Ho tirato su le imposte e spalancato la finestra. Fuori era ancora notte fonda,un cane,lontano non smetteva di latrare, il cielo, fittamente punteggiato di stelle, mi ha comunicato un’ineffabile fitta. Sono restato col groppo in gola a lasciarmi investire – gli occhi chiusi – dalla brezza fresca e vivace che muoveva un concerto di foglie fra rami invisibili. Un profonda angoscia si era insinuata nei miei vividi sogni – di cui ancora tenevo una labile traccia emotiva - e mi sono svegliato madido di sudore e con le lacrime in volto, ma senza poterli ricordare.

Adesso non si ode suono, se non il ticchettio arcigno dell’orologio a muro. Mi sento in anticipo su tutto e tutti: un mondo addormentato che non mi bada – solo il canto sporadico di qualche passero, e il frusciare oceanico di invisibili fronde, che presumibilmente, danzano e ondeggiano, da qualche parte, nel fondale buio e indistinto di quest’ora antelucana. La mente si fa sgombra,poi, un’improvvisa ondata di dense rievocazioni, come fantasmagorie di fragranze e colori senza corpo, mentre qualcosa di remoto e inquieto, pare trascinare le sue catene da un angolo all’altro della mia mente. Attraverso la sala, e accendo la radio, che occhieggia da un angolo, segnando l’ora sul suo quadrante luminoso: le tre e mezza. Una voce in falsetto sta snocciolando grappoli di parole trite con l’accompagnamento di un rock basico.

Bevo del caffè freddo, che non ricordavo essere avanzato dalla sera prima, e il mio palato recalcitra al sapore denso e amaro della bevanda. La sensazione d’angoscia che avevano ingenerato i miei incubi, sta stemperando in una lieve ansietà, ma sento strisciarmi dentro come qualcosa di alieno e inafferrabile, che continua a strisciare i suoi passi inquieti, nel profondo della mia persona. Faccio per accendere le luci,mentre sento crescere uno strano melangé di sensazioni vaghe e contrastanti;  poi decido che tenerle spente sia più confortevole.Nella penombra della casa, vecchi oggetti familiari,cambiano di volto, suggerendo con le loro silhouette, bizzarre forme fantasiose. Il tempo, da torrente, sembra essersi trasformato in un rigagnolo. E’ come se la mia presenza si stesse assottigliando.

Adesso la radio scandisce grappoli di note carezzevoli, da un pianoforte che indugia su un andamento lento e dilatato,poi il richiamo di un violino zoppicante, emerge in collatere a quel morbido fraseggio musicale, finché i due non si accordano in una perfetta e dialogante armonia, ed un tremulo di chitarra ne consolida l’unione, salendo e scendendo ritmicamente di tono, come ad avocarne l’incedere per mano. Improvvisamente, ho la netta impressione di conoscere già l’intero brano. E in effetti, riesco ad anticiparne l’andante…pure,non ricordo come e dove,l’abbia già udito. Adesso, una sensazione di freddo crescente, prende ad avvolgermi in viscide spire; e il mattino sembra non dovere arrivare più. I miei occhi, fattisi sensibili alla semioscurità, catturano parvenze di dettagli che paiono fuori posto rispetto all’insieme. Mi dico che è solo un gioco di ombre, ma l’inquietudine monta nuovamente in un senso di angoscia nera e irrefrenabile, e sento l’impulso impellente di accendere tutte le luci. In un baleno,la casa si ricolma di una miriade di dettagli, che, per un istante,mi regala il sollievo di un piacevole senso di solidità…ma il sollievo è solo momentaneo, perché ogni mobilio, ogni singola suppellettile, mutano in qualcosa che non mi è mai appartenuto.Il freddo cresce…cosa mi sta accadendo?...un senso di terrore mi allappa la bocca, proiettando la mia testa all’indietro, in un flusso senza coordinate. E’ un attacco di panico, ne riconosco i sintomi. Una flebile voce,mi sussurra da dentro che quella è la mia casa, quelli sono i miei oggetti, ed io sono al sicuro,ma non riesco a stornarmi dalla perdita delle coordinate.

Mi muovo per tutte le stanze, nella ricerca frenetica di qualcosa che parli la docile lingua di un oggetto addomesticato dall'’uso, nei giorni e negli anni, ma adesso tutto quanto mi è ancora più estraneo e scostante… piccole e grandi foto-ricordo, sporgono volti ignoti dalle loro irriconoscibili cornici d’ogni foggia. Un quadro, da sopra il camino, che pure ricordo essere quello di sempre,mi offre la sardonica beffa di un bucolico paesaggio agreste,con fiumi e colline che non ho mai conosciuto prima.Incespico turbato ed attonito,come un insetto impazzito, fra inferni di nitidi particolari che sembrano congiurare contro la mia stessa esistenza. Cerco di aggrapparmi, con la mente stravolta e fluttuante in un pluriverso di scoordinati elementi,ad un ricordo salvo dalla congiura che mi si è fatta d’attorno, ma non riesco a niente. È come se non avessi alcun passato: una spoglia presenza che si percepisce senza alcun elemento di coscienza mediata. Non ho una passato, non ho un nome, non un singolo vissuto che torni al pensiero salvandomi dall'’incubo.

Un fischio assordante mi trafigge le orecchie, il volto avvampa, mi guardo le mani e sembrano spropositatamente grandi, mentre ogni parete pare ritrarsi lontano da me, per poi tornarmi incontro, in un’orribile vertigine altalenante,richiudendosi sulla mia evanescente presenza come per schiacciarla. Poi, tutto ritorna d’improvviso, nei cardini della normalità; come se qualcuno avesse accesso solo adesso, le luci della realtà. E la casa intera mi offre un nitido dejà-vù: io che torno a stare meglio, ed ogni dettaglio d’insieme che mostra il volto di una familiarità bastevole,ma mutila;di migliaia e migliaia di mattini eguali, senza nessun sole che sorge e nessun principio di giornata, nella prigione di un rotto arco di tempo che viene dal vuoto e nel vuoto ricade. Ed io, che torno nel letto sognando di potermi addormentare senza più svegliarmi, senza più dovermi ingannare, e nuovamente vivere il tratto terrifico, di quella mutila esistenza, che con la sua perenne ancora alla fonda, non salpa verso alcuna aurora.

Adesso,sento solo l’impulso di coricarmi e risprofondare nel sonno, per poter dileguare tutto quanto. Mi trascino come un sonnambulo verso il letto, mi distendo e mi avvolgo nelle coperte. La sensazione di freddo scema con la crescente pesantezza del sonno che torna. Il mio ultimo pensiero è la speranza di dover dormire per sempre, e sempre, senza più svegliarmi. Il silenzio diviene una dolce melodia. Ora sono al sicuro: calmo e appagato; stavolta, ho come la certezza che andrà tutto bene…

…non devo fare altro che dormire e sognare per sempre di non dovermi risvegliare.

 

Caro diario,

oggi mi sono alzato nuovamente tardi, proprio come un bruto. Questo ultimo mese è stato il peggiore in assoluto. Ogni volta mi sveglio con la sensazione di stare continuando un sogno, ma non riesco mai a trattenerne la minima traccia… se non forse una vaga voce, una voce di richiesta d’aiuto che sembra correre attraverso le pareti, per subito dileguarsi. Poi tutto torna ad apparirmi, con la sua tangibile e inespugnabile presenza ottusa, che mi reclama alla vita. Sto abusando senza ritegno, di alcol e psicofarmaci. Penso di stare perdendo del tutto il controllo. Da quando ho saputo di avere i giorni contati, non riesco più ad applicarmi ad alcunché, che mi salvi da questo lento assottigliarsi di ogni senso, con la sua inutile muta giornaliera, di morte pelli.

Credevo che sarei riuscito, almeno, a completare il mio ultimo lavoro, ma sono ancora in alto mare… riesco solo ad accanirmi ossessivamente, su uno stupido incipit che prima della ferale notizia sul decorso già avanzato della mia malattia, avevo pensato poter essere l’avvio della mia migliore e più ambiziosa opera. In effetti, sto solo annaspando in un labirinto di correzioni e riscritture, non riesco a scrivere con frutto. Non trovo pace. Continuo a cesellare morbosamente poche righe di avvio, che vedono il risveglio del mio protagonista, in un primo mattino di sonno spezzato… ottenendo soltanto di incagliarmi, una volta di più, arrivato al medesimo punto.

Penso di stare perdendo la ragione. Oggi, forse, mi deciderò a prendere su ogni singolo foglio, ammucchiarlo, e bruciare il tutto… magari così, ritroverò un po’ della tranquillità perduta…”

Massimo Triolo

Massimo Triolo
"Meglio regnare all'Inferno,che servire in Paradiso"

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3 Commenti

  1. Psicotica al punto giusto,le 3 e mezza il momento di sonno profondo dell'essere umano,il superare la soglia della realtà per poi tornarci dentro,nella speranza che questa sofferenza presto finisca.Complimenti.


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