Secondo l’ufficio anagrafe della mia città sono nato il 16 dicembre 1980.

Non ho ricordi di quel momento, non mi resta che credere o dubitare. Potrei sostenere di essere nato a mezzanotte e un secondo del primo gennaio 0001 d.D. , dopo Dosi, ma non credo che sarei preso molto sul serio. Dicono che prima di me sono nati, vissuti e morti Gesù di Nazareth, Aristotele, Giulio Cesare, Napoleone, Fausto Coppi e il mio bisnonno. Da qualche parte ne ho anche visto le facce, quindi dovrei proprio arrendermi e accettare che sono esistiti. Poi penso che ho anche visto la faccia di Babbo Natale sulle lattine di Coca- Cola e i confini tra storia, leggenda o pura fantasia diventano ancora una volta sfumati.

Sia chiaro, non voglio sostenere che il mondo sia iniziato con me, voglio solamente dire che se qualcosa è accaduta prima di me e se qualcosa accadrà dopo di me, io non me ne sono accorto e non me ne accorgerò, io quel qualcosa non l’ho mai sentito, odorato, toccato, gustato, visto, capito. Da un punto di vista puramente soggettivo, senza di me, non è mai esistito nulla.

Sono sempre stato riluttante nell’inserire la mia storia all’interno della storia dell’umanità, non sono mai veramente riuscito ad accettare il fatto di essere personaggio che compare nel film non alla prima scena ma dopo migliaia di atti, con il pubblico ormai stanco sulle poltrone, nudo e senza un ruolo definito, non protagonista, che uscirà di scena prima della fine, senza titoli di coda e  applausi della platea.

La prima cosa che fanno i bambini quando nascono è piangere. Forse è proprio perché vogliono le loro battute, il loro copione, sapere chi essere e cosa dire, sapere a chi appartengono.

Nell’anno 30 d.D. il mio ruolo non l’ho ancora trovato, ho solo affrontato monologhi egoistici, occhio di bue puntato e teatri talmente oscuri da non capire se fossi osservato da qualcuno. Ho recitato tanto, ponendomi sempre un gradino più in alto, ho urlato senza voler farmi capire, ho sognato mondi lontani, pianeti diversi, dimensioni parallele, senza mai accettare l’unico Mondo possibile. Ho cercato mani senza volerle afferrare, ho creato filtri e barriere, mi sono stupidamente venduto agli altri come uno che è sempre se stesso quando me stesso non lo sono mai stato. Perché?

Ispirandomi a Gaber ho cercato di rispondere a questa domanda riavvolgendo l’equazione della mia vita passaggio dopo passaggio, a ritroso, fino all’inizio, fino al mio Big Bang. Ed eccola apparire: crudele e vitale, necessaria tortura, asettica culla. La scatola di vetro.

La scatola di vetro è in realtà un oggetto fatto principalmente in plexiglass che mantiene al suo interno un’umidità intorno al 80/90% e una temperatura tra i 37 e i 38 gradi. Praticamente un bagno turco per neonati. Ho provato a spiegare al pediatra che avrei preferito un lettino con aereoplanini appesi, un abbraccio e una tetta da succhiare ma mi sa proprio che quel uomo in camice bianco, come la maggior parte degli adulti, non parlava il linguaggio delle lacrime. Loro dicono che è colpa mia, che ho avuto fretta, che l’hanno fatto per il mio bene. Che era l’unica scelta. Già, la loro unica scelta.

E la mia? Dov’è la mia scelta? Non ho deciso io di nascere, di vivere, di essere torturato senza processo e libero arbitrio, di affrontare la solitudine incatenato ad un parallelepipedo trasparente un po’ bara e un po’ gabbia di zoo, nell’unico momento della vita di un essere umano in cui un abbraccio non è necessario ma addirittura vitale. Sicuramente per me quel abbraccio sarebbe stato letale ma il cucciolo che ero non poteva saperlo e lo desiderava tanto. L’ho aspettato per 30 lunghi giorni e quando è arrivato il mio cuore era già troppo cresciuto per apprezzarne il richiamo ancestrale. Non ho fotografie di quei momenti ma ne sento intimamente il peso, la paura, l’abbandono.

Mi viene sempre in mente la favola del brutto anatroccolo, la metafora della ricerca dell’identità e dell’appartenenza. Il piccolo riconosce se stesso attraverso il contatto con la madre, attraverso il calore, attraverso il senso di protezione dati nell’attimo esatto della scoperta della luce. E chi se ne frega se scienziati saccenti continueranno a dirgli che lui è un cigno. Cosa significa essere un cigno, un anatroccolo, un uomo? Cosa significa appartenere ad una categoria? E’ così necessario? Io sono sicuro che dentro di sé, quel piccolo essere finito nel nido sbagliato, saprà sempre di essere figlio di quella creatura che l’ha protetto quando aveva bisogno di lei. Chi dice a lui che è un cigno, sta facendo la cosa giusta?

La genetica e la religione dall’alto delle loro cattedre o altari ci urlano che siamo figli di chi ci ha concepito, che dobbiamo onorare il seme che ci ha creato, che dobbiamo prima di tutto ringraziare, che non siamo altro che una catena di debitori senza scelta.

Che si fottano.

Sarò troppo crudele se nella voglia di liberare il mio dolore guardandolo in faccia, senza maschere e trucchi, urlerò a me stesso, che nonostante tutto il bene che voglio a mio padre e a mia madre, il seme del mio disagio è proprio nel non sentirmi figlio di qualcuno?

Sono nato solo, nutrito da un ago, riscaldato da una ventola, cullato da nessuno.

Nato solo e vissuto solo. Inutile l’affetto e la presenza costante dei miei genitori anagrafici, che nulla hanno fatto nella loro vita se non provare a donarmi tutto l’amore di cui sono capaci.

Obbligato a ricambiare sorrisi e gesti d’affetto, che arriveranno sempre troppo tardi e che non saranno mai più importanti di quelli che non ho ricevuto.

Straziato da questo paradosso.

Costretto a fingere che quella scatola di vetro, che io non posso neppure ricordare, non sia mai esistita, quando invece non ne sono mai uscito.

Fabrizio Dosi

(immagine: healthjockey.com)

Fabrizio Dosi
Fabrizio Dosi
Un trentenne di insuccesso che sogna di rimanere bambino, un giocatore di poker che desidera essere scrittore, un amante delle parole che è stato per molto tempo in silenzio

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9 Commenti

  1. Decisamente riflessivo....ma verso dove?

    Ti dirò, in tutto quello che hai scritto ho visto tante cose, ne ho pensate delle altre, chiedendomi man mano dov'è che tu stessi andando a parare.

    E bene o male, conclusione del tuo pezzo a parte, ho capito che è un ciclo continuo...

    Sei nato dove non sapevi, te ne sei accorto quando era troppo tardi...

    ...e credo che l'unica morale sia che "l'essere a conoscenza di un problema o una situazione non vuol dire averla risolta".

    Benvenuto a Word Shelter.

    N.A.

    • L'essere a conoscenza di un problema non vuol dire averlo risolto. La morale è quella giusta. Ho scritto questo pezzo come inizio di un viaggio alla ricerca dell'intimità più profonda, deciso a pormi altre domande, sempre più scomode, sempre più invadenti. Le risposte credo arriveranno da sole, passo dopo passo, senza fretta. Hai ancora ragione quando dici che me ne sono accorto troppo tardi ma mi sento comunque liberato nell'essere riuscito a vedere me stesso. Grazie N.A. Verso dove? proverò a scoprirlo...

    • L'essere a conoscenza di un problema non vuol dire averlo risolto. La morale è quella giusta. Ho scritto questo pezzo come inizio di un viaggio alla ricerca dell'intimità più profonda, deciso a pormi altre domande, sempre più scomode, sempre più invadenti. Le risposte credo arriveranno da sole, passo dopo passo, senza fretta. Hai ancora ragione quando dici che me ne sono accorto troppo tardi ma mi sento comunque liberato nell'essere riuscito a vedere me stesso. Grazie N.A. Verso dove? proverò a scoprirlo...

      • felice di averti aiutato anche un minimo a stimolare questa riflessione....

        cordaialmente,

        Nevrotico Alchemico

  2. benvenuto Fabrizio davvero felice di averti qui... e per quanto riguarda il pezzo...già sai che mi è piaciuto moltissimo...

  3. veramente complimentissimi...anzi COMPLIMENTERRIMI!!!!

  4. Volevo lasciare anche io una traccia del mio passaggio.. W LA GNOCCA !!!!!!!!!!!!!!

  5. Davvero un'interessante lettura. Mi piacciono moltissimo alcune parti, riflessioni che seppur intime, riguardano tutti noi. Tematiche filosofiche che partono dal "Chi sono io?" fino al "Ma se cade un albero in mezzo ad una foresta deserta fa rumore lo stesso?". Dubbi irrisolvibili insomma. E forse proprio perchè irrisolvibili non necessitano di una risposta, ma di un percorso. Felice che tu lo stia intraprendendo, anche se sai meglio di me che la strada della scrittura biografica è lunga e, spesso, infelice. Perchè ci costringe a viverci dentro, a volte persino di grogiolare nei nostri dolori. Ma in fondo sappiamo che è una necessità, quanto respirare. Quindi ben venga. Come ben venga, del resto, tutto quello che accade. Visto che come hai giustamente detto tu, questo non è uno dei tanti mondi possibili, questo è L'Unico Mondo possibile. Non conviene allora godercelo fino in fondo? Dai che sono curioso...voglio leggerti ancora 😉

    Marco Fava


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