Lettera a un padre

Lettere Marisa Amadio

Ti ho amato padre, perché geneticamente sono stata programmata per questo.

Quando la tua luce non mi ha più abbagliato avrei voluto gridarti che ti volevo diverso.

Le salite lungo la mia strada sarebbero state più dolci se tu mi fossi stato accanto senza giudicare.

Ancora oggi, che sono una donna adulta ed indipendente, il tuo sguardo di disapprovazione si posa sulla mia vita e provo un malessere misto a rabbia.

Parli poco con me, non hai mai accettato che fossi cresciuta e potessi avere io dei consigli da offrirti.

Per te sono rimasta la bambina irragionevole di una volta.

Così mi hai lasciata disperata e sola col rammarico delle tue parole.

Mi son fatta spugna ed ho assorbito dal mondo la linfa per crescere.

Ora so, l’ho fatto per me stessa, egoista però no. Nulla sarebbe mai bastato a migliorarmi ai tuoi occhi.

Quanto ho desiderato essere semplicemente persona, né maschio né femmina. E più tu cercavi di domare il mio spirito più io opponevo resistenza con le mie scelte, tra dolore ed entusiasmo nel saliscendi della vita.

Anche oggi continui a scrutarmi con quello sguardo sempre uguale, ma ormai stanco.

Ti amo padre e provo pena guardando i tuoi occhi, vi leggo i macigni di una vita e vorrei abbracciarti.

Al diavolo la genetica, ma siamo stati sempre troppo lontani e ormai temo sia tardi.

Una figlia.

Marisa Amadio
Marisa Amadio
"...siamo tutti contenitori attraverso cui passano le identità: siamo lineamenti, gesti, abitudini in prestito che poi trasmettiamo non c'è niente che sia nostro. Esordiamo nel mondo come anagrammi di chi ci ha preceduto..." Maggie O'Farrell

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10 Commenti

  1. Grazie Karen 🙂

  2. Amare che dolce parola, ma quanta fatica può costare; riuscire ad amare e soprattutto riuscire a farsi amare.
    Chiusi in un mondo dove non è permesso a nessuno di oltrepassare le frontire, lasciando così al di fuori e allo stesso modo intrappolando al suo interno, l'amore... e quell'essere ipercritici, forse, era il suo modo (sbagliato) di essere padre.

  3. La sofferenza e le tensioni che cuciono e scuciono il rapporto fra padre e figlia appartengono a tutte noi. Possono assumere forme diverse, possono essere più o meno intense, ma sono spesso inevitabili.
    Bel pezzo. Complimenti Marisa.

  4. Quando i bambini crescono il divario generazionale si avverte maggiormente. I genitori si sentono
    investiti di questo ruolo per tutta la vita e i figli lottano per crearsi il loro spazio. L'amore è sempre
    presente, ma l'orgoglio può creare fratture.

    Grazie Stefano e maric, per i vostri commenti.

  5. Questa lettera mi ha commosso...
    Essere genitore si sa, è sicuramente una delle prove più difficili d'affrontare nel saliscendi della vita, per dirla alla tua maniera, ma allo stesso tempo anche essere figlia/o sicuramente lo è.
    E allora il figlio che cresce e che, nonostante le delusioni ricevute, si avvicina umanamente, spiritualmente al proprio padre e lo ama per quello che è rappresenta un'immagine dolcissima.
    Quando si vede il proprio padre invecchiare e mostrare una ad una le proprie fragilità, scrutandolo negli occhi, leggendogli i macigni di una vita e provando pena per lui, allora secondo me, significa proprio esser diventati adulti.
    Ciao Marisa!

  6. Sì, è così che ci si accorge di essere diventati adulti.
    Grazie Sara.

  7. Grazie Laura 🙂

  8. La famiglia non la scegli, ti capita e probabilmente se avessi scelto avresti scelto diversamente
    Ma sei in quella "gabbia" e il legame È forte da confonderlo con l'amore, a volte, verso chi prova a fare del suo meglio, forse, senza sapere come ogni suo gesto, ogni sua parola incida sul crescere dei figli.
    discorso lungo e contorto

    Comunque, bel racconto 🙂


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