La mamma trascinava Giacomo stringendolo per un braccio e lui si lasciava portare senza la minima resistenza. Aveva il viso pallido ed emaciato, gli occhi infossati su una faccia che assomigliava più a un teschio che al volto di un bambino. Li seguivo a fatica cercando di non perdere di vista il berretto rosso di mio fratello, evitando la ressa del mercato del venerdì. Mia madre sembrava avere d'improvviso una gran fretta.

Io andavo a sbattere contro le persone che camminavano nel senso opposto cercando di tenere il suo passo e avevo la stessa sensazione che mi procurava la pioggia sferzante sul viso.

Il mercato del venerdì sì, ogni benedetto venerdì dell'anno mamma vi si recava a fare la spesa e ci trascorreva un sacco di tempo, sceglieva con attenzione: frutta e verdura fresche, i formaggi, il pesce, ricordo ancora quel totano buonissimo che cucinò per il compleanno di papà.

Oggi camminava senza fermarsi, si girava ogni tanto a rimproverare Giacomo che piagnucolava perchè voleva che gli comprasse una zucca, di quelle tonde, belle, color arancio, da scavare e decorare per halloween.

Un urto maldestro mi sottrae a quel ricordo. Fisso il via vai fitto della gente, oggi come allora, sto davanti alla bancarella della frutta a guardare quelle stupide zucche. Mi hanno riportato un ricordo dal passato, mi sento triste, di più, sento crescere dentro un malessere, la nausea, mi piego su me stessa e cado in ginocchio. La gente intorno che fino ad allora camminava indifferente fa capannello intorno me. Sento parole di preoccupazione...

"Si sente male signora?".

"Fate largo, fatela respirare le manca l'aria!"

Sento la voce di un uomo. Qualcuno porta un bicchiere d'acqua e lui me lo porge, ne bevo due sorsi e alzo la testa. La cortesia di quello sconosciuto mi ha rincuorato, lo guardo, è anziano, non molto alto e piegato su di me sembra sinceramente preoccupato. Mi commuove la sua premura, mi aiuta ad alzarmi e solo in quel momento lo riconosco.

Tra le rughe che segnano il tempo vedo sul suo viso il sorriso di un maestro elementare, oggi si dice della scuola primaria, ma allora, in quel lontano 1974 era il maestro della sezione B. Stessa cortesia, il volto sempre sorridente e la battuta ironica pronta che spiazzava i bulletti.

"La ringrazio, è stato molto gentile..."

"Si sente meglio? Vuole sedersi per qualche minuto al bar qui vicino?"

Esito un momento, ma è un buon consiglio e mi sento ancora debole, la testa frastornata.

La gente, perso l'interesse per il piccolo incidente, ha ripreso a camminare su e giù per il viale pieno di bancarelle.

Il maestro mi fa strada, lo seguo come una scolaretta grata delle sue premure, rischio di cadere ancora inciampando su una piastrella in rilievo all'ingresso del bar, ma questa volta evito la caduta appoggiandomi con una mano alla porta d'ingresso. Ci sediamo ad un tavolo vicino alla finestra che dà sul cortile interno, rimaniamo in silenzio per qualche minuto. Mentre lui fa cenno alla cameriera io guardo fuori, su un balcone dell'edificio di fronte vasi di crisantemi gialli a stella creano una bella coreografia .

"Va meglio?"

"Sì, ora mi sento bene, mi è rimasto un lieve mal di testa."

"Un buon caffè lo farà passare Sonia"

Gli sorrido. "Si ricorda il mio nome signor maestro!"

Iniziamo una conversazione che copre il vuoto di più di trent'anni, gli parlo di Giacomo e di come banali particolari possono far riemergere dal passato dolori creduti guariti. Gli racconto del mio ricordo, della corsa disperata della mamma verso la barella che veniva a prendere mio fratello, del sangue che gli colava dal naso e dalla bocca e delle lacrime che avevano sciolto il trucco di mamma. Voleva fare un regalo a Giacomo, ormai malato terminale, portandolo al mercato per un'ultima volta. Lui si era sentito male davanti alla bancarella delle zucche, ma nonostante tutto continuava a chiedere la sua, per halloween.

Marisa Amadio
Marisa Amadio
"...siamo tutti contenitori attraverso cui passano le identità: siamo lineamenti, gesti, abitudini in prestito che poi trasmettiamo non c'è niente che sia nostro. Esordiamo nel mondo come anagrammi di chi ci ha preceduto..." Maggie O'Farrell

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1 Commento

  1. @ Karen: grazie del bentornata.
    Ho sostituito il post precedentemente pubblicato perchè lo pensavo inserito in modo non corretto.
    E' andato perso così il commento di Karen, ma ci tenevo lo stesso a ringraziarla
    Marisa


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