire sul primo convoglio. Si è fermata molto prima della stazione, si è fermata sul fiume e affacciandosi dalla balaustra ha buttato in mare tutte quelle fotografie sbiadite di un futuro che non è mai arrivato, di un presente che si è dimenticata di vivere, di un passato che non le interessa più.

Se ha perso le parole allora può perdere anche immagini devianti. Ha bisogno di spazio e di tempo e di vivere.
E correre ogni giorno per assicurarsi un domani non è vivere. Sedersi ad una scrivania otto ore al giorno non è vivere. Preparare di corsa una cena e consumarla davanti alla televisione accesa non è vivere.

Mette la mano in tasca ed estrae la prima foto: lei che canta, al posto del microfono un birillo. Ridono i suoi occhi di bambina mentre canta. Voleva diventare una rock star come quella che piaceva tanto alla sua mamma. Lascia cadere la foto che, trasportata da piccole folate di vento, cade sull’acqua increspata.

Ne tira fuori un’altra: lei con i suoi genitori seduti su una coperta mentre fanno un picnic all’ombra di una grande ciliegio. La sua bocca è rossa di cerase appena mangiate. Ride anche in questa foto. E anche lei come l’altra cade giù.

Una per una le tira tutte fuori dalla tasca gonfia di ricordi che le pesano. Una per una le guarda e le lascia andare: il suo primo amore mentre abbracciati sorridono all’obiettivo con il sole che tramonta dietro la linea dell’orizzonte; il giorno in cui si è laureata con in testa il cappello che aveva coperto la sua voglia di divenire una rock star; insieme ad Argo, il cane che ogni giorno portava fuori mentre si concedeva del tempo con i suoi amici; il giorno del suo matrimonio quando credeva che cambiare casa e vita le avrebbe ridato la forza di credere; lei mentre abbraccia suo figlio appena nato; la casa in campagna dove aveva vissuto coi suoi con i gerani alle finestre e un immenso rosmarino nell’aiuola davanti alla cucina; suo figlio Enrico mentre sale in sella alla sua prima moto 50 e sorride di quel sorriso che a lei ricorda quello di quando era bambina; Marco suo marito mentre spegne le sue cinquanta candeline dimenticandosi ancora una volta di esprimere il desiderio; lei con una espressione di stupore strappata da un cellulare il giorno del suo quarantacinquesimo compleanno quando suo figlio e suo marito le hanno organizzato una festa a sorpresa.

L’acqua del fiume scorre e porta via con lei quelle immagini che nella tasca di Elena pesavano troppo.

Il telefonino squilla nella sua borsa. Il presente la chiama, lei non vuole esserne risucchiata, lei vuole vivere. Apre la borsa. Il display si illumina mentre dal suo ufficio la chiamano con insistenza. Sorride e pensa per un attimo di buttarlo nel cestino a pochi passi da lei. Si limita ad attaccare e a spegnere l’aggeggio infernale che non lascia spazio alla solitudine.
Lo ripone nella borsa. Dà un’ultima occhiata alle fotografie disperse. Qualcuna sta già affondando.

Si incammina verso i tavoli di un bar all’aperto, si lascia cadere sulla sedia di vimini mentre i raggi di una nuova primavera le scaldano il viso, le illuminano i capelli e arrivano fino al cuore di una bambina che una volta voleva diventare una rock star.

Passa un’ automobile e dal finestrino aperto la voce di Patty Smith le fa tornare la voglia di cantare.

httpv://youtu.be/OxvxQij3IbQ

 

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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8 Commenti

  1. una delle mia canzoni preferite in assoluto credo... da quello che si capisce Elena alla fine ha buttato nel fiume tanti 'bei' ricordi... ma forse quando si lascia andare un sogno anche le cose belle che vivi perdono di lucentezza... I sogni vanno tenuti stretti.

    • Elena non butta sogni nel fiume ma ricordi e foto sbiadite, foto nelle quali ritrova proprio quei sogni dimenticati nei suoi occhi, nei suoi gesti.

  2. "E cor­rere ogni giorno per assi­cu­rarsi un domani non è vivere. Sedersi ad una scri­va­nia otto ore al giorno non è vivere. pre­pa­rare di corsa una cena e con­su­marla davanti alla tele­vi­sione accesa non è vivere."

    Non è vivere Mary...

    • Già Nevrotico non è vivere eppure quanti ci si ritrovano in questa descrizione?"

      • Penso la maggior parte della gente...
        Perchè poi alla fine è dura non lasciarsi risucchiare nel vortice della normale "non-vivenza" e quando lo si fa forse sono proprio quegli isolati ricordi, quelle fotografie sbiadite

        E se uno ci si ferma a rifletere sopra rischia di impazzire ...

  3. Tutti quelli di cui parliamo oppure che ci sono affondati dopo...altrimenti non avremmo che scrivere.


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