È un lunedì come tanti. Mi sono concesso un giorno di ferie dal lavoro e il caldo di questo pomeriggio di fine giugno invita a prendersi una pausa sorseggiando una birra chiara media seduto in compagnia del mio amico all’ombra degli alberi nel parco del centro sociale. Luigi mi ha convinto a seguirlo qua dove abbiamo un appuntamento con due tipe conosciute ieri al lago. Non sono in vena di rimorchiare, non lo sono mai stato. Mi sembra una perdita di tempo  e le ultime storie mi hanno portato a dare un taglio con il mondo femminile.

Sembra che le donne, giunte ad una certa età, necessitino di certezze: dopo un po’ che le frequenti vogliono accasarsi, fare un figlio e avere una vita normale. Già normale. A me viene l’orticaria solo a sentir pronunciare quella parola. Superati i trenta anni, sembra siano tutte affette da questa strana malattia della famiglia a tutti i costi. Eppure se mi conoscessero anche solo un pochino si accorgerebbero che questa vita non è fatta per me. Sono un uomo solo io, niente vincoli, niente obblighi. Ciò non vuol dire che io sia di quelli che si diverte a sfruttarle, che va in caccia della così detta scopata e via. Io neanche le cerco. Se devo proprio dirla tutta, sono loro che si offrono. Posso dir di no? Non sono certo immune ai piaceri del sesso tanto più quando viene offerto con ardore, desiderio e senza paranoie di quel che potrà essere. Almeno all’inizio. È il dopo che mi preoccupa. Bastano un paio di mesi di frequentazione ed eccole che arrivano con le richieste: Che ne diresti se ufficializzassimo la cosa?  Oppure Sto così bene con te, mi fai sentire completa, pensavo che forse potresti trasferirti da me.

Forse nonostante l’affetto che posso aver provato per loro, non sono mai riuscito ad amare. Non so darmi un’altra spiegazione. Eppure cerco di essere chiaro fin da subito, loro dicono che concordano e poi eccole che ritornano sui loro passi e io faccio la figura dello stronzo.

Non so cosa mi freni, ma l’idea di una famiglia mi fa mancare l’aria. Le donne dopo un po’ si trasformano, perdono il buon umore e quella frizzantezza che mi aveva ammaliato all’inizio.

Luigi però è stato folgorato da una di queste tipe conosciute al lago ieri e mi ha chiesto di fargli da spalla e così eccomi qua ad aspettare che si consumi questo aperitivo a quattro.

Sono le sei del pomeriggio e di loro nemmeno l’ombra. Il mio amico è nervoso ed è uscito fuori, al parcheggio, a vedere se arrivano mentre io ordino altre due birre e ammetto che vivo la cosa con un po’ di sollievo.

Lo raggiungo con le coppe ricolme del liquido d’orato che aiuta a raggiungere la felicità di un pomeriggio passato ad oziare ora che il caldo sembra allentare la morsa. È in compagnia di una ragazza, non è quella conosciuta ieri, ma ha il volto familiare. Cerco di mettere a fuoco mentre li raggiungo.

“Ecco le birre!”

Esordisco per annunciare il mio arrivo. Lei mi guarda, con gli occhi che brillano mentre il suo sorriso sembra illuminarle tutto il volto. I lunghi capelli sono raccolti in una treccia e tiene sul braccio un casco. Luigi prende la sua pinta di birra:

“Ti ricordi di Mariellina? La cugina di Capitano?”

La guardo, mi guarda. Torno con la mente indietro di un bel po’ di anni e riscopro nel suo volto quello della ragazzina di nove anni prima che avevo conosciuto durante la mia stagione balneare come barman presso lo stabilimento del cugino.

“Certo che mi ricordo.”

Lei con slancio mi si avvicina e mi bacia sulla guancia. Le labbra sono morbide e calde e la sua sola presenza allontana da me le paranoie che mi hanno accompagnato fino ad ora.

“Ne è passato di tempo. Ormai nessuno più mi chiama Mariellina.”

Come darle torto, davanti a noi c’è una giovane donna, e della ragazzina timida e paffutella che arrossiva appena la guardavo non rimane che un ricordo. Con fare spigliato si dirige verso la moto, un Honda CB 500, finisce di legarla e sistema il gancio del casco sotto la sella. Prende su la borsa da serbatoio e ci raggiunge nuovamente.

“Sei una motociclista?”

“Sì, da tre anni mi muovo sulle due ruote. Non ho resistito al fascino del vento che mi scompiglia i capelli e mi carezza la faccia. Andare in moto mi fa sentire viva e libera. E tu? Ce l’hai ancora il tuo XT tutto scassato?”

“Te lo ricordi?” Rispondo sorpreso.

“Non dimentico nulla.”

“Sono un automobilista ormai. Anche se non escludo che prima o poi una nuova enduro potrei ricomprarmela. Piuttosto, come mai da queste parti?” Chiedo per cambiare discorso. Parlare di due ruote mi mette tristezza e le sensazioni che ha appena descritto sono le stesse che mi facevano montare in sella al mio catorcio e andarmene in giro per la città o più giù, fino al mare.

“Io qui ci passo quasi tutti i pomeriggi, è la mia seconda casa. Voi piuttosto, qual buon vento vi porta?”

Non so cosa risponderle, nemmeno io so cosa mi ha spinto a venire in questo posto lontano da casa e di cui non sapevo nemmeno l’esistenza fino al giorno prima.

“A prendere una birra.”

Risponde per me Luigi.

“Bene allora se non vi dispiace mi unisco a voi mentre aspetto che arrivi la mia amica.”

Le offro il boccale e lei lo accetta con un sorriso. Erano mesi che non vedevo un sorriso così spontaneo. Ne manda giù un sorso e ci incamminiamo verso il bancone dove saluta gli amici che senza chiederle cosa desidera le preparano una birra media.

Ci sediamo fuori al tavolo, all’ombra degli alberi. Un leggero venticello, il famoso ponentino di Roma, ci rinfresca e il caldo del pomeriggio è un ricordo lontano. La presenza frizzantina di Mariella ha trasformato il pomeriggio di attesa. il pensiero non vola più alle due tipe conosciute al lago.La sua voce è squillante e invoglia al dialogo facendomi sentire finalmente a mio agio.

È il 27 giugno 2005, non un lunedì come tanti.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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6 Commenti

  1. A volte bisogna percorrere la 'strada' più e più volte per ritrovare quello che, con gli occhi appannati, stavamo cercando... 🙂

  2. dan-dan-dadaaaaan (e' la marcia nunziale... scusa la voce da trans, ma e' mattina....)


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