Giacomo era fermo ad aspettare, in piedi, moderatamente nervoso; guardava il parco, le panchine vuote di metà inverno, le aiuole spoglie,il bar del chiosco, dove l’estate facce di camerieri in camice da quattro soldi giravano tra i tavolini in plexiglas a servire bevande e gelati, ormai malinconicamente chiuso.

Il parcheggio per le auto distava circa dieci metri dal punto dei giardini pubblici dove si erano dati appuntamento con Alice; lui era arrivato con venti minuti di anticipo. I suoi pensieri erano interrotti ogni tanto dal rumore di foglie secche calpestate da qualche temerario jogger, o dal passo ghiaioso lento di un cane con il proprio padrone; per il resto il parco era un semideserto pomeridiano illuminato dalla luce del sole sfocata, ingrigita e impigrita da nuvole immobili e senza contorno né forma,  filtrata dal cielo con gli occhi semichiusi. All’ora prestabilita Alice si avvicinò piano a Giacomo, quasi senza far rumore; sembrava che camminasse sul velluto. Lui l’aveva in mente in ogni minimo istante, era ossessionato dal pensiero riguardo alla loro relazione che giorno dopo giorno si stava ormai polverizzando, definitivamente stavolta. Si sforzava di trovare motivi plausibili o cause per lo meno apparenti che giustificassero questa immane frana sentimentale, ma il suo amore bloccava la sua comprensione. Lei gli si presentò alle spalle mentre lui scrutava punti inesistenti tutt’intorno. 

Fu così che egli si sentì addosso il volto e lo sguardo di Alice, come una lama fredda sul collo, a tradimento. Fece per girarsi, ma non riuscì a dirle neanche una parola; fu Alice che guardandolo, senza salutarlo neanche, gli disse distaccatamente dopo un breve silenzio, guardandolo dritto negli occhi: Ci abbiamo provato, credimi; è stato inutile tornare insieme, non ce l’abbiamo fatta. Giacomo, con te voglio essere sincera.

Il discorso di Alice seguitava ad andare, ma Giacomo sentito ciò smise di ascoltare, bloccò il suo udire; aveva già compreso l’inevitabile, come un lampo. Provava dolore, un grande dolore e impotenza, ma non riusciva a proferire neanche una sillaba; sentiva soltanto crescere un enorme nodo che gli si stringeva nella gola, enormemente, che gli rubava le parole e gliele buttava nello stomaco vuoto, dove tonfavano sorde, strappandogli il respiro. Socchiuse gli occhi arrossati; i suoi pensieri andavano ad una velocità che sorpassava la sua capacità di contenerli. Un vento ostile, gelido, dal fondo dei campi di vigna rinsecchita circostanti, soffiando fin tra le budella del suo cuore, stormiva attraverso le betulle. 

Marco Scazzeri
Ciao a tutti , mi chiamo Marco , ho 36 anni , scrivo racconti brevi e vorrei tanto poterli condividere con tutti voi ed avere una vostra opinione sul mio modo di scrivere e sui racconti stessi . Un caro saluto a tutti , vi attendo , Marco Scazzeri .

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3 Commenti

  1. complimenti, uno stile john cheever impeccabile!


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