Maya -quarto capitolo -

Racconti Michela

Tommy, una simpatica canaglia di dieci anni con la chioma che sembrava una nuvola rossa e con una spruzzata di lentiggini sul naso, aveva usato tutte le armi che aveva a sua disposizione, anche lo sguardo tenero, innocente e dispiaciuto, per convincere sua zia a prendere un gelato con loro. Nico, con i suoi quattro anni, ingenui e delicati, aveva tenuto tutto il tempo la mano di Maya che aveva respirato per tutto il pomeriggio l’odore fresco della sua pelle delicata ad ogni abbraccio che le era stato donato. Indubbiamente stare con i suoi adorati nipotini si era rivelata una buona terapia: rispondere alle mille domande che possono porti due bambini di quell’età, non lasciava troppo spazio ad altri pensieri. E l’affetto che sapevano dimostrare scaldava il cuore abbastanza da non farlo inaridire per sempre.

La sera quando si chiuse la porta dietro le spalle le sembrò di lasciare di nuovo tutto il mondo fuori e di rientrare nella casa della tristezza. Di nuovo quegli odori densi di dolore, ancora quelle fitte al petto e allo stomaco. Aprì di scatto la finestra e fece dei respiri profondi, con le mani aggrappate al davanzale si ritrovò dopo qualche minuto a cercare qualcosa nel traffico serale. Il pensiero che l’aveva accompagnata tutto il pomeriggio stava diventando lentamente un tarlo: Diego era morto, aveva riconosciuto lei stessa il corpo del marito. La sua moto era distrutta, il suo casco era ancora in garage. Eppure fuori dalla scuola dei suoi nipoti… sembrava proprio lui…
Per un attimo quel giorno era stata di nuovo felice. Per una frazione di secondo aveva sentito la speranza nel cuore. Aveva pianto poche lacrime di gioia, prima, e tante lacrime di dolore, poi, nella consapevolezza che non poteva essere lui.
Eppure Maya ora continuava a cercare una Ducati nel traffico con un motociclista con un casco nero.

L’indomani Maya decise che fosse giusto andare a casa dei genitori. Chiamò la madre al telefono preannunciandole che sarebbe andata a pranzo da loro, ma che, assolutamente, non avrebbe ammesso in alcun modo domande o compatimenti o intrusioni di amici e vicini. Voleva solo mangiare con mamma e papà. Quando riagganciò cominciò a prepararsi velocemente e si tuffò prima che poté in strada, a piedi, camminando lentamente. Guardava distrattamente le vetrine, ma spesso e attentamente la strada. Sperava di non incontrare nessun conoscente e di incrociare con lo sguardo il fanale di una Ducati rossa.
A casa dei genitori arrivò con un po’ di delusione: in quei tre chilometri di passeggiata non aveva visto nulla di ciò in cui aveva sperato.
Mamma Irma, una bella donna di cinquant’anni, alta, magra, con i capelli rossi e dal carattere ansioso, l’accolse con un abbraccio al profumo di ragù. Le aveva preparato gli gnocchi fatti in casa e il pollo al forno con le patate. Un tuffo nel passato, a quando da piccola gli gnocchi li facevano insieme e Maya aiutava la mamma in cucina a preparare i suoi piatti preferiti.
Papà Paolo arrivò silenzioso, come sempre, con le sue spalle larghe e i suoi capelli ribelli ormai un po’ imbiancati. A lui non servivano le parole, bastava guardarlo per capire cosa provava o cosa voleva dire. Si capivano al volo loro, si assomigliavano molto. Dall’alto della sua stazza arrivò un abbraccio caldo e un piccolo bacio sulla fronte e le narici di Maya annusarono la fragranza del profumo di suo padre, sempre la stessa da che lei ricordasse, una certezza quasi rassicurante: Farenight.
Dopo pranzo Maya e suo padre si sedettero sul divano a guardare la tv, o meglio: suo padre guardava “Domenica in” e lei pensava che ancora non aveva la forza e il coraggio di sentire e di rivedere i genitori di Diego.
Era una codarda, se ne vergognava, ma non riusciva a fare diversamente.
Quando salutò i genitori promise loro che sarebbe ritornata la domenica successiva (in fondo non era andata poi così male: non avevano fatto domande, non avevano praticamente parlato quasi di nulla, solo sua madre aveva fatto il resoconto di tutti i pettegolezzi del condominio).
Mentre ritornava verso casa Maya aveva ancora lo sguardo perso tra le auto che si rincorrevano ai semafori.
Il mattino seguente sarebbe tornata a lavoro accompagnata dalla sorella. Giulio, il dentista per il quale lavorava, era un vecchio amico di Vichi e le voleva bene; il giorno del funerale di Diego le aveva praticamente dato carta bianca sul rientro allo studio e lei gliene era profondamente grata.

Il rientro a lavoro fu meno drammatico di quanto si aspettasse.
Giulio con la sua acuta, lungimirante, saggezza, non aveva detto a nessuno dei pazienti il motivo dell’assenza di Maya e quindi nessuno fece domande o considerazioni scomode. Maya inventò una balla da dire a tutti qualora le avessero chiesto dov’era finita e tutto parve essere tornato alla solita routine.
Riprese anche i contatti con i suoi amici, con Eva in particolare, la sua migliore amica fin dai tempi delle Scuole Medie, che con la sua sensibilità fece in modo che il ritorno di Maya alla vita del “branco” fosse graduale e senza domande, come nulla fosse, come lei desiderava.
Ma in fondo nulla era normale. Come ogni segretaria di studio medico, il contatto con il pubblico era la prima cosa da saper fare bene e da dover mantenere con cordialità e dopo due mesi di lavoro Maya non ne poteva più di ascoltare le “disgrazie” altrui: problemi con i denti ovviamente, separazioni, litigi familiari, le brutte pagelle dei figli, i genitori anziani malati…
Cazzo a lei era morto l’amore della sua vita! Quella era una disgrazia, non la litigata con il vicino di casa o un nonno che alla veneranda età di novantatre anni passa a miglior vita! Ormai Maya non ne poteva più dell’eccessivo vittimismo dei pazienti dello studio.
Quando poi tornava a casa l’angoscia e gli attacchi di panico non l’abbandonavano più. Anche se alcuni dei suoi più cari amici l’avevano aiutata a sistemare in soffitta tutte le cose di Diego, quella casa era ancora invivibile, l’aria lì dentro le sembrava irrespirabile.
E per finire, ormai ogni volta che usciva di casa, in macchina o a piedi, la ricerca vana di Diego, nel traffico cittadino, era diventata un’ossessione. Quando i suo occhi vedevano un uomo a cavallo di una Ducati rossa le sembrava di vedere suo marito e le sembrava di sentirlo ancora vivo e automaticamente si apriva un rubinetto di lacrime ovunque lei fosse. Ormai era l’unica cosa che la facesse piangere. Nient’altro riusciva a scioglierle il cuore come quelle moto per la strada. E nulla riusciva a riportare nella sua vita un po’ di serenità, non erano servite le serate in famiglia, le cene con gli amici, le risa e gli abbracci dei suoi nipoti, nemmeno le serate in discoteca…

Maya aveva solo ventisette anni e aveva già addosso il peso di una vita che la maggior parte dei suoi amici neanche avevano iniziato a vivere. E ora si sentiva scoppiare. Tutti nel loro intimo si domandavano quando sarebbe esplosa la “bomba Maya”.
Così quando una mattina di primavera Maya si mise ad urlare contro una paziente di Giulio (aggredendola perché stava raccontando che una vicina aveva subito la grave perdita del suo cagnolino, “che disgrazia!” , vomitandole addosso che quelle non sono disgrazie, che era un’ipocrita a pensarla così e che lei a ventisette anni era già vedova) e quando poi sotto gli sguardi sbigottiti di tutti girò i tacchi e se ne andò urlando che si licenziava, nessuno si stupì, anzi, tutti tirarono un sospiro di sollievo, pensando che forse ora per Maya sarebbe cominciata la risalita dopo aver toccato il fondo.

Michela
Michela
Non potrei essere altro che quella che sono: un cavallo libero in una prateria che non vuole essere domato; una fatina buona che appare quando serve e senza rumore se ne va; una leonessa che protegge i suoi cuccioli e li aiuta a vivere; il caos senza controllo,la mamma, l’amica, l’amante, la moglie che ama nel profondo. Ecco, sono passione, dedizione e propensione. Una sognatrice con i piedi per terra, la quiete e la tempesta, il dramma e la commedia (beh, forse più la commedia!), il tutto e il niente. Sono una come tante… sono io.

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3 Commenti

  1. Che bello ritrovare Maya e la sua storia lasciata in sospeso che riparte e io a leggere avida di sapere come sta, cosa le succede. Come un'amica che non vedevo da tanto tempo.... bella l'idea delle storie a puntate (e in sospeso ce ne sono qui su wordshelter...).
    Sai, credo che gli esseri umani siano fatti per non rendersi conto, per non capire cosa davvero abbia importanza e se problemi non ce ne sono, li creiamo... e ci dimentichiamo di viverci la vita perdendoci dietro a finti problemi.

    • E' bello sapere che ho fatto breccia nella curiosità di almeno un lettore che, spero, resterà affezionato ^_^
      Ora Maya dovrà ricominciare da capo partendo da altri ricordi e il poi sarà una bella sorpresa!

      • oh rimango affezionata eccome... Maya mi ha colpita... forse perché il mio migliore amico si è schiantato con la moto... forse perché io per prima sono stata motociclista, forse perché ne percepisco la rabbia e anche io provo rabbia per tutte le persone che ho perduto quando era a causa di errori umani. Sono affezionata al tuo personaggio e alle sue crisi e sofferenze e tifo per lei e spero di ritrovarmi a leggere di lei che riprende a vivere... come merita che sia...


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