L'esecuzione

“-Bene,n°665531,il tempo è scaduto. Sei pronto?
-‘Pronto?’…lo dice come se fosse davanti al bancone di un merdoso Mc.Donald, in attesa del suo cheese burger con patatine fritte…
-Se ti dicessi che non lo sono, cambierebbe qualcosa?
-No,n°665531. Cercavo solo di trattarti in modo umano…e non credere che la cosa non mi costi un bello sforzo. In ogni caso,fa parte delle consegne routinarie,in casi come il tuo…Per me sei solo merda, e la merda va tolta di mezzo. Vedi, come ti rispetto?Ti rispetto tanto da dirti la verità.

Stesso luogo, stessa ora: Prigione di Stato di una cittadina del Texas,ala est,ore16,00.

-Hanno già preso posto?
-Sissignore,signor direttore.
-Il governatore?
-È già presente da più di un’ora,signor direttore.
-La sua signora?
-È presente anche lei, signor direttore.
-Bene. Fa venire subito qui, il tuo collega. E controlla che sia tutto pronto e in piena regola…Deve essere tutto perfetto e rientrare nei tempi stabiliti, non un secondo di più, non uno di meno. Va.
-Sissignore, signor direttore.
Il direttore della prigione, cammina nervosamente avanti e indietro, nella stanza di esecuzione, controllando, in un gesto ripetuto oltre il necessario, il quadrante del suo elegante Longines a carica. Sull’ampio vetro che di lì a poco separerà il condannato e il pubblico sopraggiunto per godersi lo spettacolo, precisamente al suo centro, campeggia il riflesso fedele e severo della sedia elettrica. Le cinghie di contenimento sono state già minuziosamente controllate, la calotta metallica da cui si dipartono una quantità di fili rossi e gialli, collegati a un congegno elettrico perfezionato all’inverosimile nella sua meccanica interna, sarà pari, in efficienza, al suo compito. Dall’altra parte del vetro, come ovvio, ciò che da banda opposta è un riflesso, è offerto in maniera diretta, alla vista del pubblico.
Sopraggiunge l’addetto all’esecuzione materiale.
-Prendo posto, signor direttore?
-Ti ho forse detto di farlo?
-Nossignore, signor direttore.
-Cancella quel sorriso da cavallo drogato dalla tua faccia,non friggeremo un tacchino,su quella sedia. Quindi contieni il tuo zelo e attendi il solito segnale…
-Sissignore, signor direttore. Chiedo scusa.

Il direttore Hoffman si avvia verso la porta che dà accesso alla platea,getta un ultimo sguardo da sopra la spalla, alla sedia elettrica. Sul duro sedile dello strumento di morte,sta riverso un cappuccio nero. Hoffman lo fissa per qualche istante,e ha l’impressione che il nero non sia più il nero del cappuccio, e si allarghi, si allarghi, si allarghi…fino ad inghiottirlo…non come una grande tenebra che cala su tutto, ma come un enorme sacco di plastica. Un’impressione fugace, ma orribile. Si ricompone, fa un profondo respiro,ed entra dall’altra parte. Dalla parte degli spettatori.
-Buongiorno, Governatore. Lieto di rivederla.
-Buon Dio, Hoffman, da quanto ci conosciamo, noi due?
-Quindici anni?
-Esatto…e ancora ti ostini a non darmi del tu.
-La sua carica, e la sincera ammirazione che nutro nei suoi confronti, me lo rendono un dovere…ma non vedo la sua signora…
-È venuta con me, ma ha dovuto allontanarsi quasi subito per sopravvenuti impegni…Ma dimmi, che diavolo succede là fuori? I miei uomini mi hanno scortato qui a fatica.
-Bé, sa, i soliti fanatici con cartelli che inneggiano al linciaggio del condannato o roba simile... in luogo della…normale esecuzione.

-Barbari, caro Hoffman, dei veri barbari!
-Condivido appieno. Certe cose non dovrebbero accadere.
-Senti un po’…e quella storia delle birre?
-Sì…vede…alcuni degli intervenuti, amici dei parenti delle vittime di Johnson avevano introdotto con se birre e…stuzzichini…
-Stuzzichini?
-Sì, bé, non so come dirle…E’ la prima volta che mi succede una cosa simile…evidentemente credevano di essere in un volgare cinematografo…
-Questa poi…le supera tutte.
-Bene. Mancano due minuti esatti…Posso prendere posto accanto a lei, in mancanza di sua moglie?
-Ma certamente, prego. Come si dice:spalla a spalla.
Passa un minuto esatto,e il detenuto n°665531,scortato da due secondini – di cui trascureremo i nomi,le fattezze fisiche,ed ogni caratteristica antropologica, per farli rimanere in carattere con il loro anonimo, neutro ruolo, che rivestono con distacco e diligenza quasi preterumani…e rimane come fuori dal tempo,silenzioso e intangibile come un gas – scortato attraverso il corridoio ad elle, che dalla sua cella conduce al luogo dell’esecuzione, in quel luogo fa il suo primo e ultimo ingresso. Ed ha l’impressione di non averlo mai attraversato,quel corridoio. Ha l’impressione di essere giunto al luogo dove la sua vita avrà termine, proprio come succedeva in quelle vecchie serie di Star Trek che amava guardare da piccolo: come per mezzo di un teletrasporto.

Nella sua cella, a mattino di quello stesso giorno, si era svegliato con i primi raggi del sole. Era rimasto steso sul suo lettuccio, con la mente vuota, gli occhi chiusi,a godersi il tepore del sole sulla pelle del viso…o meglio, di quel poco di sole che la solita feritoia gli concedeva,e che aveva investito il suo viso – secondo un suo scrupoloso,quanto curioso calcolo – per quattro, generose ore, e dieci minuti. E in quello spazio di tempo,era restato immobile come una lucertola,a percepire l’insensibile progressione d’intensità del calore che gli procurava…Quando il sole ebbe descritto nel cielo terso,quella frazione di arco, Johnson aprì gli occhi. Aprì gli occhi, e per la prima volta da quando era stato internato, cominciò a cercare le parole giuste da pronunciare in punto di morte. Cosa che, fino ad allora,aveva sempre considerato inutile,e anzi ridicola. E continuò a cercarle, senza risultato, quando ricevette le ultime visite – senza colloquiare e senza ascoltare niente di quanto gli veniva detto, anche dalle poche persone che gli erano rimaste vicine. E continuò a cercarle, senza risultato, quando gli fece visita il cappellano della prigione – restando in silenzio e incapace di ascoltare una sua sola parola. E aveva continuato a cercarle mentre consumava il suo ultimo pasto. E aveva continuato, e continuato, e continuato, fino a che non si era ritrovato, manette ai polsi, ad attraversare la sua ultima porta – con la sensazione di esser passato dalla cella a lì,senza niente in mezzo…e ancora, senza alcun risultato.
Era stranamente calmo, padrone di sé…e sentiva, nei suoi ultimi gesti, come un’eleganza ed una regalità, che forse non avevano mai avuto nel corso di una vita.
Secondo la regolare prassi, gli vennero levate le manette, e finalmente, gli venne chiesto se aveva qualcosa da dire prima dell’esecuzione.

Johnson non aveva assolutamente niente in testa, era calato in una sorta di Nirvana mentale. Nessun pensiero, nessuna parola, nessuna immagine, se non l’immagine che registravano i suoi occhi, del riflesso di sé accanto alla sedia elettrica, con i due secondini alle sue spalle. Chiuse gli occhi e sentì nuovamente la carezza del sole sulla pelle – anche se il sole era escluso da quel luogo atropico e illuminato da fredde luci al neon. Era una splendida giornata, e sapeva che fuori il sole continuava a farla splendida:una splendida giornata di sole…e poi,le parole vennero da sole. Come se non fosse lui a pronunziarle,e come se non gli appartenessero in maniera speciale,senza appartenergli più della vita, in quel tragico momento.

- Perché il cielo non si oscurò?...
Fra gli spettatori, tutti, nessuno escluso,è sicuro di aver sentito bene…
-Oggi, è una splendida giornata…Quante di queste splendide giornate, finalmente,basteranno? ...Quante, ancora, prima che vediate cosa c’è da questa parte del vetro,ed io possa vedere qualcuno, o qualcosa dalla vostra? Ve ne auguro altrettante, dalla stessa parte in cui state oggi… dalla parte dove il sole splende, dove il sole splende comunque…
Johnson sentì tutta l’importanza, e il valore, e la fierezza delle parole che aveva pronunziato, come un ultimo, benefico raggio di sole… e la sua calma gli sembrò perfino accresciuta, mentre lo legavano alla sedia. Ma quando gli infilarono il cappuccio, cominciò subito a sentirsi soffocare. Il panico lo assalì cancellando la fermezza di prima. Cominciò a gridare e a dibattersi sotto la sicura stretta delle cinghie. Sentì solo allora le cinghie. Sentì solo allora di essere solo sul ciglio di un baratro, senza nessuna strada dietro a sé. L’esecuzione avvenne…ma dopo un tempo che gli sembrò lunghissimo e insopportabile,un tempo senza dignità e senza scelta.
-Un sacco di plastica…
-Hai detto qualcosa, Hoffman?...
-Un sacco delle immondizie…
-Hoffman!
-Niente,signor governatore…non ho detto niente,ero solo soprappensiero.
-Bene,Hoffman, mi congratulo per l’efficienza. Stasera,a cena da me. Non accetto rifiuti. Tu, Loren,e i bambini.

-Con piacere,signor governatore…-Hoffman guarda le lancette del suo orologio. Quattro minuti. Soltanto quattro minuti, da quando aveva preso posto accanto al governatore…ma aveva avuto la sensazione assurda che fuori, il sole fosse già calato,lasciando posto ad una notte nera e fonda…simile ad un enorme sacco di plastica nera che occultasse il cadavere del giorno. Hoffman cancella quel brutto pensiero dalla mente, si ricompone, e tira un lungo respiro, esce…in fondo, non era ancora una splendida giornata di sole?”

Massimo Triolo
"Meglio regnare all'Inferno,che servire in Paradiso"

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