Il bacio scarlatto

Racconti Davide Giannicolo

Poggiò il suo primo passo a Messina, era così ogni volta, investito da una sensazione irruenta, con le pallide guance bollenti al sole, nero vestito ed esposto alla calura di un sole diverso, egli soltanto sapeva che quel sole era diverso.

Camminava e cercava di uscire dalla città, la sua meta era lontana, ma già sentiva, vivido e tangibile, l’influsso di quei luoghi.

Respirava la sua stessa aria, e già poteva sentire il suo profumo.

Quante volte aveva pensato di distruggere quell’isola?

Distruggere l’icona del suo dolore, ribellarsi alla malia di quel posto che si fondeva alla sua pelle bianca, lo invadeva cantando nelle viscere melodie di effimera mescolanza, melodie antiche;

a quei canti egli strinse i pugni, la sua mente si configurò nella fodera del suo giaccone che, come un mantello, si apriva di maestosi fruscii.

Lì giaceva pesante la sua pistola, l’icona quella era della sua violenza, la violenza spasmodica della sua pazzia.

Era stanco, ma aveva intenzione di riposare una volta giunto il più vicino possibile a lei, voleva alimentare il suo desiderio di morte, portarlo lontano, lontano ove il corpo non può arrivare.
Tutto era racchiuso nella magia di quei proiettili che avrebbero spaccato la carne bianca di lei, irrorandola di caldi rivoli.
Poi il suo pensiero di truci visioni mutò, come mutano le stagioni, lentamente, in modo da ingannarti ancora.

Ora vedeva il suo grande corpo che si ergeva dinnanzi al placido dolore di fucili puntati contro di lui, ad ogni proiettile fiotti di sangue vermiglio, poi il pesante corpo che cade, cade in modo così seducente per poi dar vita ad una languida agonia, accasciato in una pozza di sangue scarlatto che carezzava le sue nudità, sentiva nel corpo, nella carne, i suoi ultimi e sensuali sospiri di morte.

Rinsavì di colpo ed era già in viaggio verso Catania, nell’autobus le persone possedevano volti indegni d’esser guardati, così mediocri da non meritare la testimonianza del suo ultimo atto, la fatale sua opera  massima.

Tirò su un sospiro e sorrise, nell’autobus, già sentiva l’odore del sangue.

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Era un’ossessione la sua che non cercava giustificazioni, era maturata nelle sue viscere, e ora ardeva in modo perpetuo, dirompeva così impetuosa da seviziargli ogni attimo, ogni istante della sua vita era accompagnato da vibranti parole, parole così profonde da accendere la prima scintilla della sua pazzia, parole che aveva letto in un libro che ora evocavano il suo reale senso di vita, il suo finale obbiettivo incendiario.

Ora quelle frasi così morbide e fluide seducevano ancora la sua mente fino a oberare il suo corpo di un tremore frenetico.

Ogni volta che era solo sentiva l’irrefrenabile bisogno di recitare quei versi, sussurrarli, sino a renderli un urlo disperato: Devi venire con me, amandomi fino alla morte, oppure odiarmi e venire con me lo stesso, con me odiandomi durante e dopo la morte

1: Carmilla, Joseph Sheridan Le Fanu

Sapeva bene che la concezione di un amore eterno e così idealizzato era caratteristica di spiriti eccelsi, egli si reputava tale, seguiva il cammino della sua anima oscura, e sentiva che quella era la strada della trascendenza, sentiva che nelle vibrazioni della pistola vi era un potere ignoto, una forza che avrebbe rivelato tutta la sua grandezza nell’attimo stesso in cui avrebbe sparato infrangendo la leggiadra creatura che amava, che lo aveva incantato e corrotto, che aveva smesso di scrivere versi per lui.

Era solo in una piccola stanza d’albergo, fissava la pistola con occhi vacui, pensava al primo bacio che le diede, il concetto di bacio è un richiamo ancestrale all’antropofagia, nel bacio vi è celato il desiderio barbarico di mordere, il desiderio del sangue, il bacio è il simbolo di una atavica ed estrema violenza, nel primo attimo in cui la vide, forse già sapeva che ella doveva morire, ed il bacio rappresentava un  desiderio ambiguo, lui sarebbe divenuto l’icona del loro estremo sentimento, nell’attimo in cui lei fosse morta, lui sarebbe divenuto la sua tomba.

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Nei giorni che seguirono fu molto forte, in altre circostanze l’avrebbe subito telefonata, ora che erano così vicini, ora che poteva vedere la sua pelle eburnea, egli resisteva all’impulso stringendo la sua arma.

Pensò seriamente di mangiare il suo cadavere, di rendere realtà le sue fantasie sul mutamento in mausoleo, ma a cosa serve il gesto se l’immagine è cosi perfetta nella mente?

A volte i simboli sono le realtà più tangibili,.

Le ore che passavano in quella claustrofobica stanza erano interminabili, ma non poteva rendere effimero il suo atto, quello non era un volgare omicidio passionale, sorrideva all’idea che qualcuno l’avesse preso come tale, quello era un rituale, un rituale che richiedeva tempo e preparazione, doveva trascorrere quegli attimi nel gelo della solitudine, privo di contaminazioni, privo di parole, doveva essere un angelo nero che spalanca le maestose ali.

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Non dormiva mai, i suoi occhi erano gemme verdi sospese nel buio, sanguinanti e scheletrici, velati di nera stanchezza.
Ripose la pistola in un cassetto, lo chiuse con violenza e scattò verso la porta della sua piccola camera.
Scese in strada ed il sole investì la sua fragile pelle, sentì un dolore fastidioso che rendeva il suo sguardo meno fiero, ma lo sguardo era solo un tramite, la verità era dietro quei verdi specchi selvaggi.

Vagò per un’ora nella città non sua, senza guardare nessuno, la sua gola era come sbarrata, erano giorni che non proferiva verbo.

Entrò in una chiesa, l’ombra rinvigorì il suo spirito, si sentiva sacro in quel luogo silente ove lo spirito si innalzava in tangibili sospiri, era alta e maestosa, in penombra intravide un altare, le candele riverberavano un magico riflesso al volto di Cristo in croce, era così seducente quell’immagine di sofferenza, le membra flessuose di quel fragile corpo inerme e agonizzante gli trasmettevano un fascino arcano, desiderava che quell’idolo sanguinasse realmente, voleva porsi al disotto del corpo e farsi irrorare di sangue, essere carezzato dal sangue di Cristo, sentirne gli spasmi, i sospiri di morte.

Represse il suo desiderio di dar fuoco alla croce, poiché la malia di quella seduzione tacita diveniva insopportabile, fissava solo la fiamma della candela danzante, poi continuò la sua esplorazione, i suoi passi riecheggiavano aiutati dal marmo bianco e lustre, ispirò l’odore sacro di cui quei luoghi era saturo e si commosse dinnanzi alla bellezza del silenzio, che lo avvolgeva persuasivo, lo stringeva a se affinché danzasse con lui, provò una sorta di estasi, poi udì dei passi, era un’anziana signora che lenta si chinò dinnanzi all’altare, poi si immerse in sussurri impercettibili.

Per un attimo pensò dei pagare la vecchia affinché lo uccidesse, lì, in quel luogo, tra la bellezza delle icone cristiane e la loro sofferente immolazione, voleva tingere di una pozza di sangue il lucido marmo, morire accasciato e languido nella penombra, abbellire quel luogo col suo sangue dannato.

Notò un che di affascinante nella vecchia genuflessa, una specie di impotenza che faceva si che lui si avvicinasse al Dio che lei invocava devota, si, era quella devozione che ergeva la sua bellezza, voleva possederla e spezzare il suo incanto, consumare un sacrificio, la vecchia si sarebbe abbandonata nuda e decadente sull’altare del suo Dio, gemendo d’obbedienza, in silenzio, innalzando la sua devozione mediante la carne.

Fu un colpo di tosse a spezzare il suo desiderio, la chiesa comincio a gremirsi di nuove presenze, e lui abbandonò il luogo nei fruscii del suo lungo cappotto.

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Giungevano attimi in cui il dolore era insopportabile, i suoi occhi ardevano di lacrime, lacrime che bruciavano di impotenza.

Era scosso da un fremito d’angoscia, impossibile da obnubilare, vana era ogni sua scarnificazione, impossibile affondarla nella violenza.

Sentiva l’ombra di un oscuro presagio che gravava su di lui, una figura tragica e fatale, che non poteva che donargli sofferenza, eppure sapeva di essere profondamente sedotto da quella sottile egemonia, odiava solo i suoi oscuri silenzi, la sua limitata eloquenza, quel piacere sferzante che ella provava nel rifiutare la venerazione del suo culto.

Voleva che quel dolore smettesse, ma allo stesso tempo ne analizzava il piacere velato, la dipendenza che egli provava circa quel tormento, che limitava la sua individualità e lo inabissava nell’oblio del dolore etereo.

Sapeva che il sanguinare gli apparteneva, come una vampa che travolgerà presto, ma conscia della sua effimera potenza.

Non poteva separarsi da quel giogo senza rinunciare a gran parte della sua vera natura, doveva compiere una scelta mediata, radicale come ogni suo gesto.

Per la prima volta, dopo mesi di cieca furia barbarica, provava ancora dubbi riguardo la sua decisione.

Ricordava ancora il suo vagare inquieto nella notte, il suo tormento lanciante; ricordava perfettamente quando, a petto nudo e sanguinante, urlò nella tenebra, sentiva il riverbero della luna e affannato violentava se stesso, il sangue versato affinché lo ascoltassero, poi, la follia dei suoi occhi sgranati, la lucida fiamma del male: una luce nuova, distruttiva.

Ancora il tremore delle sue mani e le sue parole; la parole che erano la genesi dell’ultimo viaggio sul sentiero della sua vita, le parole che ora lo avevano condotto lì, memore delle sue oscure certezze: “Io devo ucciderla.” – Disse in quella notte lontana – “Io devo ucciderla!” – Diceva ora colmo di sanguinolenta potenza che gonfiava il suo corpo bianco.

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Si susseguivano infinite notti di tormento, ove si affinavano i cerimoniali di un rituale barbarico.

Il sangue ne era la chiave, come un alchemico elemento iniziatico, col suo sinuoso scorrere imbrattando il pavimento.

Il suo corpo nudo rifulgeva nel buio dell’angusta stanza, si muoveva greve e cercava mediante il dolore di svelare segreti ancestrali, sussurri ossessionanti generati da un’unica, pallida icona, solo la radicale espressione del suo estremo gesto avrebbe infranto quell’icona, non un solo dubbio, un solo tentennamento intaccavano l’olocausto suo ultimo, il suo fine indiscusso e sacro.

Vi era solo un’arcana movenza dentro di sé, che aveva angelicato quella creatura, che vedeva così poetica una vita al suo fianco, che la vedeva portare in grembo un pargolo, custode dei loro segreti.

Quell’ostacolo misterioso si celava nel suo sangue; egli doveva interrogare il sangue, studiarne il placido fluire, le sfumature di dolore dei suoi scarlatti bagliori, l’espressione di bellezza del suo scorrere su candida pelle.

Doveva comprenderne l’occulto flusso che permeava le sue membra di furia.

Ma quel languore doveva essere suo eterno compagno, doveva trascinarlo con se nei cimiteri d’autunno, accompagnarlo nella notte desolata, condurlo per mano nei terreni del dolore e sedurlo affinché egli ricordasse, ricordasse di aver scelto di immolarsi e divenire la tomba di quella creatura beata, rappresentare la sua grandezza, poiché ella, senza di lui, non aveva luogo, doveva a lui la sua perfezione, le sue ali leggiadre.

Era un cammino cupo, sacro, quello del sangue, profondamente legato all’antichità, lui non doveva annullare per stare meglio, lui doveva semplicemente assorbire quell’essenza troppo fulgida per dimorare in umano corpo, doveva scarnificarsi e sanguinare come Cristo, perché lei era carne, era sangue.

Era quella la via, doveva seguire la scia della sua ossessione, lui aveva il diritto di annichilirla, di ricondurla alla sua eterea forma, riconciliarla al suo essere interiore.

Ormai non permetteva a nessun’altra cosa di impadronirsi di lui, ma lasciò che il dolore lo inebriasse, così esangue e sfinito dalla linfa gettata, il sangue gli rivelò il mezzo, come un’eco che rasenta l’estasi esso parlò: “Fai si che ella sanguini lentamente, non lasciare che dica una sola parola.”

Svenne nudo nella sua pozza di sangue, rinvenì all’alba, dolorante e fiacco.

Ripulì tutto perfettamente e dormì per due giorni, la gente cominciava a domandarsi quali oscure pratiche si tenessero nella camera dell’onesto motel che non superava in trasgressione il rapporto puttana-ragioniere qualunque.

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Era serenità, una serenità che celava un’oscura morte, così orribile e blasfema da rasentare il vituperio; era questo che lei aveva sempre tentato di spacciargli, una serenità fasulla come quella della polizia, una finta incertezza che uccideva di ansia, tormentava le notti e lacerava la di lui anima.

Gli incubi straziavano il suo insano sonno, un pallore malato tingeva il suo volto allucinato, la morte dormiva con lui, e lui ne ignorava la presenza, il sudore era un rivolo gelido, la sua fronte un teatro d’angoscia, un teatro di pura ignominia.

Fumò tre sigarette e ispirò la notte gelida, sentì il sudore asciugarsi sul suo corpo nudo, alla finestra contemplò la luna, tentò di parlarle e pianse, non era cambiato, lui sembrava l’unica persona che conosceva il significato della coerenza, o forse era solo un sogno illusorio il suo, un sogno che gli confondeva la vita.

Si sentì disgustato dalla nicotina, interruppe la sua fusione con la notte, pensò di non volere consumare un atto così intimo con una notte sicula, non senza di lei, poiché ogni terra possiede una notte diversa.

Pensò alla sua morte, di non voler morire per mano d’altri come sicuramente sarebbe accaduto, che sarebbe stato soffice schiantarsi al di là della finestra, giacere in  terra irrorando sangue, ma quella morte era indegna di lui, la notte sicula voleva così!

Poiché proteggeva la sua oscura fanciulla barcollante e mezza ubriaca; ma la sua notte gli aveva parlato, e lui sapeva precisamente qual’era il suo fine.

Rientrò e provo qualche brivido, il sonno era volato insieme alle dolci ombre del fumo, ora era solo, realmente solo e provava un oscuro disagio.

Dopo ore di occhi sgranati si accorse di stare sognando, ne seguì una tenebrosa impotenza, molte immagini lo assalirono, parecchie a lui ignote, altre terribilmente nitide, sadicamente reali.

Un’immagine di lei che cantava, urlava stupenda la sua rabbia ingiustificata, si fondeva con la sua chitarra in un amplesso simbiotico, provava un’estasi arcana e urlava, urlava sempre più forte, perfino più forte di lui.

Poi altre persone, altri musicisti che adoravano con freddezza apparente il suo splendore, poi una voce, una voce femminea, bastarda, a quel punto doveva giungere lui, a spaccare tutto e urlare a modo suo, come l’odio gli aveva insegnato, la pazzia delle sue notti serie.

Ma lui poteva solo guardare, poiché quell’immagine era proiettata nella sua mente, la sua figura non poteva giungere in quella stanza, lottò per irrompere, per fermare la danza oscena di lei, ma si svegliò di colpo, ancora sudato e sfinito, ma sorridente.

Era sicuro, aveva visto nitide le persone che doveva uccidere, gli elementi atti al sacrificio e all’appagamento delle sue barbarie, ora conosceva i volti delle vite che avrebbe infranto.

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Sentiva la malinconia di vetuste melodie, si abbandonava placido ai sussurri del dolore e gli veniva da sorridere: la sua vita era di lei, e lei la usava così male.

Era prigioniero dell’angoscia di quei pomeriggi siculi di cui conosceva bene il sapore, ardeva in un fuoco impietoso, eppure era così gelida la sua anima, così inutile ogni suo gesto; sentiva ancora un sentimento così forte verso di lei da renderlo un patetico ammasso di tormento, quella sensazione non lo aveva mai abbandonato, lo spingeva a vederla, a restare ancora estasiato nell’immenso di quella leggiadra figura.

Agì d’istinto, afferrò il cappotto e scese le scale, la pistola era inerte e riposta nel cassetto, fremeva poiché sapeva che il suo padrone era ben più pericoloso senza.

Fu investito nuovamente da un’ondata di caldo tepore solare, represse la nausea e camminò a passo svelto, era un araldo della notte, il suo cappotto sprigionava la fragranza del buio e dei suoi immoti incanti.

Marciò come un guerriero, conscio di dover affrontare nuovo dolore, ma a volte il dolore provoca dipendenza, ci attira a se e ci corrompe con dolci promesse.

Si diresse per la prima volta, da quando era giunto lì, ove poteva incontrarla, non era più lui, era solo fervore ed un violento flusso di sangue che pulsava stordendolo.

Giunse in un luogo frequentato da giovani sorridenti, si sentiva smarrito, lui era così diverso, così oscuro; nel paragonarlo a loro, lei avrebbe sempre dovuto piangere, avrebbe dovuto chiamarlo e rendergli onore ogni volta che quella ridicola epopea del male si fosse prestata ai suoi occhi.

Si sedette in disparte, dove nessuno poteva vederlo, risollevato forse per la sua assenza, o deluso per lo stesso motivo; attese, attese e susseguirono nuovi cicisbei e troiette, lui era stonato dalla volgare scena, le lacrime donavano un bagliore magico ai suoi occhi di giada, ma quello era uno spettacolo estraneo alla massa, uno splendore celato dai suoi occhiali da sole.

Giunse un gruppo di gente non diversa dagli altri, lui li guardo e rabbrividì dinnanzi alla futilità dei loro movimenti, si voltò e decise di andar via, ma udì una voce che prevaleva sulle altre, a causa dell’enfasi arrogante, quegli effeminati gemiti accendevano i suoi sensi di rabbia, eppure avevano qualcosa di familiare, come un antico nemico,  un ignaro ostacolo.

Chi era quella fragile figura? E come osava parlare in quel modo stridulo e pittoresco? Perché non restava in ombra quella piccola, insulsa caricatura di uomo?

Studiò per un poco quell’ignota presenza, focalizzò il suono disgustoso di quella voce, viaggiò nella sua mente e la riconobbe, scattò in piedi e stava per urlargli contro, poi si arrestò e sorrise, quel cicisbeo era un amico di lei, faceva l’arrogante al telefono, lo ossessionava con quella voce, e lui era costretto a restare inerte, dall’altro capo del telefono, ove la sua violenza non poteva raggiungerlo.

“Io non posso ridere?” – Diceva in tono di sfida l’ignaro fanciullo – Dopo tanto tormento da quando era giunto lì, ora si sarebbe svagato, avrebbe contornato la sua opera massima con quell’imbecille.

Chissà cosa avrebbe pensato lei, se la sua mente avrebbe sfiorato l’idea di lui, forse si, forse lei sapeva che con lui non si dovevano mai dire cose sbagliate, che era la sua ossessione, e ora stava per dimostrare a quel ragazzo che le cose alla leggera non vanno mai prese, che a volte si deve credere alle minacce, poiché a volte chi parla è così sicuro di ciò che dice, che prima o poi ti renderà la prova delle sue affermazioni.

La compagnia si sciolse nel tardo pomeriggio, e lui seguì il ragazzo.

Era così femmineo, eppure così convinto di essere invulnerabile e libero, nel seguirlo ricordava il senso di impotenza che si impadronì delle sue braccia quelle volte al telefono, era eccitato da una forza macabra.

La fortuna è dolce compagnia degli stolti, e quel vergognoso essere sembrava camminare per le vie più trafficate della città, ma ad un tratto prese uno stretto vicolo, lui un po' distante sospirò e penso ai vichinghi, si sentì bene e imboccò la stradina.

Erano soli e il piccolo essere ora sentiva i passi di lui, camminarono per un po’, poi lo chiamò a gran voce, maestoso e immobile, nell’oscurità urlò: “Ti ho detto che sarei venuto!”

Il ragazzo si voltò, sembrò non capire, lui si avvicinò, lentamente,come per farsi ammirare nella sua grandezza: “Mi hai visto bene ora insolente?”

Il ragazzo sembrava incapace di muoversi, tremante ignorava la natura e le intenzioni del nero colosso.

“Chi sei?” – Disse il ragazzo con gli occhi sgranati – Una mano serrata in un pugno rivestito di anelli d’argento investi il suo volto, cadde in terra stordito, sentiva il sapore del suo sangue, tremava di agghiacciante, indicibile paura.

Dall’alto egli che aggrediva e infieriva con lo sguardo urlò furioso: “Dici cose insensate, e poi non ricordi neanche? Credevi io fossi un qualunque coglione come te? Se io ti dico che non puoi ridere, significa che non devi assolutamente ridere.”

Una tempesta di pesanti calci si abbatté su quella piccola testa, sul suo stretto petto, nei suoi fianchi da donna, lo afferrò e lo sollevò in piedi, era sanguinante e patetico, non fiatava neanche.

Lo tenne in piedi con la forza, serrandogli le mani al collo, mentre l’altro si abbandonava languido alla sua inferiorità.

“Avrei preferito uno che m’avesse fatto sputare sangue, un duello, tanto dolore, io amo il dolore, tu sei così inutile.” – Disse così il folle prima di fracassare il piccolo cranio sotto i suoi colpi violenti –

Lo scagliò contro il muro quattro volte, ed ogni volta, sibilò, fino ad urlare delle sillabe, la prima volta con fievole forza e sussurrando, fino alla quarta, ove urlò e schiantò il poveraccio nel muro con violenza barbara. Quattro volte: “SA” “TA” “NE” “LLA”.

Era il nome di lei.

Prima di morire il cicisbeo capì, capì che a volte è meglio tacere.

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Il sole ardeva alto, diveniva ogni giorno più rovente, essiccando le anime, fiaccando i gesti.

Il sangue di un primo omicidio aveva acceso il nefasto circolo, il sangue chiama sangue, e le sue mani ora avevano sete.

Scrutava con minuzia la sua pistola, la stringeva nelle mani sudate, era tormentato dall’attesa;

l’attesa era sempre stata parte integrante di quella storia, inizialmente attese per raggiungere lei attraverso i secoli, poi attese perché lei lo riconoscesse, attese per le sue labbra, per rivederla ancora, e ora avrebbe atteso per ucciderla, ora che lei non era più sua, e che forse mai lo era stata.

Si alzò dal letto ove giaceva, lasciandovi l’arma, non senza fissarla con fervore, non senza implorare un tacito messaggio dal ferro, da quelle cellule morte; le cellule morte lo inquietavano, ormai tutto il mondo ne era costituito, si sentii smarrito, era tremante di furia, eppure così spaventosamente inerme, fissò ancora il freddo oggetto, implorò con innata devozione una sua reazione, un piccolo, insignificante sussurro.

Ma tutto fu immoto, ogni cosa silente.

Scoppiò in lacrime, si tormentò la mente fin quando non fu sfinito, diveniva ogni giorno più instabile, aveva scelto il suo cammino, aveva imboccato un sentiero fatto di sangue.

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Un fiore di limone fluttuò leggiadro attraverso la finestra, lui non poteva smettere di piangere, di odiare ogni istante che lei gli aveva concesso, pur amandoli, amando quegli istanti come mai altra cosa si possa amare, stringendoli a se con forte gelosia.

Voleva morire, ora, in quell’istante, ma cosa sarebbe accaduto?

La sua fervente lotta, i suoi cerimoniali, tutto sarebbe svanito, e lei sarebbe vissuta, ignara del potere di entrambi, e inconsapevole dell’annullamento di lui.

Tentò di rialzarsi dalla pozza delle sue lacrime, vacillò ma riuscì a non distruggere ogni cosa;

l’attesa distrugge l’uomo, la distruzione lo rende più forte, era una formula alchemica, un primitivo meccanismo che doveva comprendere, ogni attimo d’attesa lo rendeva più motivato, ogni gesto inconsulto di lei, l’avrebbe implacabilmente condotto verso una morte scarlatta.

Scrisse un messaggio, poche parole, ciò che desiderava realmente; Decise di farglielo avere, se lei avesse risposto, credendolo lontano, lui avrebbe lasciato perdere tutto, magari si sarebbe ucciso da solo, senza coinvolgere quella fragile creatura dalle spalle d’angelo, che non poteva reggere la perversa sua morbosa pazzia.

Rilesse il messaggio compiaciuto, eppure spaventato dall’ennesimo mutismo di lei:

“Fai sì che senta la tua fragranza, trasmigra attraverso lo spazio-tempo e accarezza le mie mani.Puoi farlo assassina notturna? Puoi avvolgermi della tua grazia?”

Sapeva che lei avrebbe letto quelle righe, nostalgica, ma una forza oscura l’avrebbe indotta insolubilmente al silenzio.

Attese, attese per giorni sue notizie, attese nella spettrale morsa del silenzio.

Quando uscì dalla malinconica stasi in cui era immerso in quei giorni, si accorse di essere furente come mai lo era stato, lui l’aveva salvata, aveva cercato di redimerla, ma lei voleva ancora morire, lei che lo persuadeva di essere speranza divina; solo la morte chiama alla saggezza, solo il dolore, il lungo viaggio attraverso i suoi spettri prendeva ora una piega decisiva, quando ogni parvenza del nostro amore diviene odio è facile ricondurci al primitivo stato, ma quando l’odio nasce dalle nostre ceneri, si rigenera attraverso se stesso, implacabile il proprio impeto, dettato dall’incoscienza.

Provava solo un innato odio, e sapeva che non erano quelle le condizioni per ucciderla, lui doveva essere l’angelo della sua salvezza.

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Era disteso con le braccia nude nella fluttuante orgia dei suoi pensieri, dai languidi attimi di stasi assorbiva il buio, danzava  la flebile fiamma di una candela; come un guerriero egli meditava ascoltando il silenzio, mescolandosi con perpetui, mortiferi affanni alla dolce melodia della rituale stanza, attingendo forza e ruggiti dalla notte, assaporandone la calda brezza, trepidante nei bagliori spettrali della sinuosa luce, rievocando le ombre felpate, eleganti, lottandovi in una fluttuante danza di forme, nell’eco di un colore che irradia, di un gelo cupo, silente.

Ricercava ella pallida, nella marcia incessante di un perpetuo dolore, nel riverbero di fulgori tetri, un volto, un pallido volto che tende le mani; sottili, diafane dita rifulgono di bianca luce, il volto sorride, è lei! Lei che lo incanta, gli carezza la fronte, lo avviluppa inerme e bianca, ancora, nella macabra incoscienza di quegli occhi enormi, tondi, rapaci, come quelli di un gufo, animali e inconsapevoli della propria antichità.

Una dea fragile, eburnea; nella bellezza del suo languore, una commovente dea che celebra l’evocativo rituale, si muoveva lacrimosa nel buio immoto.

Egli pianse, sanguinante e sfinito di morte, orribilmente schiavo della sua pazzia, sedotto dalla malia di arpeggi sinistri, abbandonato a suadenti melodie, provenienti dal piccolo intrico d’ombre grottesche danzanti.

Alzò il viso straziato, la guardò succube, servile, ma conscio del gioco di parti dettato, accogliendo la debolezza, la sottomissione estrema che doveva a quell’essere, dettata dall’immolazione, dal flagello, dall’ambiguo piacere che provava nel nutrirla col proprio sangue, come un estremo legame, un cerimoniale dualistico ove tutti conoscono il proprio ruolo di perfezione, nonostante la consapevolezza di essere ognuno parte indispensabile di uno scarlatto arazzo di sangue, una trama perversa di sottomissione e rivalsa, un’opaca passione che portava all’annullamento.

“Io non voglio ucciderti.” – Urlò all’ombra dai sinuosi, cascanti riccioli sulle spalle. –

“Non voglio ucciderti.” – Urlò al sottile corpo che s’ergeva languido dinnanzi a lui. –

Le melodie continuavano, tetre e offuscate melodie che cantavano di follia.

La notte, la brezza e le ombre, e la candela danzava crepitante accompagnata da una nenia notturna, una cupa canzoncina, angosciante e infantile, folle di inerte forza, di lacrime d’odio e malinconia, di ganci che penetrano braccia sottili e sangue che irrora.

Una maligna canzone, una magica armonia di suoni sinistri, come di un piccolo piano che erge il suo pianto, che libera un pacato e tormentato lamento nel silenzio di una fatua fiamma che muore.

Sentì gelido un rivolo di sudore rigargli le tempie, e l’affanno del suo petto ansimante, s’alzò in piedi al centro della stanza, madido accolse i suadenti soffi del vento; la notte sa, è piccola parte di un arcano potere, eppure immensa, incontenibile visione, una febbrile visione oppiacea di chiaro di luna.

Pacò il ribollire delle sue carni, strinse nelle mani le catene della sua malattia, il tintinnare melodico di poetici movimenti di un orso che nottetempo vaga.

Si risedette, calmo e pacato, rigenerato dalla brezza, aveva vinto lo spettro sinistro evocato dai lumi, aveva scacciato le danzanti ombre che offuscavano l’angusta stanza, ora era solo, solo e fluttuante nel nulla, nella gioia della misantropia.

Gli spettri persuadono i guerrieri in notti ventose, seducono la febbrile e nevrotica preparazione, si fanno vincere dal dolore, dalla consapevolezza, dalla realtà, la realtà degli inganni che induce al sangue.

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Attraverso lo specchio, nella trance di silenziosi attimi, egli vedeva gli enormi suoi fulgidi occhi, i suoi occhi stanchi.

Seppellito nella opaca magia di quegli istanti ascoltava il silenzio, rievocando l’ombra dell’immensità che scompariva, dinnanzi a sanguinosi quesiti: “Questi piccoli gesti sminuiranno il mio ultimo, fatale atto? O saranno il trionfale contorno di un’opera massima?”

Seppe che l’ossessionante meditazione a cui si stava piegando indeboliva la sua rabbia, era con freddezza che voleva consumare la sua apoteosi, seppur alimentato da un furore bruciante: la sua pazzia.

Tutto era tracciato come in un’oscura pratica, e la decadenza a cui si stava abbandonando in quegl’ultimi giorni, era un perpetrarsi del suo languore, il suo sdegno verso l’esistenza in ogni sua forma.

Dalla morte nasce il silenzio, il silenzio che è la chiave dell’universo, dalla morte sarebbe nata la sua magnifica realtà.

Si vestì e offuscò lo specchio con la sua psiche malata, uscì dalla stanza con la pistola in pugno che poi annegò nei fruscii dei suoi lunghi vestimenti.

La strada era inutile, come i suoi contorni, come il cemento in genere, si mescolò alla notte in pudico amplesso, era un assassino, era psicopatico e si infrangeva nel buio come un leone nero.

Camminò tra la brezza meditando, muovendosi titanico nell’impenetrabile innalzarsi della sua essenza, sospirando per l’immane potere che sentiva scorrere nel suo petto.

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Giunse ai cancelli del cimitero ove aveva assaggiato il sapore di lei, fra i cipressi silenti e troneggianti.

Vagò inquieto come un lupo per quelle intricate e funebri vie, ricordando quella presenza che lo affiancava, lo precedeva nella notte come una gotica donna vampiro.

Ripercorse antichi passi sentendo ancora il profumo di quel tagliente dolore che si mesceva al vino, in quel luogo si erano consumati freddi baci.

L’argenteo bagliore della luna creava un dolce riverbero sul suo volto pallido e stravolto, pensò nuovamente alla morte, pensò che avrebbe amato con devozione il di lei corpo inerte, la sua muta tomba.

In quel luogo sentiva un tramite con la dea che aveva lungamente amato, ma che ora non era, ora ella era pura, eterea fonte d’angoscia fluttuante nelle coltri del tempo, come una rosa che sola splende nutrita dal sangue, una rosa priva di corpo.

Malinconico intonò una cantilena, una lugubre nenia che s’erse nell’immoto cimitero: “Dov'è l'angelo nero della mia decandenza? È forse morta? S'è forse alzata in volo la mia donna vampiro? Giace ora pallida, e dalla sua bocca sbocciano scarlatti rivoli lucenti? Dov'è il suo sepolcro? Ove dormirò ogni notte?”

Pianse e furente estrasse la sua arma, sparò con barbara violenza alle grigie lapidi, innalzando il male sibilante che vibrava da quell’arnese, freddo prolungamento del suo odio.

Bruciò il cimitero e si allontanò silenzioso come un guerriero che fluttua nella notte, il suo istinto distruttivo era bruciato come quell’incendio, che ora in fulgide vampe si era eretto nel buio, un bagliore violento e illegale nella silente tenebra.

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La luna era una sottile lama rossastra, immota e librata nell’immensa tenebra emanava un tenue bagliore, tutt’intorno, in una danza funebre, i pipistrelli volteggiavano leggiadri come oscuri presagi.

Camminò ispirando il sapore del mare, che furente sotto di lui si scagliava spumeggiante contro le rocce.

Dinnanzi a lui, maestoso e immutato, s’ergeva un antico rudere ch’era stato un faro, dal carattere fiammingo esso s’imponeva nella notte illuminata dalla luce color arancio, silente ma vivo, come dominato da ancestrali spettri.

I suoi passi giunsero incerti al luogo ove era stato con lei, ove insieme udirono la voce del male, ma quel luogo non celava ossessione, in esso era rimasta immutabile come una magia la serenità di quegli atti.

Anche se il suo cuore già da allora era inquieto, poiché sapeva che ella si sarebbe nascosta nel buio della sua ultima vita, sapeva che quegli occhi, allora fulgidi alle stelle, si sarebbero velati di un cieco senso di libertà, la libertà che conduce alla schiavitù.

Si sedette nello stesso posto d’allora, sospirando trafitto dal suo dolore, avvolto dal buio, languì lungamente.

Alzò gli occhi al cielo, poi ancora al nero mare sottostante, mentre il rudere torreggiava severo e silenzioso alle sue spalle, ricordò il suo senso di potenza accanto a lei, di quando si carezzava le bianche braccia parlandole, del suo incredibile modo di non sentire fame, nel taglio gelido della brezza portata da mare, quando era accanto a lei, le porgeva sempre i suoi indumenti, poiché voleva che lei sapesse che per lui il sacrificio era una cosa sacra, con cui si esprimeva anche nei piccoli gesti.

Ricordò il ruggito delle onde provenienti dall’immensità; contemplando quella pallida bellezza ai lumi della luna, in quella lontana notte si alzò barcollante a quella vertiginosa altezza, stordito dall’alcol, vacillò, poi aiutato dalla presenza di lei si fece forza e restò saldo sulle gambe, da solo fece il giro del rudere, la vide da lontano, seduta nel buio che celava il suo volto, tremendamente bella nelle sue sottili e rare movenze, lui la raggiunse e si inginocchiò dinnanzi a lei che lo guardò profondamente e un po’ smarrita, poi si baciarono, avvolti dal buio e piccoli nell’immenso del cielo.

Lui le carezzò il collo ove sentì vivido il flusso del sangue di lei, coi capelli flagellati dal vento egli disse con tono sconfitto: “Io ti voglio troppo bene.”

“Anch’io veramente.” – Rispose lei con voce struggente e penetrante – Poi lui le sfiorò ancora le labbra, ancora, e ancora, come assuefatto da una droga.

Insieme, scaldati dal vino, sentivano sulla faccia il canto del Mediterraneo che si innalzava antico, e lui si sentiva più grande, infinitamente immenso più del mare, più di quel nero cielo stellato che si stagliava infinito verso l’immensità, incontenibile come quell’enorme oscurità che avvolgeva il tutto, come il mare che gli riempiva il cuore di una traboccante malinconia, poiché gli mostrava ciò che in realtà era lui: un impeto incontenibile e immenso, che orchestrava la sua potenza in un movimento maestoso,  infondendogli una vivida sensazione di trascendenza.

Dopo che i due ebbero lanciato il loro sguardo lontano, vicini e oscuri come fratelli di tenebra, pallidi ed entrambi appartenenti ad una antica razza, egli parlò sorridente, quella era la notte del compleanno di lei, ma ad entrambi sembrava non interessare;

“Ti ho portato un regalo.” – Disse velato da un sottile imbarazzo che poco si addiceva alla sua imponente e nera figura – “Cos’è?” – Disse lei in un sorriso impaziente come di una bambina –

Lui estrasse un sacchetto di stoffa e lo porse nelle sue mani sottili, era un puntale di quarzo, penzolava riverberando la luna e il suo volto da una catenina d’argento, lei sorrise soddisfatta: “Grazie” – Disse imbarazzata e ancora più bella –

“Posso mettertelo io?” – Chiese lui quasi in un’affermazione – E lei annuendo chinò il capo, spostando con poetica flemma la rilucente chioma corvina di lato, scoprendo un liscio e sottile collo delicato, che bianco rifulgeva al buio ululante, il collo di cigno fu cinto dall’ornamento,

“Un bacio” – Lui disse – E lei sporse in fuori i suoi bellissimi e tondi occhi, poi allungò le labbra verso le sue, ma lui le baciò la fronte, cercando di dimostrare l’inesplicabile, cercando di dirle che su quell’ornamento egli aveva fatto scorrere il suo sangue, che quello era un altro nero ed egoistico segno del suo sacrificio.

Smise di ricordare, si alzò e camminò per lo stretto sentiero, lasciandosi alle spalle il lugubre luogo, quella notte, sul sentiero malinconico del suo passato, aveva ripercorso una via dolorosa, poiché aveva scorto per la prima volta nella sua ossessione qualcosa di tristemente sconsolante e patetico.

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Come una canna piegata al volere del vento egli vagava per quei luoghi che avevano segnato il suo cammino, una strada tagliente e solitaria, come il cammino sudato della vita, egli percorreva la via della sua morte, l‘oscuro sentiero della distruzione.

L’odore di quei luoghi si scioglieva su di lui in una fragranza orribilmente familiare, un profumo che evocava vecchie sofferenze, sapori di menta sulle sue labbra estasiate, notti di ebbra coscienza ove già sinuoso incombeva il male.

Quello era l’ultimo luogo: il fiume dove si era consumato il loro primo bacio, il fiume che con il suo debole scrosciare aveva trascinato il cadavere della sua felicità fino al mare, ove si era persa in quel lungo e tortuoso cammino ogni sua traccia; quello doveva essere l’altare di un folle proposito.

La brezza accarezzava le foglie nel silente impeto della sera, dolce la luna si nascondeva tra gli alberi, era triste essere soli quella notte, e lo sapeva bene il suo petto trepidante.

Legò ad un albero delle robuste corde,  esse stridevano innalzando un lamento inquietante, all’estremità delle corde pendevano dei ganci, che lucidi infondevano un muto messaggio di quiete e barbarie, un sussurrato messaggio di morte.

In ogni oggetto vi è racchiuso un segreto, la voce di esso è il mezzo, nel mezzo pasce serpeggiante il desiderio e il sentimento di colui che lo brandisce, poiché in esso è infusa l’anima che come in una caraffa trabocca.

La cerimonia era compiuta, i ganci rifulgevano nel buio come le stelle, carichi di dolore, di angoscia.

Abbandonò il fiume muto infrangendosi nella notte, intanto il vento leggero muoveva gli uncini pendenti alle corde, dando vita ad una macabra danza nel cerchio di alberi immoti, oscillando come vivi e in attesa trepidante.

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Il buio della stanza si muoveva lento come una notturna bestia, una cupa ossessione incombeva ormai già da tempo in quella camera d’albergo, ma quella era l’ultima notte, una notte ove il suo corpo immobile e sudato restava seduto al centro della stanza, asfissiante delirio attanagliava l’aria silenziosa, solo un respiro si udiva frenetico, che s’innalzava fuori da quel petto ansimante riecheggiando nella stanza come una cupa nenia.

Nelle sue mani vi era un pugnale, poggiato su entrambi i palmi rivolti in alto, come un delicato oggetto ritualistico, una preparazione omicida e febbrile.

Gli occhi sgranati e smarriti nel vuoto, nudo egli meditava, immergendosi in quella cerimonia dedita alla protettrice degli assassini, una cerimonia dal sapore di ossessione.

Non si sentiva pronto e cercava di scacciare da se ogni etereo ostacolo, di finalizzarsi al suo unico scopo, di concentrare tutto il suo spirito sull’ultimo suo grandioso atto.

Sentì crescere nel suo petto il furore, un fuoco maestoso che incendiava il suo ventre, sguainò il pugnale e balzò in piedi, un secco tonfo riecheggio nel silenzio della stanza, era la motivazione, la mistificazione che muoveva i suoi passi severi nella notte, con secchi e imperiosi movimenti fendette l’aria più volte, impartendo la sua forza, gocciolando sudore nei suoi lenti e vigorosi movimenti, lucido poiché sudato come un antico templare in preda al delirio della sua devozione; egli compì quella solenne danza bellica in maestose e solide movenze.

Si fermò col pugnale rivoltò in avanti e dalle sue mascelle tremanti fuoriuscì un suono: “Domani ella morrà.”

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Riempì d’acqua la vasca e vi si immerse, bianco il suo corpo si purificava dell’odio che scorreva sulla sua pelle, bagnò i suoi lunghi capelli abbandonandosi ad un riposo del corpo, nonostante la sua mente fosse profondamente oltraggiata dall’angoscia.

Sottile lama dai sussurri piangenti
aiutami a ricondurla al fulgore.
Dona ad ella le ali del tutto,
conducendo il suo spirito all'antica forza,
innalzandola all'altare sacro della trascendenza,
annullando l'umano,
esaltando la sorgente del suo antico potere.
fa sì che ella meriti il sangue,
fa sì che ella meriti l'annullamento.

Il sacro pugnale accarezzo i suoi avambracci, sangue lucente gocciolò sul pavimento, mostrò le rosse ferite al buio, estasiato dalla pratica notturna, estasiato dal lento scorrere del suo sangue.

Un’ombra di luce fendette la tenebra, fredda sorgeva un’alba malinconica, portatrice di follia e distruzione, un sole rosso si stagliava lontano, il giorno era giunto con quel flebile tepore, saturo di una inguaribile angoscia che imperava nei colori sbiaditi di quell’alba, un’alba foriera di morte.

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Cadde in un sonno profondo e improvviso, come di assenzio; sembrava che un angelo con le sue affusolate mani gli carezzasse il volto, era un angelo nero che cullava il suo sonno.

L’immagine era opaca, entrava in una chiesa barocca, l’opulenza del luogo gli soffiò sul viso un odore di morte.

Sull’altare una donna dai vestimenti di sposa, bianca attendeva all’imperioso suono d’organo, ai lati della chiesa due file di vecchie nerovestite cantavano una nenia piangente, come in un funerale.

Egli si avvicinò lento all’altare tra gemiti di morte delle anziane lamentose, giunse accanto alla sposa e sentì un odore, l’odore che apparteneva a lei, l’odore del sepolcro.

La maestosa dama si voltò, e sotto il velo bianco apparve un teschio, con furia egli colpì lo scheletro che si infranse mentre il coro di lamenti s’innalzava austero, trascinandolo in uno stordimento catartico.

Vide nuovamente lo scheletro, ancora vestito da sposa varcare la soglia della chiesa e raggiungerlo con le braccia tese in un supplichevole gesto; il lamento prendeva forma divenendo dal sussurro che era, sempre più altisonante, assordandolo: “Non puoi uccidere gli spettri, non puoi amare un teschio.”

Lui si avvicinò allo scheletro che con le mani lo chiamava a sé, mosso da una misteriosa malia, sentendosi inerme nel regno della sua ossessione.

Sollevò il velo e sentendosi invaso da un profondo senso d’amore che si espandeva nel suo petto e si impregnava nelle vene come eroina, baciò il gelido teschio, che al soffice tocco delle labbra di lui lacrimò sangue, vermiglio sangue che irrorava il candido, merlettato vestito, unendo una scia purpurea al niveo candore dell’abito.

Il sangue cadde in terra sino ad espandersi in una grossa polla densa e lucente, muovendosi sinuoso come mosso dalla litania che le anziane donne intonavano: “Vuoi nutrirti della sua morte vampiro?”

Si svegliò madido di sudore, forse la follia si stava impadronendo di lui offuscando la sua mente, l’ossessione del sangue di lei lo stava ottenebrando, doveva guarire da quella insana malattia e innalzarsi al di sopra di lei, al di sopra della smaniosa possessione che bramava.

L’amore è la forma più ingannevole che il male assume, persuadendo gli animi, infondendo psicosi, ma lui era più forte, lui era pronto per l’estremo rituale della passione.

_____________________________

Si vestì in fretta e raggiunse la strada, il sole bruciava ancora la sua pelle, la luce intrappolava la sua anima.

Quel giorno, lento e soporifero, appariva come il riverbero artificiale di un’epoca ignota, fuori dal tempo, ove le persone, i palazzi, le strade, apparivano come un finto scenario di un quadro di De Chirico.

Sentì la morte nel suo petto, gli infondeva un vago sentore di felicità che scappava nei recessi del suo intimo senza lasciarsi afferrare.

Sentiva gli odori di quella città, gli erano sempre parsi estranei alla natura, elementi di una fiaba surreale, una nebulosa di odori che egli racchiudeva nella scatola nera della sua coscienza, che erompevano spaventandolo, avvolgendolo in quella fragranza sinistra e surreale.

Camminava sfuggendo ai raggi del sole, riparandosi all’ombra dei vicoli barocchi, riconoscendo antichi echi, voci del passato, spettri che brulicavano infondendogli quel manto malinconico che lo aveva sempre attirato lì come un magnete, quei posti lo assoggettavano in modo austero proprio come lei faceva con lui, lei era quei luoghi, era lo spettro di quella terra che lo legava inesorabilmente mediante la malinconia.

Nero, in contrasto col giulivo mattino, egli si muoveva come un fantasma, e il suo giaccone era una cappa frusciante, cadeva inerte lungo la sua figura, ancora la malia di quella terra gli stringeva lo stomaco, la malinconia lo divorava, e sulle sue labbra sentiva il profumo di antichi sapori.

Ma accanto al suo grosso ventre la pistola sussultava, evocando la fine di quella fiaba oscura.

Era una spettrale figura incedente, come una fiamma nera, coi riccioli al dannato sole.

Si fermò sotto un arco di marmo, l’ombra carezzò la sua pelle, i neri occhiali da sole cascavano lungo il suo naso sudato, i suoi occhi roteavano isterici, verdi, storditi dalla luce.

Di fronte a lui vi era una macchina parcheggiata, dall’auto scendevano cinque ragazzi, sottili e longevi nell’aria dell’estate, lui di rimpetto sentiva nel fuoco di quel sole l’acre odore del sangue, che leggiadro e inquietante si innalzava come una scarlatta farfalla.

Uno solo di loro era virile, un robusto ragazzo dalla fronte alta, era avvolto da un’aria fascinosa, come quella che emanerebbe ogni cavaliere di una favola, ma quella era una favola di sangue.

Dalla sua parte della strada estrasse la pistola, il sussurro della pelle nera fu un sibilo d’estasi, sparò, e in un istante la bianca camicia del ragazzo fu tinta di rosso, lenta e sinuosa ora la macchia s’espandeva, in terra il ragazzo ansimava, guardava con odio il nero Attila che incedeva silente, si, riconobbe in lui Attila come in un sogno, seppe che il flagello di Dio possedeva quelle fattezze, poi udì un sibilo, che sulle sue ali lo portò nel buio della morte.

Gli altri ragazzi scapparono, lui si sentì confuso ma proprio in quell’istante gelido vide lei, vide lei riconoscerlo e fissare il cadavere sanguinante con i suoi grandi occhi smarriti, era immobile, bianca, contornata da neri riccioli che erano avvolti alla sua figura come il manto della morte, le labbra esangui curvate in un’espressione di cupa freddezza; il silenzio attraversava le loro figure immobili come un vento, lui torreggiante su di lei sollevava il petto spasmodicamente, fu un eterno attimo di stasi, visti da fuori apparivano come due statue di carne immobilizzate nell’atto di riconoscersi, l’una di fronte all’altro..

Poi i verdi occhi di lui brillarono e il suo bianco volto si aprì in un sorriso, rise forte, innalzando note diaboliche.

Nuovi ragazzi della stessa, vergognosa foggia giunsero patetici, afferrarono per un braccio lei immobile dinnanzi al colosso nerovestito. “Vieni via, vieni via.”

Lei smarrita si fece trascinare guardandosi intorno attonita, poi sorrise anche lei, ma sorrise guardando gli occhi nocciola di un consolatore che l’abbracciava, che cosa grottesca, ogni sorriso che lei donava era sangue.

Cominciò a sparare all’impazzata verso il gruppo che attorniava la donna, lenti, i giovani cadevano, seguiti da archi di sangue, scarlatte fontane; cadevano in terra inermi e rossi rivoli tingevano le loro labbra, il trucco del dolore.

Sinuosi proiettili penetravano nelle schiene tessendo nella carne canti di dolore.

Che cupo giorno era quello, in lui erompeva l’ebbrezza del massacro, la fosca sensazione della strage.

Bloccava dentro di sé quella dirompente fiamma, e si sentiva labile, sottile come fosse fatto di spirito, come se sulla sua schiena nere ali stessero sbocciando, nere ali macchiate di sangue.

Lei restò ancora immobile, attorniata dai rossi cadaveri e dalla gente in fuga, era lì ferma, invasa dalla luce, il suo bianco volto era segnato da schizzi purpurei, il sangue della di lui follia colava lungo quel pallido viso.

A lenti passi lui la raggiunse, si fermò e la guardò negli occhi, smarrendosi ancora, sentendosi debole e stanco; con il dorso della mano colpì il mento sottile di lei, in un colpo imperioso, schioccato nel silenzio.

Lei cadde all’indietro riversa, un lungo ricciolo cascante dalla sua fronte segnava serpeggiante l’esangue faccia, dalla bocca colava un sottile rivolo di sangue che dolce le colorava il mento.

L’aria era oppressa dal silenzio, il sole ardeva implacabile, maligno nella strada antica e deserta.

“Ti voglio bene, lo sai?” – Disse in un sussurro – E sparò al ginocchio di lei, la cartilagine si infranse in fiotti di sangue che gocciolanti irrorarono la strada, lì tutto aveva inizio, col primo sangue di lei, il sacro sangue della dea irrorava la sua terra, penetrava nei vecchi mattoni smarriti nel tempo, battuti da quel ugual sole, che forse un tempo era stato diverso, rossi riverberi scintillavano nella pozza di sangue ove il sole si specchiava, lei giaceva in terra, e aveva urlato quando l’eco dello sparo aveva spalancato le porte di un penetrante dolore; lei ora era un involucro.

Sollevò quella bianca bambola di porcellana con un gesto lento e regale, la portò con passo leonino sino alla macchina di lei, le frugò nelle tasche trovando le chiavi, aprì la vettura distendendo la donna, poetica e sanguinante ricordava una bianca colomba in agonia.

Guidò sulla strada battuta dal sole, un sentiero che lui aveva immaginato notturno, accompagnato dall’agonia di lei guidava verso l’ultimo altare del loro matrimonio di morte, nel monotono scorrere della vettura avviluppata dal paesaggio arido dell’ammaliante Sicilia egli udiva i sui lenti sospiri, e in questi riconobbe il felpato sussurro della sua anima, quelli erano i sospiri di un angelo morente.

Le carezzò i capelli, passando leggere le dita nel soffice arazzo di quelle chiome.

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Giunse al fiume ove danzanti le foglie schermivano il sole, la condusse all’albero, silenti penzolavano i ganci, come vetusta poesia.

Lei era presa da un languido abbandono, come rassegnata alla di lui perenne pazzia che come un fiume impetuoso l’aveva investita, smarrendo ogni sua sensazione, ma la freddezza imperiale di lei era inalterata, contornata da un’aria di profondo disprezzo.

Lui come sempre sentì il fallimento invadergli la mente, ma lo scacciò fuori, come si scaccia uno spettro maligno.

Compì il suo cerimoniale, sentì che quanto stava per fare era effimero, ma il non farlo l’avrebbe condotto al delirio, il delirio che quell’esistenza gli aveva trasfuso.

L’agganciò agli alberi a braccia divaricate, i ganci penetrarono i nivei polsi, il sangue scorreva inumidendo la terra, mescendosi all’acqua scrosciante che flemmatica ipnotizzava quel sacrificio d’amore.

Poeticamente crocefissa ella sanguinava con le braccia flessuose ed il corpo armonicamente pendente, tragica e languida in quella posa di martirio, nel fascino dell’agonia non aveva ormai più la forza di urlare; come nere bisce i capelli le coprivano il volto, donandole un’aria di sofferenza e dolore, ella stessa era un poema innalzato al dolore, abbandonata in agonia sanguinante, col capo chino in avanti.

Il fascino di quella persona lo investì di commozione, galvanizzato estrasse un coltello e le sfregiò la faccia, ed ella divenne ancora più bella, ornata di quel segno che rigava il suo volto, gocce di sangue scorrevano lungo il  profilo, serpeggiando attraverso il suo collo sottile.

“Amerò anche il tuo cadavere, tanto sono pazzo!” – Disse lui in un sussurro –

Poi l’accoltellò implacabile, in una spalla, nel petto, dolce la lama penetrava e a fiotti il sangue zampillava nella frenetica danza di quel solenne atto d’amore, ove lei penzolava inerte, in balia dei secchi suoni che intonava la pelle aprendosi sanguinosa alla lama.

Poi un ultimo fendente al ventre, a quel sottile grembo su cui egli avrebbe pianto, per fecondare di lacrime la sua angelicata forma.

Dalla bocca di lei sbocciò un denso fiore di sangue, che poetico ghermì le sue labbra.

In quell’ultimo gesto, ove lei lentamente spirava, lui sfiorò quelle sanguinanti labbra, la rossa bocca s’aprì accondiscendente al fatale bacio, dolcemente, con fluida flemma; forse l’ultimo gesto di un’antica dea.

In quell’atto si consumò l’ultimo suo soffio di vita, un sospiro di morte che egli assorbì come un vampiro, in un languido atto ove la portava dentro di sé, divenendo la sua tomba, suggendo gli ultimi suoi istanti di vita.

Avrebbe voluto restare attaccato a lei in eterno, in quel matrimonio di sangue ed estremo sacrificio, ma udì lontane le sirene, venivano per lui, la legge oltraggiava il suo ossessivo sentimento, la legge puniva il suo tragico legame.

L’atto era compiuto, quello era stato il teatro del loro primo bacio, ed ora lo era dell’ultimo, fatale, bacio scarlatto.

Davide Giannicolo
Davide Giannicolo

Davide Giannicolo vaga nottetempo per brughiere e cimiteri, molti lo giudicano poco raccomandabile solo perchè ama armi da taglio, il corpo a corpo e i cani molossi.
Qualcun’altro lo giudica male perchè ha il vizio di scrivere e cerca di propinare a chiunque, anche con la violenza, i suoi delirii sospesi tra sogno e coltellata.
Chiunque si avventuri nel suo mondo, gli tenga lontano la propria fidanzata, madre, cugina o sorella minorenne, se lo siete voi stesse, non osate contattarlo, poichè Giannicolo è l’erede italiano del marchese De Sade.

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3 Commenti

  1. Benvenuto Davide... come inizio certo non si può dire che manchino le parole.... 😉

  2. ehhe, diciamo che sono un pò esagerato.....


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