La storia 1

Il portone che si chiude sbattendo alle mie spalle fa il rumore di una sequoia che precipita al suolo. Un suono sordo, vibrante. Il suono della mia vita che muore.
Un passo dopo l'altro, incidendo le mie orme sull'asfalto. Rumore di nulla mentre scrivo nell'aria i capitoli nuovi del mio futuro incerto.
Tramonto. Di soli, ideali, persone. Strati di pelle che scivolano nel vento, staccandosi dal cadavere di una vecchia me. Occhi di vetro soffiato, inadatti a trattenere i ricordi.
Labbra e volti si confondono in un brulicare di ipotesi distorte. Dichiarazioni fallaci da cauterizzare col fuoco della solitudine. Errori troppo noti da credere possibile replicare di nuovo. Eppure...
Nuove cazzate dagli occhi ridenti. Il mare sembra un distillato di sogni mentre s'infrange con grazia sugli scogli.
É il tempo dell'addio.
Acido purpureo cola dalle mie labbra, disegnando ghirlande lungo la strada. Un saggio potrebbe leggervi il destino del mondo ma la pioggia vi si raccoglie mutandone il senso.
Vorrei essere pioggia. Vorrei essere vento.
Esseri luminosi sfiorano le mie spalle in una perfetta danza esistenziale e tremo, soggiogata, al pensiero di come potrei ridurli.
Un tradimento atteso, un tradimento aspettato. Un sollievo di spine.
In attesa.
La mia natura. I frutti decadenti della mia psiche distorta.
I miei mal calibrati errori in fila uno dietro l'altro, perfetti.
Un coro greco di ombre irriverenti intento a deridermi silenzioso.
Cammino. Arranco. Scalo muraglie di ghiaccio secco. Spicco il volo, incerta, per ricadere scomposta sul fondo di un pozzo. Le articolazioni della mia anima estirpate con violenza dai miei limiti dissonanti.
Apro gli occhi guardando un soffitto che mi impedisce di vedere il cielo, sempre più indecisa se sollevarmi dal letto per lavarmi i denti o squarciarmi i polsi. Uno spazzolino a lamette ci vorrebbe certe mattine.
Mentre le notti, le notti sono sempre così promettenti, piene di possibilità e luci, colme di risate; finché la vita non torna, prepotente, a calpestarle.
Mi ammanto con stracci grezzi per nascondere una patina traslucida.
Ricopro le mie mani di polvere e fango per negare la mia essenza.
Inutile splendere quando basta strisciare.
Scivolo tra la vita, sentendomi inadatta. Aliena come le auto tra le strade di campagna.
E tutti vedono il riflesso anodino di una realtà che, in effetti, non è.
Vite impilate pronte da indossare come maschere di metallo smaltato.
Il riverbero pazzo di un'oscura prigione che deforma azioni e parole.
Affondo, leggera, mentre l'acqua si fa cemento intorno alla mia bocca.
Vorrei essere roccia. Vorrei essere gorgo.
Questo irrazionale bisogno di vivere. Questi polmoni così intransigenti.
Scivolo rabbiosa disperdendomi tra gli angoli del mondo e mi poso, come polvere, tra gli spigoli di questi agglomerati artificiali che gli altri chiamano casa. Grondo stille di rabbia cerulea sciogliendomi nella notte.
É tempo di andarsene.
É tempo di non essere.

VeraLiberta
VeraLibertà nasce a Milano ma, ben presto, scappa in cerca del mare. Scrive, da sempre, su tutto quello che le capita a tiro: fogli, scontrini, muri, a volte anche sulle proprie mani. Quando non scrive, scatta fotografie, legge o dorme. Ha una vera e propria cotta per gli haiku giapponesi e per la poesia contemporanea. Da grande vuole fare il pirata. Ha pubblicato due libri di poesie: "Le stelle dono andate tutte al cinema" e "Biologica al 97%". Fa parte di Nucleo Negazioni.

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5 Commenti

  1. bentornata Vera!!!!!!!!!!
    questo pezzo è scritto divinamente... è meraviglioso rileggerti

  2. Bentornata Vera! 🙂 è un piacere viaggiare dentro te! grazie


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