'Lo scrittore'

«Sarò io la protagonista!»
«Zitta!»
«Sono la protagonista?»
«Zitta!»
«Non posso, sei tu a darmi voce.»

Silvio spinse con forza il monitor sulla tastiera e si alzò in fretta dalla sedia che ondeggiò e cadde; il rumore riempì il silenzio della stanza. Guardò verso la porta e fece un respiro di sollievo, si stiracchiò, raggiunse la finestra e appoggiò la fronte al vetro.
Ci pensava spesso a quella storia.
Ci pensava più di quanto fosse necessaria una vita che se ne andava a male. A volte si sentiva estraneo, ospite in casa sua; era un incubo interagire con quanti lo conoscevano come un uomo mite, metodico, organizzato. Certe volte sentiva di appartenere a un altro mondo, al mondo che palpitava sotto le sue dita ogni volta che con i tasti del suo notebook vecchio e logoro, accarezzava parole con le dita.
Per la prima volta lo riconobbe: i suoi personaggi erano lo specchio dei suoi malesseri.

«Hai finito?»

La voce di Elisa alle sue spalle lo fece trasalire. Si voltò, occhi bassi a terra, sentì quelli di lei trapassarlo come un pugnale. La conosceva la sua faccia da finta rassegnata, l’avrebbe potuta descrivere con poche parole bene assestate, e quel suo lamento lagnoso e opprimente, lei e la sua scontrosa faccia capace di spaccare i timpani anche con i silenzi.
Peggio di una sedia che rotola per terra sotto una scrivania. Gli scappò un sorriso a quella metafora, e aspettò la battuta di Elisa.
«Hai problemi anche stasera?» chiese puntuale come sempre.
Non era una domanda la sua, piuttosto un’affermazione. Non una delle solite battute per una co-protagonista, pensò. Piuttosto lei sapeva usare il tono giusto per dire una cosa e fartene pensare un’altra; un metodo sperimentato in tanti racconti. Lo usava quando voleva rendere un personaggio indigesto al lettore. Quante volte l’aveva fatto? Quante, sotto mentite spoglie, si era divertito a creare personaggi ostili, negativi, ispirati proprio a Elisa?
«Le mie idee cozzano con quelle dei miei protagonisti, lo sai no?» disse Silvio accarezzando i braccioli logori della sua vecchia poltrona come a volerla ripulire da anni e anni di polvere e incuria, come a voler dare colore al pallore della dimenticanza o sostanza e pienezza all’abbandono.
«Hai deciso chi sarà il protagonista?» chiese lei scettica.
«La protagonista, prego» sussurrò la voce di Babette che Silvio quasi mai riusciva a far tacere.
«No, non ancora.» si affrettò a rispondere Silvio con voce tremula. «Hai qualche idea?» aggiunse solo per lasciare a lei la battuta come faceva nei suoi racconti quando inseriva un dialogo interlocutorio.
«Babette mi pare una vera stronza; meglio Serena. Almeno mi somiglia, lei sì che prende vita senza farsi tante seghe mentali.»
«Stronza!»

La voce di Babette la sentiva spesso vagare nella sua testa, ultimamente persino nella stanza. Certe volte anche quando dormiva, quando chiudeva il monitor, come se lui e lei avvertissero il distacco, la distanza, come se quel personaggio - tra i più somiglianti al suo ideale di donna - fosse reale.
A volte dubitava di essere sano di mente ma Babette era così… così reale… così …
All'improvviso sembrò mancargli il ticchettio dei tasti del portatile. Guardò fuori dalla finestra per avere una scusa e voltare le spalle a Elisa; sapeva che non l’avrebbe mollato, ma tant’è.
Inseguì con lo sguardo un gatto che attraversava il vicolo con qualcosa in bocca; pensò a lui come a un diversivo.
«Guarda, un gatto!» disse fingendo sorpresa e indicando con la mano qualcosa che a stento lui stesso riusciva a distinguere sotto l’ombra del lampione. «Potrebbe essere lui la variante nel mio racconto, ti pare?»
«Un gatto?» chiese lei sorpresa avvicinandosi alla finestra. «Meglio una gatta, allora.»
«… e ora dimmi cosa c’entra una gatta? Smettila di parlare con quella lì. Cacciala via e siediti qui con me per favore, apri il computer, e parliamone!»

«Dobbiamo uscire, ricordi?»
«Uscire?»
«Ti sei dimenticato di Giulio?»
«Giulio?»
«Silvio, sono stanca della tua disattenzione, del tuo vivere al confine tra incubo e sogno, stanca di te e di sesso frettoloso. Pensi mai alle mille promesse che non mantieni… ci pensi mai? Sei così cambiato che a volte neanche so più chi sei...»
«… che ti dicevo? La devi uccidere!»
«Zitta!»
«Uccidila e vieni qui con me.»
«… ma come fai a non capire? Come fai a trattarmi con questa indifferenza, come puoi usare questi modi da animale con una donna come me? E non voltarmi le spalle, sai? Parlo a te hai capito? Maledizione, maledetto il giorno che …»

Accadeva già da un anno.
Tutte le sere la solita scena di un pessimo copione. Certe volte Silvio pensava di averlo scritto lui quel film di terz’ordine; ma poi scuoteva la testa e pensava che non avrebbe mai scelto una protagonista come Elisa. A lei avrebbe assegnato piuttosto il ruolo di arpia, di strega beffarda, di donna che un uomo sposa come espiazione di un errore fatto in un’altra vita.
Lui invece era un tipo metodico. Pensava continuamente ai dettagli dei suoi personaggi. Scriveva le sue schede, selezionava i particolari e curava il carattere e i dialoghi, e mai, proprio mai, avrebbe scelto una protagonista femminile così turpe, così rompicoglioni, così… così…
«Apri questo caspita di coso accidenti a te! Aprilo e parla con me. Sono io la tua donna, lo sai vero? Lo sai?»
«Zitta maledizione! Mi rovini la vita, lo capisci? Sei una mia invenzione; esci dalla mia testa.»
«Quale vita? Io vivo grazie a te e tu grazie a me...»

La voce di Elisa ora gli arrivava sfumata, il suo alito che sapeva di sigaretta anche di prima mattina quasi non lo sentiva; e le parole sembravano strozzate, come se faticasse a respirare.
«Elisa?»
«… non… resp… ro...»
«Elisa?»
La vide bianca in volto, col collo livido tra le sue mani, distesa vicino alla sedia sdrucita, sotto la scrivania.
«Elisa?» chiamò ancora sottovoce mentre le dita tremavano strette in un abbraccio a quel collo perfetto e nudo.
«Hai fatto bene. Vieni da me. Dai, vieni qui!»
«Elisa, rispondi!»
«Non può rispondere. Se non sei tu a darle voce. Vieni qui da me. Accendi questo maledetto monitor e parlami. Ti prego! Io non sarò mai così.»
«… Elisa...»
Fece un respiro profondo, poi spostò di lato il corpo di Elisa spingendola con un piede, si rimise seduto e il ticchettio dei tasti lo calmò.
«Sono qui!»
«Finalmente!»
«Ora non mi resti che tu.»
«Dammi voce, scrivi melodie, raccontami l’amore... mi amerai per sempre? Sarai solo mio? Sarò io l’unica protagonista di tutte le tue storie?»
«Sì. Tu l’unica protagonista. Tu ciò che ho voluto sempre, senza trovarlo; tu la pace e il silenzio, tu la serena gioia dell’amore senza condizioni. La donna che legge i miei pensieri e si esprime come fossi io…»
«Non pensi più a Elisa? Giuralo!»

Dopo troppe notti insonni Silvio si addormentò con la testa sulla tastiera tracciando una linea infinita di punti che divennero quasi un legame.
Fu quello il momento dei fantasmi.
In processione i tanti protagonisti delle sue storie lo raggiunsero e lo ripudiarono, si ribellarono alle violenze e al dover essere burattini nelle sue mani; a centinaia saltarono fuori dal suo notebook per insidiare i sogni, e presero a colpirlo per uccidere idee, emozioni, particolari. E il cuore della sua scrittura e giù fino a finirlo, armati dello stesso coltello che lui aveva messo loro nelle lugubri storie di parenti, amici, persone inventate o rubate da un mondo che lo voleva tenere ai margini. Tutti, uniti e solidali, nello scopo di scrivere le ultime battute del loro autore, tutti suggeritori o visioni spettrali che dentro di lui prendevano corpo e forma.
Madido di sudore, Silvio sentì le coltellate nel dormiveglia, nel confine tra la vita e la fantasia, senza più distinguere l’una o l’altra.
In un ultimo balzo di vita, reagì.
Si alzò in piedi e fece volare lontano la scrivania, la sedia dai braccioli sdruciti, il notebook. Corse verso la finestra ma inciampò nel corpo di Elisa e, cercando un appiglio, finì contro la finestra aperta e volò dal settimo piano nel vicolo buio.
La mattina dopo, lo trovarono disteso sull’asfalto, i capelli diventati tutti bianchi, la faccia tirata come quella di chi ha vissuto un incubo.
Un gatto se ne stava seduto accanto, miagolava e impediva a chiunque di avvicinarsi. Dovettero legarlo per calmarlo, ma prima che lo potessero rinchiudere, sparì come se non fosse mai stato legato.
In fondo al vicolo, una donna su un paio di tacchi a spillo osservava la scena. Quando l’ambulanza portò via il corpo di Silvio e della moglie, svanì.
Sul muro trovarono disegnata la figura di una donna. Assomigliava alla protagonista dell’ultimo libro di Silvio, 'L’amante di cartone'.
Ma quel libro non fu mai finito e mai pubblicato.

Penna Libera
Penna Libera
Il marinaio spiegò le vele al vento... ma il vento non capì.

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3 Commenti

  1. mamma mia... pirandelliana è dir poco... eppure per chi scrive non è poi così assurda la tua storia. Chi scrive sa bene che i personaggi parlano e chiedono e che una volta che ci si alza dalla poltrona e ci si allontana dalla tastiera loro continuano a parlare e lo scrittore ha in mente loro, parole, gesti, luoghi. Anche mentre mangia e beve e parla distrattamente con qualcuno. Sospeso fra sogno e immaginazione in un limbo che non è realtà...

  2. Sei di una gentilezza che mi imbarazza. Grazie sul serio. Era da tempo che non scrivevo e per quanto il risultato non sia nulla di speciale, sono felice di aver riprovato.

  3. Quante risse ho fatto io coi miei personaggi. Anche perchè sono tutti uno peggio dell'altro...non ti dico il casino e le legnate che ci diamo.


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