Aveva appena infilato le autoreggenti, quando Marco tirò la cintura della vestaglia. Gina sorrise a quel legame che si manifestava col figlio attraverso la cintura che stringeva tra le mani per seguirla in giro per casa.

Marco sbadigliò, tirò più forte, e disse: «Facciamo come quando ero piccolo?»
Gina si voltò piano, per non pestare i piedini nudi del bambino con i suoi tacchi a spillo; lo fissò, gli accarezzò la nuca, si piegò su quel musetto tondo col dito sollevato.
«Non fare il furbo, sai?» rispose schiacciandogli il nasino. «Non sei piccolo, hai quattro anni, e sei un ometto» aggiunse con una finta fermezza.
Marco e Gina attaccati per la cintura s’incamminarono in processione verso il bagno.

«Non sono glande…» aggiunse il piccolo con voce tremula.
«Certo che lo sei» rispose Gina, «tanto da non fare capricci, da non parlare come un bambino di due anni, e da restare con la tata che stasera, accidenti a lei, mi fa fare tardi…»
Guardò l’ora e scosse la testa, si voltò verso lo specchio e notò quel volto pallido e scavato che non sembrava nemmeno il suo. Sospirò, scrollò le spalle e stese un velo di rossetto vermiglio sulle labbra screpolate; usò il mascara viola, per dare profondità allo sguardo e il fondotinta scuro per trasformare un viso da ragazzina in quello di una donna matura.
«Quando arriva Manu?» chiese Marco senza smettere di tirare la cintura e osservare i gesti consueti di sua madre, «ho fame!» aggiunse tirando la cintura ancora due volte.

«Hai sentito? Hanno suonato, dai, Marco, corri ad aprire!»

Tra i pochi vestiti appesi nell’armadio, Gina ne scelse uno rosso acceso, scollato, striminzito, quasi trasparente; se lo appoggiò sul petto e valutò il contrasto col colore delle calze e il trucco, fece scivolare la vestaglia e restò nuda davanti allo specchio ad osservare contrariata i piccoli lividi e le escoriazioni. Infilò la testa nell'abito leggero, sistemò le spalline, e si accorse che era diventato troppo corto: le arrivava poco sotto l’inguine.
Sotto restò nuda.

«Ciao Gina!» la salutò Manuela comparendo alle sue spalle tenendo Marco per mano.
Gina sobbalzò. «Sei in ritardo...» disse. «Ti sei ricordata almeno del latte per domattina?»
«Certo, e pure della pizza per Marco, e del cinese per me: dodici euro mancia non compresa» aggiunse strizzando l'occhio.
«Manu…» aggiunse Gina a bassa voce. «Per domattina... devi restare fino alle dieci.» E le allungò due banconote. «Prendi» disse, «…quindici euro.»
«Fino alle dieci? Ma avrei da fare...»
«Vanno bene trenta per due ore in più? Per favore, dimmi si devo lavorare!»

Per strada il vento gelido s’insinuò sotto il vestito di Gina senza riguardo; troppo leggero per quel novembre che annunciava un inverno rigido.
Nonostante il cappotto e il collo di pelliccia rabbrividì, alzò il bavero e s’incammino ondeggiando sui tacchi a spillo verso la panda nera. Armeggiò nella borsa in cerca del telecomando, schiacciò il pulsante e le luci si accesero, ma erano troppo deboli. Salì sbattendo lo sportello, soffiò sulle mani gelate e si guardò nello specchietto retrovisore; sistemò la borsa e il cappotto sul sedile posteriore e girò la chiavetta.
Le luci nell’abitacolo si abbassarono, il motorino girò lento, poi tossì e morì.
«Maledizione!» imprecò.
Prese il cappotto e fece per scendere dall'auto ma la cintura s’incastrò nella leva del cambio. Sbuffò mentre la liberava, strinse il cappotto sul petto e annodò la cintura intorno alla vita.
Camminò ancheggiando fino al lampione; non quello solito, quello vicino casa.
Si accese una sigaretta e telefonò.
«Manu, ho di nuovo la macchina in panne, stasera resto in zona, non c’è bisogno che resti fino alle dieci.»

I fari dell'auto illuminarono le sue gambe nude, e poi quel corpo sinuoso da ragazzina, e l'andatura che era un richiamo per chi cercava compagnia la sera, per pochi euro. L'auto si accostò al marciapiede e una testa pelata spuntò dal finestrino.
«Quanto?»
«Cinquanta!»
«Siamo in quattro, ci fai lo sconto?» chiese quello sul sedile dietro tracannando birra con una risata.
«Cinquanta a testa ho detto!» ribadì Gina.
«Ma che ce l’hai d’oro?»
«Andatevene o chiamo la polizia!»
Lo sportello del macchinone nero si aprì di colpo e scese il pancione; l’afferrò per un braccio e, nonostante l’urlo di Gina, la spinse dentro a forza. Sul sedile posteriore uno le tenne le braccia, un’altro le gambe, gli altri due a turno fecero i loro comodi.
Gina mordeva, graffiava, gridava, scalciava. Fu quello seduto davanti che tirò fuori il coltello e le bucò la pancia facendo zampillare sangue caldo su quel corpo martoriato e stretto nel cappotto di pelliccia sintetica che non scaldava.
«Ma che cazzo hai combinato?» imprecò il grassone all’ubriaco seduto dietro.
«Non rompere, è solo una puttana!»

La lasciarono poco lontano dal lampione nel silenzio di una notte gelida a rantolare nel suo sangue e nello sperma viscido. Gina appoggiata al marciapiedi pensò che era finita, pensò a Marco e a quello che avrebbe dovuto ancora fare per dargli la vita che a lei era stata negata. E mentre pensava, lo vide comparire in braccio a Manuela, sull’asfalto viscido che luccicava sotto il lampione.
Non voglio mi veda così, pensò coprendosi il corpo nudo e insanguinato col cappotto ancora stretto in vita dalla cintura.
«Portalo via!» gridò Gina col poco fiato che restava.
«Dio quanto sangue!» disse Manuela. «Resisti, chiamo un’ambulanza!»
Marco, seduto sul gradino accanto alla madre, strinse tra le dita la cintura del cappotto e cominciò a tirare. «Mamma, mamma…!» disse.
«Mamma, mamma…» continuò tirando più forte mentre Gina pensava a tutto quel sangue, a tutto quello schifo, a tutto quello che non avrebbe potuto fare, alla vita e alla solitudine che aveva regalato a quel figlio quando lo aveva messo al mondo confidando in un grande amore.
«Non piangere Marco, sto bene!» rantolò Gina.

E Marco strinse la cintura, ma senza tirare, senza gridare, senza piangere. Si avvicinò alla madre e le mise una mano sulla fronte, con l’altra le tolse un grumo di terra e sangue dai capelli poi disse: «Mammina, ora sono glande, plendi il mio pupazzo e vedlai che ti passa!»

E quando la portarono via, Marco era ancora attaccato alla madre per la cintura. Fu l’autista a farlo sedere accanto a lei, vicino alla lettiga sull’ambulanza che a sirene spiegate corse all'ospedale. Nessuno ebbe cuore di togliere la cintura dalle mani di Marco. E lui la tenne stretta anche quando la portarono via.

Le infermiere dissero alla polizia che quel bambino col pollice in bocca non piangeva, stringeva la cintura e tirava con quanta forza aveva, come se volesse trattenere la madre. Ma quella notte di novembre la morte si portò via Gina e il cuore di un bambino su una lettiga.
Qualcuno, tempo addietro, sotto il lampione dove Gina lavorava, lasciò questa ballata…

LA BALLATA DI GINA

Allora presero la Gina, che in fondo
era solo una puttana
ma era la mia donna da sempre
dalla vita di prima

e le squarciarono il ventre
con un colpo deciso
poi le sputarono in faccia
e la cucirono tutta
con spine di rosa. Lei

lei si lasciò fare ogni cosa
ogni cosa...

Penna Libera
Penna Libera

Il marinaio spiegò le vele al vento… ma il vento non capì.

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9 Commenti

  1. Questo racconto mi ha lasciato senza respiro, con un nodo in gola.
    Scrivi in un modo così coinvolgente, si legge tutto d'un fiato.
    Impossibile non entrare nella narrazione come spettatore
    inerme, ma presente.

  2. Se mi scrivi qui sotto, Abi, Cab e numero di conto, ti faccio subito un bonifico... (grazie infinite!)

  3. Trovo il tuo racconto un capolavoro. Lentamente senza rendermene conto da lettrice mi sono ritrovata accanto a Gina. Anche io come il piccolo Marco sono rimasta appesa stretta alla cintura.

  4. Senza parole....
    bellissimo, intenso , emotivo...complimenti, scrivi veramente bene

  5. mi hai fatto piangere complimenti davvero davvero...tu scrivi da Dio

  6. Dovrebbe chiamarsi "sensibilizzazone".

    In questi casi funziona facendo vedere quanto male siamo in grado di fare...perchè quel pancione di merda siamo tutti noi.

    Cordialmente,

    Nevrotico Alchemico

  7. Complimenti.
    Scritto in modo coinvolgente, si legge come un bicchiere di whiskey buttato giù tutto d'un fiato, e come quel bicchiere ti lascia stordito... confuso... e poi, tutto riprende.

  8. Troppo gentili. Mi fate tornare la voglia di riprovare a scrivere. Grazie.

  9. Complimenti, raccontio commovente ..... Scorrevole ..... sofferente! .... l'amore di una madre per un figlio e viceversa ... non dipende certo dal tipo di vita che svolge o da quanti soldi abbia la madre .... l'amore non ha limiti .... 🙂


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