Il delicato paese di porcellana, le bambole, la felicità e i pazzi

Me lo chiedevo, in effetti, se eravamo anche noi come le statuette di porcellana presenti nel paese del Sud, interamente realizzato con materiali vivaci e colori sgargianti, quasi a volerne fare un’opera d’arte della vita: la casa delle bambole, viva e animata, dove ogni essere si metteva in mostra, costituendo un ideale.

Da qualche parte, oltre l’arcobaleno… ah già, più o meno ho dimenticato che il paese del Sud nessuno lo conosce probabilmente, perché oramai ciò che non esiste in un film, o schermo che sia, non esiste nella realtà, e così è per “il mago di Oz”, che non mostra né fa accenno a questa strana terra che sbigottisce i protagonisti nella sua versione cartacea; d’altronde il Sud c’è sempre stato abituato a sentirsi come qualcosa di mai considerato, diversamente dall’Oriente, del diverso che ha sempre dato sbigottimento, e non me vorrà se farò anch’io lo stesso, considerando ancora quel hic sunt leones, come qualcosa di tacito, aree dove probabilmente esisteva solo deserto e nulla. E davvero verrebbe da chiedersi, segnando con l’indice su una mappa, quanto sia prossimo il vostro Sud e la considerazione che avete di esso, quanto sia chiuso il vostro mondo… Ma non farò così. La gente conosce così poco di sé stessa e pretende di conoscere la geografia e il resto...

“The Dainty China Country”, ecco il titolo del XX capitolo de Il meraviglioso mago di Oz, attraversato da alcuni trai momenti più interessanti del romanzo e dell’opera di Baum, sospesa, grazie al suo simbolismo, in intrecci di pensieri e interrogativi trai più curiosi, tali da far tornare quasi bambini. Nel paese di porcellana, per gli occhi di Dorothy, la bambina protagonista del romanzo, ogni cosa è perfetta o quasi. Quel mondo le permette di estraniarsi dalla vicenda che vive, l’avventura nel mondo magico alla ricerca di un modo per tornare a casa,  ponendole di fronte gli oggetti della propria spensieratezza, del divertimento: puro desiderio, la cosa più semplice che c’è.

E quante ne conosco io che sono come Dorothy, ma lo nascondono e ognuno cela quel desiderio così puro in maniera tale da scordarsi pure dove l’abbia riposto e in cosa consista. Come Dorothy, si vede agire il cuore e la mente liberamente, quasi che non è possibile rendersene conto, entrambi personificati dal taglialegna di latta e dallo spaventapasseri, mostrando ora una frattura, ora una riconciliazione di ego, es e super-ego.

Lo sbigottimento che nasce allora, una volta scavalcato il muro e arrivati nel paese di porcellana, è dovuto a quella strana sensazione di magia con cui i protagonisti si vengono a confrontare: per quanto i protagonisti stessi possano presentare le più grandi stranezze (come il trovarsi in un paese incantato per Dorothy, l’essere vivi, nonostante si sia inanimati come per il taglialegna e lo spaventapasseri), essi si presentano come perfettamente consci della loro normalità o humanitas di fondo, nonostante in più occasioni essi alternino sentimento e sangue freddo. Il vedere, dunque, bambole animate, vive, di porcellana, le quali si riveleranno altrettanto consce della propria normalità in fondo alla loro “viva” stranezza è data per certi versi dal ritenere ormai acquisiti e scontati tali caratteri. Per quanto paia strano, ancora una volta, è profondamente umano dimenticare quel qualcosa che rende l’uno diverso dall’altro in maniera unica, tale da creare sbigottimento. E allora il non provare più sorpresa può essere una conseguenza? Ricordo che ad uno spettacolo di magia per bambini, presto il mago ricevette ben più applausi dai grandi che non dal suo piccolo pubblico. Sarà che siamo così abituati alla normalità che sopportiamo la stranezza solo a piccole dosi? E se lo facciamo è perché non ne sopporteremmo molta oppure perché finiremmo per ucciderla?

Concentriamoci ora sui personaggi, sulla porcellana. Scesi dal grande muro che circonda il grande paese di porcellana, essi notano come questa sia una componente non solo dei suoi abitanti, degli edifici, ma anche di animali e di come esso sia anche parte della strada. Ovviamente tutto è ridotto a dimensioni di una casa di bambole, rendendo i viaggiatori stranieri immediatamente dei giganti agli occhi degli abitanti: sono due stranezze, due mondi diversi, che si scontrano l’una con l’altra nella paura che una possa ferire l’altra. Di incidenti ce ne sono in effetti, una chiesa viene rotta, così la gamba di una mucca. E “scusa” è l’unica cosa che può esser chiesta di fronte all’impossibilità di riparare una frattura all’interno di un sistema.
In effetti, tra culture diverse è sempre stato più o meno così, ma, nonostante tutto, agli incidenti non c’è un vero modo di riparare, se non con uno “scusa”, aspettando che sia il tempo a lenire una difficile cicatrice: dainty, l’aggettivo presente nel titolo del capitolo che descrive la qualità del paese di porcellana, è ciò che ci viene in aiuto per descrivere questo mondo che vive nella paura di spezzarsi, e quindi ecco il perché dell’aggettivo delicato. E se questo mondo è fatto a nostra immagine è somiglianza, tali siamo anche noi…

La paura di esser fatti a pezzi è grande che spinge ogni essere a scappare, ciò che preoccupa di più però non è tanto il dolore quanto la crepa che si formerà e resterà a seguito della riparazione, che renderà meno belli. Meno speciali, meno con la voglia di rischiare al mondo.

Così probabilmente ha avuto origine la diffidenza tra gli esseri umani, non dite? È questo ciò che accade nel passo citato precedentemente, quando Dorothy insegue la principessa che fugge. La principessa ha paura del male che ha visto infliggere e scappa, eppure ciò che vuole Dorothy per lei è solo trattarla bene. Ma non lo capisce. E siamo ancora così noi non comprendendo, non sappiamo cosa vogliamo per gli altri, ma neanche ciò che vogliamo per noi. Comincia così il colloquio tra le due piccole donne a loro modo: per Dorothy è qualcosa di normale dialogare per una bambola, per la bambola altrettanto rispondere, ma quest’ultima, alla proposta di Dorothy di venire con lei a casa sua e di farla diventare la sua bambola preferita, dichiara che preferisce la sua libertà all’effettivo scopo per cui essa esiste, di cui è ben conscia.
La felicità, è la felicità ancora che sgorga da questo passo. Da americano, Baum sa che il destino di ogni uomo è la felicità, come scritto nella costituzione del suo paese, ma è davvero così? Forse, in parole semplici, non essendo noi in grado di capire quale sia effettivamente il nostro destino, preferiamo una risposta generica. quale “La felicità”, per rispondere a un così difficile concetto. Incapaci di capire cosa sia davvero la felicità, tanto è vero che non siamo in grado di spiegarla o definirla, ma potendola solo vivere.

Vita, destino felicità: la stessa cosa.

E poi c’è il clown, l’unico in tutto il paese di porcellana che non ha paura di andare in frantumi. Egli viene considerato un pazzo da tutti, diventato tale perché facendo gesti azzardati s’è rotto più volte il capo, divenendo quasi irriconoscibile agli occhi di tutti. Per questo egli forse è sempre più pazzo, sarà per questo che non ha paura degli stranieri, sarà per questo che continua a parlare in rima, come fosse un poeta, sarà per questo che egli viene ammonito dalla principessa, decisa a mostrare buone creanze nei confronti dei visitatori, che restano allibiti e irrigiditi, al punto che il clown chiede loro perché lo guardino con degli occhi così strani. Ciò che è strano è come spesso rinunciamo ad essere come il clown, pazzo da provare ogni cosa anche cento volte, nonostante possa farsi male.

Il mondo è in mano ai pazzi e lo ignoriamo tutti i giorni, dopotutto i professori di filosofia per darsi un tono sorvolano sulle debolezze, sulla pazzia imperante in Socrate che oggigiorno cadrebbe in un tombino, Diogene che si imbottirebbe di crack, Cartesio che parlerebbe con un’intelligenza artificiale su chissà quale sito al posto di parlare con la bambola che gli ricordava la figlioletta morta, non tanto diversamente da come fa Dorothy nel suo di romanzo, ma tralasciamo che Dorothy, oltre ad essere una bambina e esser un personaggio inventato, non ha contribuito alla nascita del moderno pensiero scientifico o del pensiero filosofico in generale; visto? Il mondo è in mano ai pazzi pure presso coloro che dovrebbero custodire il sapere…

Ma chi se ne frega. Anche io ho preferito nascondere con il silenzio le mie di crepe, neanche ci faccio più caso.  Ci son cose peggiori, dice lo spaventapasseri, io dico, che non c’è niente di tanto peggiore da portarti a essere pezzi sparsi, o a essere un unico pezzo inamovibile senza emozioni.

Non sono il primo, non sarò l’ultimo a dirlo: siamo bambole imperfette che cercano di rassomigliare a un’ideale.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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3 Commenti

  1. Bellissimo articolo pieno di spunti di riflessione... Per i bambini probabilmente la stranezza, la sorpresa rappresentano la normalità, perchè è di queste cose che è fatto il loro mondo, mentre invece gli adulti applaudono forte perchè riscoprono ad un tratto quel mondo che un pezzo alla volta hanno preferito chiudere fuori alla porta... E quante volte per non rischiare di rompersi si accettano mondi attorno a sè che non li rappresentano per niente. Invece i pazzi rischiano, escono dal guscio, però sono infelici... Serve una via di mezzo!

  2. Il nostro vivere è tutto una rincorsa. Rincorriamo una felicità che neppure sappiamo definire. Ma non importa, continuiamo imperterriti. Ci piace così.
    E le nostre crepe ci fanno compagnia.


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