Come irriverenti spire di catrame la storia si ripete senza variazioni. Stesse parole, stessi ruoli.
Serrando le palpebre già vedo, perfetti, gli inevitabili passi successivi.
Ironico e destabilizzante questo gioco senza vincitori. Questa inutile commedia pulp.
Questo copione paranoide pieno di macchie, scritto a mano su spessi fogli ingialliti.
E vedo il mio ruolo, accuratamente ripiegato su una vecchia poltrona, in attesa che io allunghi la mano per raccoglierlo ed indossarlo.
E mi chiedo quale sia l'ingranaggio impazzito che, ogni volta, fa sì che la macchina, perfetta fino a pochi istanti prima, si trasformi in un'insostenibile gogna.
Le carcasse dei sogni emanano afrori intollerabili. É possibile resistere solo strappandosi il volto.
Infinitesimali lacrime sensoriali vanno a sciogliersi nel calderone della vita. Agitare bene prima dell'uso, c'è scritto in piccolo sull'etichetta, altrimenti la panacea si fa veleno, l'ambrosia, cicuta.
Il vento, sul cranio esposto, da vita a carezze disturbanti.
Il bello di essere un teschio è che sorridi sempre.
Cammino con in mano un'astronave mentre il mondo, intorno, scorre a velocità non mie.
Desideri ferini, desideri feroci.
Un'ipotesi ridente e fortunata. Un'ipotesi libera. Anche se per poco l'abbiamo sognata.
Meglio così. Nessuna vita, nessuna vittima.
Punti di sutura che saltano, mettendo a nudo fragilità irrisolte.
Il silenzio è d'oro, il silenzio è l'oro, il silenzio è loro.
Dovrei ricordarmelo a volte.
Gli stessi sbagli. Melassa esistenziale. Mi trascino.
Una cascata di lucciole atomiche asseconda i movimenti del cosmo e il mare sembra un'autostrada di fragole, stasera.
Occhi ridenti che mi avvolgono e so che il mio posto è su un altro pianeta.
La sabbia, mista a saliva ed alcol, serve solo a suggellare l'errore.
Asfalto e palme fuori dai finestrini. Rimorsi.
Comparti stagni che contengono infinite me scorrono, rapidi, su un nastro d'acciaio brunito.
Quando si blocca, schegge impazzite erompono a illuminare la notte.
É il tempo della muta.
Viaggio sapendo che è un errore. Viaggio sapendo che non c'è scelta.
E tutto riparte come una giostra risorta.
Non manca molto all'ultimo giro.
Mi abbandono, chiudo gli occhi e salto.
Scelgo il silenzio, ma è un errore; eppure le parole s'infrangono nello sbattere della lingua sui denti.
Ma le sillabe bruciano come zucchero in fiamme sulle mie mani incapaci di stringere e, ancora una volta, decido di non lottare.
Il mio solito ruolo, indossato come un vecchio maglione rassicurante. Non poteva che essere così.
Io resto, tu scappi lontano. Copione scontato. Finale già visto.
Il vento, sul cranio esposto, da vita a fendenti rassicuranti.
Il brutto di essere un teschio è che piaci a tutti.
Denti macchiati di un rosso pastoso accolgono l'alba di un nuovo giorno.
Esuvie, non più necessarie, abbandonate in vicoli maleodoranti, a disposizione dei numerosi predatori urbani. Una pelle nuova, elastica e lucida, ricoperta da squame bluastre.
Un derma metallico che riflette le luci della città.
Il corpo di un predatore. Il corpo di un'assassina.
É tempo di rinascere.
É tempo di rinnegare.

VeraLiberta
VeraLibertà nasce a Milano ma, ben presto, scappa in cerca del mare. Scrive, da sempre, su tutto quello che le capita a tiro: fogli, scontrini, muri, a volte anche sulle proprie mani. Quando non scrive, scatta fotografie, legge o dorme. Ha una vera e propria cotta per gli haiku giapponesi e per la poesia contemporanea. Da grande vuole fare il pirata. Ha pubblicato due libri di poesie: "Le stelle dono andate tutte al cinema" e "Biologica al 97%". Fa parte di Nucleo Negazioni.

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5 Commenti

  1. Vera bentornata, da tanto non ti leggevo qui su word shelter. Nel leggere mi sono persa in parole tue che descrivono vesti che cadono anche a me a pennello. Perché i teschi sorridono sempre. Già

  2. Ciao vera...

    bentornata da queste parti....le tue parole mi ricordano quelle di una primavera lontana...

    Chissà cosa porteranno quest'anno.

    A presto...


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