I due si scrutano, ognuno ritirato nel proprio mondo, le spalle chiuse in avanti come a voler schermare il torace da un’aggressione e i tendini sollevati sui dorsi delle mani. La donna ha avambracci esili e d’oro, mentre l’uomo sembra uno spettro.

Si fissano, così, la statuetta e il fantasma, e non riescono a stare fermi sulla sedia: oscillano in avanti, si ritirano come l’onda sulla riva, sbirciano timidamente verso il centro del tavolo, tornano a ritrarsi timorosi che qualcosa, nello sguardo dell’altro, possa bruciare. È un timore che fa slittare le iridi verso il basso, è un timore che costringe a deglutire in fretta, a tossire e ad inghiottire il rumore quando la tosse diventa testarda.

"Hai visto qualcuno?", prende finalmente coraggio lei. La voce è stata una frustata rossa come i suoi capelli corti, aguzza come sono aguzzi i suoi zigomi, secca ed esile e graffiante.
È solo la sua voce. Lui lo sapeva, un tempo, ma ora l’ha dimenticato.
Non le risponde. Si lascia attraversare da un brivido e lo modella lungo la sua schiena, lo lascia defluire nelle braccia fino alle dita, fino alle unghie, e con lui lo sguardo si fissa lì, dove si è roso fino alla carne. Accanto all’unghia del medio una linea rossa è ancora umida.
"Se potesse ossidarsi", pensa, "sarebbe rame come i suoi capelli". Ma la carne non si ossida. La carne va a male. Invecchia. Si scava e poi cede. Alla fine marcisce attorno alle ossa, mentre i polmoni continuano a riempirsi d’aria ancora per un po’.

Qualche anno, e tutti i loro problemi sembreranno sciocchezze. Anche la storia della collana d’oro, come quella nottata passata fuori casa. Lei sorriderà dei difetti insopportabili di lui e lui riderà del vizio di lei, che la costringe ad accendersi una sigaretta dopo l’altra. Sorriderà della sua testa e del suo volto smagrito. Il torace esile gli parrà indifeso, affatto tagliente.

Gli verrà voglia di tenerla fra i palmi delle mani come fosse un uccellino incapace di volare, tutta fremente come un minuscolo cuore vestito con quel tailleur vinaccia troppo aderente, con la camicia che sa di vaniglia e sudore, con il collo sottile e lungo che si piega da un lato a lasciar scoperta l’arteria pulsante.
Se solleva abbastanza lo sguardo lo prova già ora, il desiderio di tenerla fra le mani, ma qualcosa lo trattiene. È quel qualcosa che sul fondo ha cominciato a sgretolasi e a ribollire, un magma di errori che si sono solidificati nella culla del suo stomaco.

Non le risponde, aspetta il suo attacco senza preparare una controffensiva, e serra le mascelle. L’attesa è lunga. Lei oscilla sulla destra come lo stelo tenero di un fiore porpora.

La sua testa sono petali, i suoi capelli ricadono mollemente attorno all’ovale triangolare.
I suoi occhi, grandi e spaesati, fremono del fremito delle lunghe ciglia. Fosse veramente rossa anche le sue ciglia lo sarebbero, ma il castano ne tradisce la natura. Non l’incarnato, neppure le sopracciglia, soltanto le lunghe ciglia. Eppure, se socchiudesse gli occhi, ecco che lui potrebbe vederle ramate anch’esse: l’immagine fluttuerebbe per un istante e, privata della nitidezza della critica, tornerebbe perfetta com’è stata un tempo.

Ma lui non la guarda.
Resta arroccato dalla sua parte del tavolo, le gambe che si induriscono sul nulla, scomodo e teso nemmeno fosse in attesa d’una sentenza di morte.
E lei si arrende.

Si arrende al peso di quel bolo mal digerito che grava pure sul suo stomaco, sulla coscienza che ha tentato di mantenere candida nonostante le pressioni del mondo: con gli occhiali dalla montatura rossa calati sul naso non ha guardato quello che le veniva offerto, ha camminato sul filo dei propri pensieri sino al baratro.
Quando il terreno le è mancato da sotto i piedi non ha nemmeno fatto in tempo ad aprire le braccia, è rimasta inerte nella caduta e tutta la sua fedeltà le è sfilata di fronte agli occhi sgranati: ogni gesto, quella routine forzata che lei considerava perfetta, la facciata che mostrava al prossimo ed a se stessa.
È atterrata male.
Ha picchiato il fianco e riprendere il respiro è stato difficile.
"Come vuoi", espira adesso, e torna a torturare quel che ha nel piatto con la punta della forchetta. Affonda e sposta i filamenti della coscia di pollo che ha ordinato, li pettina e li accarezza.

C’è qualcosa di disgustoso in questa pietanza. Nel fatto che prima camminasse, nel fatto che prima fosse collegata ad un minuscolo cuore che pompava e pompava sangue, e che questo fosse a sua volta collegato ad un cervello che, seppur limitato, registrava immagini attraverso gli occhi, e sapori attraverso la lingua, e sensazioni attraverso la pelle. E, chissà, probabilmente anche emozioni.

Emozioni, e lei ora di emozioni si sente talmente colma da poter naufragare: di fronte a lui è nuda, ed anche se l’ha conosciuto intimamente vorrebbe essere armata di lancia e scudo per potersi difendere e attaccare.

L’ha tradita.
Se non l’avesse tradita davvero l’avrebbe comunque tradita.
Il cuore della situazione era d’oro, un cuore appeso ad una catenella che ciondolava sul petto di un’altra offendendo lei e la sua fedeltà testarda.
Lo ricorda, e sibila: "Io vedo qualcuno", anche se è una bugia.
Non vuole essere da meno.
E lui, la fede sprofondata in tasca anziché chiusa in un cassetto, viene attraversato dall’ennesimo fremito. È gelosia, questa volta, e rabbia, ma nessuna delle due si palesa: si sciolgono, invece, in un sospiro umido. Vanno ad unirsi al magma di malessere che grava sul suo ventre, lì sotto alla pelle bianca della pancia.
È quasi stancante, darle contro.

E sì che qualche anno fa non era così, fino a qualche anno prima bastavano l’una all’altra ed il mondo era la loro cornice. Vestita di bianco sembrava una farfalla, e lui per un istante la ricorda così: la sua farfalla in bianco, il giorno delle nozze, con le gote tutte rosse e le labbra sottili lucide di rossetto. Era carina, allora.
Poi tutto è cambiato e, riaperti gli occhi dopo un lungo sonno, ecco che lui ha visto che la sua casa e la faccia di lei ed ogni singola cosa in quel loro mondo era come ridipinta su una vecchia tela. Persa la freschezza, ecco il loro nuovo mondo aderire sopra al vecchio. La magia agitava le braccia, soffocata dalla nuova tinta delle pareti. Soffocata sotto strati di cipria chiara, soffocata da tailleur troppo stretti, soffocata dalla rigidità di lei che, scattando dal lavoro al letto, nemmeno riusciva più a cambiarsi d’abito.
Da lei, che adesso tortura il contenuto del suo piatto.
Da lei, che si morde le labbra prima di chiedere: "La tua amichetta?".
E come stona quella parola, 'amichetta', che fra le sue labbra diventa tutto al contrario di innocua.
“Dovrebbero vietare l’uso di infantilismi”, delira il pensiero dell’uomo, “quando si parla di sesso”. “Dovrebbero vietarli comunque”, delira. “Dovrebbero esistere precise regolamentazioni sull’uso di certi termini. Dovrebbe...”, ed il pensiero si piega, affannato.
"Non so di cosa parli".
"Lo sai", insiste lei, snocciolando le parole fra le labbra in un ringhio che vorrebbe essere minaccioso. Se fosse un serpente si sarebbe già morsa la lingua e questa discussione sarebbe finita nel niente.
"All’amichetta, se la sarebbe morsa”, precisa il pensiero di lui, snervato, e le sue iridi nere compiono un mezzo giro verso destra alla ricerca della cameriera. Chiesto il conto sarà libero di andare; senza caffè o ammazzacaffè, poco importa. E poco importa anche che sia passata solo mezz’ora da quando si sono incontrati. Basta che lei la smetta di guardarlo come se fosse un assassino, nemmeno avesse davvero fatto quello di cui viene accusato, nemmeno fosse stato colto in flagrante! Non può giurare di non averci mai pensato, ma non l’ha fatto. Ed anche se l’avesse fatto? Sarebbe il minore dei mali, un granello di sabbia nel mare di disistima che sua moglie gli ha scavato intorno. E mentre lei con tristezza nota come sia cresciuta la sua barba e quanto siano spettinati i suoi capelli e come le occhiaie abbiano reso quegli occhi che amava stanchi, sfiniti, ecco che stride: "Chiedo il conto", e lei sente l’urgenza di riparare, di trattenerlo per un minuto ancora.
"Adesso ne possiamo anche parlare, sai?", stride.
"Non era la mia amichetta. Era la mia segretaria".
"Una segretaria speciale?".
"Smettila".
"Doveva essere speciale, se le hai regalato quella collana!", e la collana non è che la scusa per trattenerlo qui per il tempo di una risposta, di una giustificazione che ormai tarda ad arrivare, di un ultimo sguardo.

Ma lo sguardo langue in basso, ed anche se lui alzasse gli occhi ecco che ora li tiene bassi lei. E resta così a lungo, trattenendo quasi il fiato, in attesa della solita formula, del suo solito “non è andata come credi”, ma le parole non vogliono arrivare, sono annegate da qualche parte o hanno incrociato le braccia sul petto ribellandosi a loro volta alla monarchia della verità, così d’un tratto la pazienza della donna si spezza. Fa quasi rumore, uno schiocco secco ed improvviso.
"Vado a prendere una boccata d’aria", espira allora lei, incapace d’attendere ancora, e si alza dalla sedia in fretta. Lui la vede, esile e rigida, e vorrebbe soltanto che non le avesse mai chiesto niente, che non avesse mai dubitato di lui. Le sue labbra si schiudono come un fiore pallido, tremano anelando di pronunciare una sola parola di scuse. “Perdonami”, le direbbe. Ma non ha nulla da farsi perdonare, così quando lei lo scopre proteso nella sua direzione eccolo dire: "Hai dimenticato la borsa".
"Avevo intenzione di rientrare", controbatte lei, soffocata dalla giacca del tailleur.
"Sia mai che tu non abbia una sigaretta con te, cara", ironizza lui, indietreggiando.

E lei si ritrova presto sola, sconfitta, con la borsa a tracolla e la sigaretta torturata dalle dita della mano destra. È in piedi fuori dalla porta ed un tiro alla volta consuma il suo tempo, il freddo della sera incollato alla pelle.
Quanto vorrebbe che lui la raggiungesse per appoggiarle la giacca sulle spalle... ma ormai non c’è più nessuno che la segua. Qualcuno che l’aspetta, piuttosto, ancorato alla seduta dalla certezza che tutti quegli anni, ormai, siano andati in fumo.

Giorgia Rebecca Gironi

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3 Commenti

  1. è sempre un grande piacere leggerti, e un piacere maggiore averti qui 🙂

  2. benvenuta Rebecca...
    a volte mi chiedo se il vero tradimento sia solo quello fisico... e se la risposta è no, allora considerando che con il pensiero tutti viaggiamo e andiamo oltre ciò che si considera lecito, allora forse siamo tutti traditori. E a volte i limiti che ci imponiamo sono la causa prima che manda tutto in fumo.


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