Era quello il posto migliore, il cesso.

Per Orafi era diventato più importante del cibo, dell'acqua e della preghiera. Anzi, la preghiera non c'entrava nulla.

Pregare lui?

Quando mai. Più che preghiere Orafi esplicava imprecazioni. Non imprecava il padre eterno, figura troppo inverosimile per la sua testa. Ma imprecava al suo datore di lavoro. Inveiva contro di lui da una settimana. Il mutuo dell'appartamento era aumentato e e con quello che prendeva riusciva a malapena ad andare avanti.

Le sigarette costavano sempre di più e il “pane” delle bollette lievitava di mese in mese. Ed era una mollica immangiabile quella.

Orafi faceva l'operaio metalmeccanico. Nove, dieci ore al giorno. Quando si sarebbe deciso a dargli l'aumento quel cane dietro la scrivania?

Era diligente, attivo e “produceva”. E quel bastardo in giacca e cravatta non l'aveva notato?

Eh si, quelle bestie sanno tutto di tutti. Contano perfino quante volte vai al cesso durante il turno.

Erano ormai passate le otto di sera e la figura bassa e grassoccia dell'operaio si era avviata verso il bagno, posizione strategica. Il viso tozzo e circolare presentava una barba incolta. Gli occhi ornati da folte sopracciglia fissavano lo specchio mezzo rotto sopra il lavandino.

Orafi, a suo agio sopra la ciambella, si accese una sigaretta.

Come ogni sera si rilassò e lasciò che le sue membra lavorassero da sole. Appoggiando il capo sopra la vaschetta dell'acqua, Orafi chiuse gli occhi e inspirò il fumo del filtro. L'unica luce accesa era quella flebile dello specchio, che illuminava il volto dell'uomo per metà.

Tranquillo, si abbandonò al suo sfogò interiore.

Espirò il fumo e, successivamente, tirò nuovamente dal filtro.Si toccò il collo, grattandosi, e con la mano scivolò verso il ciondolo levigato che portava addosso, al torace. Era un regalo di suo padre. Glielo aveva regalato suo padre quando fece la recita di fine anno alle elementari.Fu l'unico regalo che gli fece in tutta la sua vita. Il suo vecchio era un tutt'uno con l'alcol e, sotto il suo effetto, diventava solo malignità.Quante volte l'aveva pestato con dedizione. Era talentuoso in questo suo hobby, anzi, non aveva che questa. Pestare il proprio pargolo. Una passione che il figlio conosceva assieme alla madre, ma nessuno dei due apprezzava.La madre era scappata una notte sotto una tempesta d'acqua. Ma che cosa poteva fare un diluvio in confronto ad un pazzo con un bastone in mano?Il piccolo Bruno Orafi era rimasto in casa, riparato sotto il letto. Sentiva con terrore i rumori che provenivano dall'esterno. Non era l'acqua a incutergli timore, ma le scarpe consunte e nere di suo padre che salivano la scala che dava alle camere da letto.

Sua madre non la vide mai più. D'altro canto, passò due anni d'inferno con suo padre. Il bastardo ebbe una morte degna del suo operato. Era da anni afflitto dai creditori che esigevano cifre altissime. Cifre che mai avrebbe potuto pagare.Si era affidato anche ad uno strozzino. Lo stesso che si presentò sulla soglia di casa un mattino d'Agosto con un fucile in mano.

Fine del vecchio.

Bruno fu portato in collegio, giusto il tempo di diventare maggiorenne, giusto il tempo di essere abbandonato a sé stesso. Cominciò a sopravvivere operando piccoli furti, oggettini di poco valore. Qualche collanina, qualche lira, fin quando non finì in questura sporco di terra e con una gamba sanguinante.

Un cane che stava di guardia in una villetta che aveva adocchiato da tempo, gli si avvinghiò alla coscia ancor prima che scavalcasse del tutto il muretto.

Una notte al fresco, giusto il tempo di riordinare le idee.

Un cane che attacca un altro cane, pensò ridendo di sé stesso.

Gli fu trovato un posto in una piccola cooperativa dai servizi sociali. Fu messo a imballare bacinelle di acciaio pronte per la spedizione ai clienti. Il lavoro non gli piaceva, ma almeno aveva la sicurezza di un pugno di lire a fine mese sicure al contrario di un furto andato a male.L'orfano imparò presto a fumare. Le sigarette non mancavano di certo in quell'ambiente. Trovò un alloggio in una vecchia pensioncina di periferia. Si aggiustò quel poco che basta per definire una persona mezza agiata.Passarono tre anni discreti, i soldi erano aumentati quel poco che denotava la differenza tra apprendista e operaio.

Orafi aveva finito la sua sigaretta. Ne accese subito un'altra e torno a rilassarsi. I suoi sfinteri avevano finito di lavorare. Ma lui stava bene lì dov'era.

Chiuse di nuovo gli occhi e inspirò l'ennesima boccata.

Se non fosse stato per quel porco, quel lurido essere, la sua vita non sarebbe cambiata. Il porco era un operaio più vecchio di lui, ottuso quanto basta per essere sospettoso di Bruno. Lo guardava di malocchio da quando aveva messo piede in quel posto. Orafi non ci fece mai caso, neanche quando cominciarono a girare voci sul suo conto inverosimili. Si diceva fosse l'assassino dei suoi, uscito di carcere per grazia. Tante voci sgorgate rigogliose da una sola fonte.E, quando cominciarono a sparire utensili e arnesi da lavoro, venne a sapere che il porco aveva gettato su di lui le colpe, parlando ai superiori. Da quel momento gli occhi si fecero molteplici e ostili verso quel ragazzo.

La figura adolescenziale cercava di andare avanti, nonostante tutto. Ma il misto di rabbia e paura lo tormentavano dentro. E la tensione cresceva in lui, giorno dopo giorno. Ora dopo ora.Cosa aveva fatto per ottenere solo calunnie?

Arrivò quel giorno, il giorno che non si sarebbe mai aspettato.

Ci fu un incidente nel suo reparto, una bacinella di acciaio riposta malamente sulle scaffalature alte cadde, colpendo un operaio alla schiena. L'uomo a terra, ansimante per il dolore. Accorsero un paio e tra questi il Porco. Quest'ultimo non perse tempo ad inveire contro Bruno, riempiendolo di ingiurie ed insulti.Il ragazzo capì quasi subito la macchinazione. La bestia dentro di sé. Gli fu addosso. Furia ceca. Caddero a terra. Lo colpì di colpi mal calibrati ma dettati dall'incoscienza . Altre braccia, lo strinsero alla vita, tirandolo all'indietro.

Non capì più nulla, solo le sue mani chiuse e sanguinanti in una visione appannata. Tutto apparve a rallentatore.

Si ritrovò fuori, al freddo. Come una bestia difettata che non va al macello. Va solo abbandonata.

Lo ritrovarono spesso sulle panchine comunali, fatto. Qualche giorno dentro al fresco e qualche giorno fuori. Questa la sua routine. Si attaccò alla bottiglia. La vita cominciò ad avere solo un colore, il rosso rubicondo.Finì a fare il manovale in un cantiere edilizio. E ad uscire periodicamente dalla caserma.

Gli anni passarono veloci, come lo svuotarsi delle bottiglie e l'incenerirsi delle sigarette. Ciò che restava erano gli occhi che a forza guardano avanti, scrutando alcuni attimi dietro di sé.

Orafi non aveva finito la sigaretta che, ancora luminosa, era a terra. Sopra d'essa, la mano penzolante e sudaticcia dell'operaio grassoccio, chiusi.

Si, aveva fatto in tempo a chiuderli, l'uomo.

Chiuderli alla vita. Serrati in mezzo al fetore dentro la stanza, quell'odore che aveva sentito tante volte. Un odore d'esistenza e di tristezze, di cui nessuno avrebbe mai più eliminato, scaricando l'acqua.

 

Gionatan Squillace
Gionatan Squillace

Gionatan ( classe 1987), freelencer visionario.

Cresciuto in periferia e speranzoso di morire in periferia, cresce tra i romanzi di Jules Verne quando laffuori c’è ancora la guerra fredda e il mondo gela dalla tensione.
Man mano che gli anni passano le fobie aumentano e si ritrova a battere un palcoscenico per scherzo e per scommessa. Il legno polveroso e marcio avrà un suggestivo effetto su di lui e il teatro dilettantistico lo accoccola tutt’ora, riscaldando le sue pulsioni con i riflettori roventi.
Le allucinazioni immaginifiche crescono comunque, ed egli non può fare a meno di scrivere. Comincia ad articolare poesie e racconti. Testi che solcano con gli anni profondità d’animo rasentando astrazioni poetiche.

Fa parte di un progetto musical-teatrale, i Golosa Sound, con il quale porta in giro reading delle sue poesie e piccoli spettacolini. Il tutto accompagnato con Arpa, Hapi e Chitarra.
Ha pubblicato racconti saggi e poesie per varie web-zine e riviste letterarie indipendenti.
Il 2010 è l’anno del suo primo romanzo, il thriller-noir L’Inverno Dello Straniero, edito da Pendragon.

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6 Commenti

  1. Ciao Gionatan,

    o ho letto male io e mi sono perso il filo del discorso, oppure è un po confusa la narrazione quando si scambiano i soggetti.

    Te lo chiedo perchè sarei interessato a capire meglio il tuo racconto...

    • Ciao Nevrotico A.
      Guarda chiedo scusa se la cosa riguarda me nell'elaborare la narrazione ma forse credo che sia per un'alternanza di presente e passato (flashback). Dimmi pure dove non comprendi ...

      • Tranquillo, mi hai già risposto con "Presente e Passato".

        Credevo fosse tutto sulla stessa linea temporale e che i protagonisti fossero due entità diverse.

        Mi è piaciuto...

  2. Il vecchio Orafi e il ciondolo. Il ciondolo e i ricordi di una vita spesa male. Presente a imprecare contro il suo datore di lavoro, passato annebbiato da rabbie e alcol e ceneri di sigaretta.
    No, non basta tirare lo sciacquone.

    • Difatti lo sciacquone "dentro" Orafi non verrà mai tirato... nemmeno la morte stessa cancellerà l'infelicità di una vita . Sono attratto dai personaggi ai margini della società , Mariella ...


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