Faceva più freddo del previsto.
Riccardo attraversò la strada e posò la sacca sulla panchina alla fermata dell'autobus. La felpa era in cima, sopra tutto il resto. L'aveva cacciata dentro all'ultimo momento, appallottolata in un fagotto.
Infilò prima le braccia, poi la testa. Lisciò le pieghe con i palmi. La mamma diceva sempre che la sciatteria era il suo peggior difetto. La sciatteria e il disordine.

Quella mattina aveva fatto fatica a svegliarsi. Era entrato in bagno con gli occhi chiusi. Aveva guardato dalla fessura delle palpebre impastate per prendere lo spazzolino da denti. Quello giallo catarro del fratello gli faceva schifo. Il suo era verde menta. Così verde menta che non gli serviva il dentifricio. L'aveva messo nella sacca, col cappuccio sulle setole per non sporcarlo.
In casa erano tutti convinti che quattro anni di differenza fanno molto, così lui era stato sempre in svantaggio rispetto al fratello, ma adesso che ne aveva compiuti nove gli avrebbe fatto vedere a tutti e tre come vanno le cose.
Guardò la strada deserta. Magari il bus non passava a quell'ora del sabato; meglio risparmiare i soldi e camminare, tanto non si stancava e sapeva come andare a sud, dove fa sempre caldo.
Cacciò una mano in tasca e cavò la bussola che gli aveva regalato il nonno Piero per l'ultimo compleanno. Raccolse la sacca e si avviò nella luce tenue dell'alba con gli occhi sull'ago traballante.

Prima di uscire di casa aveva aperto la porta della camera del fratello e aveva infilato dentro la testa. Un errore che poteva evitare: lo sa anche una gallina che gli adolescenti puzzano di ormoni. L'odore di piedi e di sudore era troppo schifoso anche per uno pronto a tutto.
Era passato davanti alla stanza dei genitori con le scarpe in mano, attento a non far rumore. Un groviglio di capelli arancioni nascondeva la faccia di sua madre. Ogni volta che andava dal parrucchiere era peggio: tornava a casa incarognita con quella medusa stopposa in testa e urlava con lui per il nervoso.
Anche Sebastiano urlava sempre. Lui lo chiamava Sebastiano col pensiero, mai con la voce. Con la voce era papà, perché i ruoli vanno rispettati. Per quello se ne andava: perché il ruolo di figlio non aveva vantaggi.
Corrugò le sopracciglia cercando di acchiappare una parola nella testa. «S-c-l-e... rare. Sclerare» aveva detto l'amica di sua madre parlando del marito. Ecco: i suoi genitori scleravano in continuazione. Di solito con lui, ma anche fra di loro. Quasi mai col fratello.

L'ago della bussola si stava spostando. Imboccò la prima via a destra.
Magari per strada avrebbe incontrato un cane, quello che non aveva mai avuto perché uno che non è capace di curare se stesso, figuriamoci un cane! L'avrebbe chiamato con un nome adatto al suo muso, e da lui si sarebbe fatto chiamare Bau, o Wov, o come gli veniva di abbaiare. Così avrebbero avuto lo stesso ruolo e niente grane.

Si fermò al semaforo ad aspettare il verde.
La nonna Betta era l'unica a dargli qualche soddisfazione. Si capiva che lo stava a sentire perché gli rispondeva dicendo cose che c'entravano, mica come gli altri tre che facevano solo Mmm. E poi non aveva il vizio del devi: non lo obbligava mai a fare qualcosa. «E' perché non sono responsabile della tua educazione» gli aveva spiegato. «Quella è compito dei genitori. Da me puoi mangiare quello che ti va e puoi stare alzato fino a tardi.»
Riccardo si grattò la testa e attraversò la strada sulle strisce, anche se non passavano auto. Il cielo era luminoso, ma i lampioni erano ancora accesi.
L'idea di andarsene gli era venuta in classe, quando la maestra aveva gridato: «Ora il vaso è colmo!» Nessuno aveva capito che cosa volesse dire, ma, quando l'aveva spiegato, si era reso conto di avere lo stesso problema: la sua famiglia gli aveva riempito il vaso e doveva fare qualcosa. Proprio come era successo a Huckleberry, solo che il padre di Huck era molto peggio del suo. Il suo non si ubriacava mai.

Per strada non c'era nessuno. Si sentiva solo qualche rumore lontano difficile da identificare. Il marciapiede si stringeva contro un muro striato dal sudiciume raccolto dalla pioggia e, poco più avanti, si apriva su due capannoni. Intorno c'erano rifiuti e sterpaglie.
Non era mai passato di lì prima di allora. Si fermò per controllare l'ago della bussola: la direzione era giusta. Si guardò in giro un po' teso, aggiustò la sacca sulla spalla, girò la testa di lato e sputò per terra. Lo sapeva fare bene. Si era esercitato coi suoi amici nel cortile della scuola.
Riprese a camminare con passo trattenuto, cercando di memorizzare quello che gli stava intorno. «Non bisogna andare in giro con la testa nel sacco» gli aveva detto tante volte nonna Betta.

Un colpo di tosse lo fece sobbalzare. Era arrivato in fondo alla strada, nel punto in cui finiva il secondo capannone.
Un altro colpo di tosse e una bestemmia lo inchiodarono sul posto.
Da dietro l'angolo comparve un uomo magro che si teneva dritto facendo scorrere un palmo sul muro. Spostava i piedi con lentezza e aveva gli occhi fissi davanti a sé. All'improvviso lasciò il suo sostegno e barcollando si avvicinò al bambino con un braccio teso.
L'odore forte di vino e gli occhi arrossati dell'ubriaco fecero scattare Riccardo che lanciò un urlo, si girò e si mise a correre stringendo con la mano la tracolla della sacca che gli batteva contro il fianco.
Rifece tutto il cammino a ritroso, come se fosse teleguidato. Il semaforo era rosso, ma attraversò senza accorgersene, e sfrecciò sotto i lampioni finalmente spenti senza guardarsi in giro. E continuò a correre col fiato corto finché raggiunse il suo quartiere. Solo a quel punto si guardò indietro e rallentò il passo.
Arrivò alla fermata sotto casa mentre un autobus si stava staccando dal marciapiede.

L'appartamento era silenzioso e l'aria sapeva di sonno. Riccardo si chiuse in camera, si spogliò, indossò il pigiama e si cacciò sotto le coperte. Solo allora lasciò libero sfogo al pianto.
Aveva perso la bussola.
Non se lo sarebbe mai perdonato.

MariC
MariC

Nessuno capisce fino in fondo i propri abili sotterfugi, messi in opera per evitare l’inquietante ombra della conoscenza di sé.
(J. Conrad)

Suoi ultimi post

4 Commenti

  1. MariC complimenti per il modo in cui racconti, per la visione che ci dai della vita dal punto di vista di un bambino. Gli occhi di Riccardo e i suoi pensieri e la sua voglia di fuggire, di allontanarsi dal vaso colmo e di tornare alle certezze/incomprensibili della sua famiglia.

  2. mi associo a Mariella, veramente brava a dipingere quel ragazzino, le sue voglie, le sue paure

  3. Bel racconto! .... per Riccardo è stato un colpo di testa o un esperienza di crescita ...... se la ricorderà per sempre ... per i ragazzi è difficile capire il mondo "Adulto" .... e spesso i genitori non ricordano che anche loro da ragazzi ... avevano certi pensieri, se solo lo ricordassero, forse saprebbero come aiutare un figlio! ..... difficile essere genitori e difficile essere figli :)))


Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commento *

Name *
Email *
Sito