Maya aveva impiegato quindici giorni per creare il suo “momento zero”, per resettare la sua vita. Dopo essersi licenziata uscì dallo studio dove lavorava ed andò direttamente in un’agenzie immobiliare:- Salve, vorrei mettere in vendita il mio appartamento, quindi vorrei una valutazione, anche piuttosto in fretta, per riuscire a venderlo in breve tempo.- Pronunciò quelle parole tutte d’un fiato, lasciando quasi senza parole il ragazzo dell’agenzia, che le diede appuntamento nel pomeriggio per valutare la casa in cui ormai le era impossibile continuare a vivere serenamente.
Quando rientrò nel suo appartamento chiamò Vichi e le raccontò le sue intenzioni per il prossimo futuro. Sua sorella inizialmente rimase perplessa e le disse che non avrebbe dovuto licenziarsi, che avrebbe parlato lei con Giulio per chiarire tutto, che lui era un uomo comprensivo e che sarebbe certamente passato sopra la sua bravata. Ma Maya fu categorica:- Vichi, non capisci? Non posso continuare la mia vita come se niente fosse. Ho bisogno di cambiare, di ritrovarmi e di rinnovarmi. Ho solo ventisette anni, tutte le mie amiche ancora sono all’università o cambiano lavoro di continuo, non è troppo tardi per rischiare… fidati sorellona e cerca di far ragionare quella testona di mamma.-
A quel punto Vichi gettò la spugna e si arrese all’evidenza:- Ok, in fondo te l’ho sempre detto che secondo me non era questa la vita per te, che per Diego avevi rinunciato a una parte dei tuoi sogni. Ma tieni bene a mente che non ti permetterò di rincitrullirti e fare la ragazzina, sei diventata donna da un pezzo e non ti concederò di tornare indietro. Puoi solo andare avanti!-
Quella sera, dopo la sua valutazione, l’agente immobiliare scrisse il suo annuncio per l’appartamento di Maya e Diego e lo affisse in vetrina sicuro di riuscire a venderlo al massimo entro il mese. Ed il mese era quasi finito.
Maya invece chiamò la mamma e le disse non solo che si era licenziata, ma anche che se per lei andava bene sarebbe voluta tornare a vivere a casa.
Mamma Irma per poco non tracollò.
E non perché la sua piccola tornava a casa, ma perché si era licenziata. Da quel giorno non avrebbe più dormito bene la notte finché sua figlia non avesse trovato un altro lavoro e non si fosse sistemata di nuovo.

Giorno dopo giorno Maya portava pezzi della sua vita da una casa all’altra, ed ogni giorno le sembrava di sentirsi più leggera. Cominciò con i vestiti, lo spazzolino e naturalmente il computer portatile. Quello in realtà era di Diego, ma era indubbiamente più pratico da traslocare e comunque non aveva intenzione di far sparire proprio tutto quello che riguardava suo marito, voleva solo spezzare le catene che la trattenevano ancora in fondo al fosso della sua vita. Portò con sé le miriadi di foto che aveva scattato negli anni, aveva una fissazione per le fotografie, nelle quali non compariva quasi mai. Lei voleva fermare istanti di vita nelle pellicole, pensava che poi, un domani, le sarebbero state d’aiuto, come gocce di memoria,  per ricordare anche i particolari che, si sa, col tempo sbiadiscono.
Le mise tutte in grandi scatoloni, insieme ad una cinquantina di libri che erano sulla libreria dell’ingresso a prendere polvere da troppo tempo, e portò tutto nella soffitta dei suoi. Poi chiamò Susi, la sua amica del liceo, una vera radical chic, di quelle che vivono unicamente “bio” con i soldi del papi e che fanno finta di lavorare; Maya odiava quel tipo di persona, ma Susi era diversa, almeno non era ipocrita e riconosceva di vivere sulle spalle del padre e si prodigava sempre per aiutare gli altri. E poi cosa fondamentale in quel momento, conosceva tutti i mercatini dell’usato di Roma e dintorni.
Nel giro di una settimana le due amiche erano riuscite a piazzare quasi tutti i mobili, gli utensili e le cianfrusaglie della casa di Maya, ai mercatini spettava venderle e ricontattarle per dargli parte del ricavato.

Maya sprofondò sul divano in alcantara color rubino esausta e accaldata. Era appena tornata dalla segreteria universitaria di Scienze Motorie dove aveva ultimato l’iscrizione al bando per la prova d’accesso; tramite l’università, in seguito avrebbe potuto rinnovare il cartellino come istruttore di nuoto e magari avrebbe ricominciato anche lavorare nelle piscine come faceva prima di sposare Diego e rintanarsi in quello studio dentistico a rispondere al telefono. Aveva scelto tra un sogno d’amore e un sogno di vita e, all’epoca contava più l’amore e andare contro mamma e papà.
Poi si alzò e andò in camera sua per sistemare i documenti dell’Università e sulla scrivania bianca d’Ikea inciampò nella cornice in bambù che ritraeva lei e Diego nel giorno del loro matrimonio.
Cavolo, era una ragazzina! Si sedette sul letto a appoggiò la schiena al muro freddo che le diede un po’ di sollievo dal caldo, strinse la cornice forte tra le mani e cominciò ad osservare ogni particolare.

Erano al molo di Ostia, il loro scenario preferito per stare insieme a chiacchierare e a scambiarsi baci lunghi a appassionati. Lei indossava un vestito di lino bianco, a balze con lo scollo a barchetta, adorava quel vestito, si sentiva sempre una principessa quando lo indossava, e calzava dei sandali di cuoio alla schiava. I capelli mossi erano appuntati con un fermaglio a forma di fiore, bianco, ed erano scompigliati dal vento salmastre della sera. Diego invece indossava dei pantaloni di cotone color sabbia e una camicia a mezze maniche bianca; era già abbronzato ed era solo il 15 Giugno. Era bello come il sole che li guardava sullo sfondo mentre scompariva nel mare… che tramonto…
Quel giorno, pianificato da mesi, a soli vent’anni, erano andati al Campidoglio accompagnati dai loro migliori amici come testimoni e si erano sposati in gran segreto. Ormai stavano insieme da cinque anni, da quando a quindici anni durante uno dei tanti pomeriggi di studio, dopo una lunga corsa per Villa Borghese, si erano ritrovati l’uno sull’altra a ridere e, per la prima volta, Diego l’aveva guardata con occhi diversi, poi tra mille sospiri e il cuore che batteva troppo forte per non accorgersene, l’aveva baciata.
Quei baci continuarono in segreto per un anno, fino alla loro “prima volta”, poi decisero di dirlo ai loro genitori che tanto erano così amici che non avrebbero avuto nulla in contrario. Invece fu un disastro: presi dal loro amore, Maya e Diego non si erano resi conto che le loro famiglie non si frequentavano più come un tempo, non sapevano che proprio nell’ultimo anno tra loro erano nate parecchie incomprensioni a causa di alcuni favori che Paolo, il papà di Maya, aveva chiesto a Maurizio, il padre di Diego. Quando i ragazzi confessarono il loro amore Paolo andò su tutte le furie, non solo perché immaginava la sua “bambina” in atteggiamenti intimi con un ragazzo ( e non voleva neanche pensare a quanto si potessero essere spinti oltre), ma soprattutto perché quel ragazzo era il figlio un po’ scapestrato di colui che (bell’amico!) non lo aveva aiutato come si aspettava in quei momenti di difficoltà lavorativa che stava attraversando.
Quando Maurizio vide la reazione eccessiva di Paolo, colto nel vivo del proprio orgoglio, si oppose anch’egli alla storia tra i due ragazzi e quel briciolo di legame che era rimasto tra le due famiglie venne così spazzato via da una ventata di rabbia e rancori.
Mamma Irma e Benedetta, la mamma di Diego, cercarono nei mesi successivi, di far ragionare i rispettivi mariti, spiegando loro che, se volevano che la storia tra Maya e Diego finisse, avrebbero dovuto lasciar correre, fare finta di niente, perché, si sa, gli adolescenti amano sfidare i genitori e fare proprio il contrario di quello che vorrebbero.
Se li avessero lasciati in pace e assecondati, come ogni storia tra adolescenti, presto sarebbe finita.
E invece non finì proprio nulla e i ragazzi crescevano ancora insieme, e ogni loro prima volta era condivisa: le prime feste, le prime uscite serali, la patente, gli esami di maturità… tutto li univa morbosamente, soprattutto l’idea del proibito, perché alle loro famiglie questa storia non andava proprio giù.
Alla fine, dopo la maturità, Maya e Diego cominciarono ad avere l’esigenza di essere più liberi nel loro rapporto, basta bugie o espedienti per stare insieme la notte di tanto in tanto. Diego cominciò subito a lavorare presso l’azienda informatica del padre e a guadagnare bene. Maya invece cominciò l’università di Scienze Motorie e a lavoricchiare in qualche piscina, ma le loro finanze non erano comunque sufficienti per andare a vivere insieme senza l’aiuto, anche solo morale, delle famiglie che accrescevano la loro disapprovazione di anno in anno, ormai solo per partito preso. Allora a Diego cominciò a frullare per la testa che se si fossero sposati (tanto ormai erano maggiorenni), forse i loro genitori li avrebbero aiutati e si sarebbero messi l’anima in pace. Convinse Maya che fosse la cosa giusta da fare e cominciarono a pianificare la loro fuga d’amore che li portò sul molo di Ostia quel 15 Giugno di sette anni prima.

Maya ricordava perfettamente che dopo aver scattato quella foto lei e suo marito andarono a sistemarsi in una casa in affitto per studenti vicino all’Università, dove passarono una settimana intensa, facendo credere a tutti che fossero scappati chissà dove. Poi chiamarono i loro genitori e raccontarono loro di essersi sposati. Per fortuna nessuno ebbe un infarto, ma gli aiuti previsti non arrivarono, anzi Maurizio licenziò suo figlio che si ritrovò a mendicare un lavoro presso la società di un amico del padre ad uno stipendio da fame. E Maya a quel punto dovette rinunciare alla sua passione per lo sport ed accettare il lavoro di segretaria allo studio dentistico di Giulio, l’amico di sua sorella Vichi. Solo dopo due anni di risparmi riuscirono ad ottenere il mutuo per comprarsi casa e ora quella casa stava per essere venduta.
Chissà Diego da lassù cosa stava pensando, se stava capendo le sue motivazioni  senza condannarla o giudicarla. Chissà se anche lui sentiva la sua mancanza, se desiderava ancora  i loro baci o se ora capiva quelli che ormai erano diventati i loro silenzi. Chissà se lassù aveva ritrovato l’amore di quel figlio che non avevano voluto tenere…

Bang bang, un altro colpo al cuore.

Michela
Michela
Non potrei essere altro che quella che sono: un cavallo libero in una prateria che non vuole essere domato; una fatina buona che appare quando serve e senza rumore se ne va; una leonessa che protegge i suoi cuccioli e li aiuta a vivere; il caos senza controllo,la mamma, l’amica, l’amante, la moglie che ama nel profondo. Ecco, sono passione, dedizione e propensione. Una sognatrice con i piedi per terra, la quiete e la tempesta, il dramma e la commedia (beh, forse più la commedia!), il tutto e il niente. Sono una come tante… sono io.

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3 Commenti

  1. non riesci più a staccarti da Maya vero?
    E mentre salti fra presente e passato ecco uscire la sua storia e quella di Diego e delle loro famiglie.
    Amore e passioni.
    Passi falsi e non.
    E io son qui che continuo a leggere Maya
    😉


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