Maya -terzo capitolo-

Racconti Michela

Erano già dieci giorni che si era rinchiusa in casa, con il telefono staccato, il cellulare spento e il campanello della porta che ogni tanto suonava senza avere nessuna risposta. Sua madre aveva anche provato ad aprire con le sue chiavi, ma aveva trovato il chiavistello inserito e, dopo qualche ingiuria di Maya, aveva rinunciato all’impresa di parlare con sua figlia e se ne era tornata a casa affranta e angosciata.
In quei dieci giorni Maya aveva dormito e pianto tutte le lacrime che aveva.
Aveva abbracciato i maglioni di Diego, respirato il suo odore, e ricordato tutto quello che poteva ricordare.
Ogni cosa in quella casa era un ricordo e ogni lacrima era una goccia di memoria… ogni singolo suo passo era stato accompagnato da Diego, e ora? Come avrebbe fatto senza di lui?
Nella sua testa questa era la domanda che vorticava in continuazione, non aveva idea da dove cominciare per riprendere la vita di tutti i giorni. Riusciva a pensare solo al dramma che stava vivendo e adesso che aveva smesso di piangere e di dormire, non sapeva cosa fare.
Spense la Tv. Era arrivato il momento di fare un bagno caldo, di solito funzionava quando aveva l’influenza. Prese il bagnoschiuma alle fragoline di bosco e aprì l’acqua, ne versò un po’ e si mise a guardare la schiuma che piano piano si gonfiava sempre di più. Sembrava una nuvola, anzi no, zucchero filato, con quell’odore poi… ecco: aveva un languorino! Si alzò e si diresse in cucina, aprì il pensile sopra il lavello dove c’erano tutte le schifezze che a Diego piacevano tanto. Prese un pacco di patatine e tornò in bagno, si spogliò, accese una candela, si immerse nell’acqua bollente e cominciò a sgranocchiare.
Stette lì dentro un’ora, quando l’acqua era ormai fredda si alzò e si avvolse nell’accappatoio del marito, si incremò come non faceva da tanto e cominciò ad asciugarsi i capelli. Quando spense il phon si accorse del campanello che suonava e della voce della sorella che chiedeva dal pianerottolo di aprirle.
Stavolta decise di aprire e abbracciò Vichi che sembrava la volesse stritolare.
Non c’era bisogno di parlare con lei, sapevano leggersi negli occhi, e Vichi aveva capito bene che Maya aveva bisogno di essere presa per mano per mettere la testa fuori di casa e ricominciare almeno a respirare.

- Devi tornare a lavoro. Sono passata allo studio e il tuo capo è stato molto comprensivo, ma comunque è ora di rientrare.- le disse la sorella mentre la pettinava.
- Penso che nessuno morirà se non sarò io a rispondere al telefono per prendergli gli appuntamenti, non credi? Non ho la forza per farlo, per affrontare tutte le domande, tutti gli sguardi…-
- Maya, tesoro, prima o poi devi. E meglio prima che dopo… ti accompagno io.
Giulio mi ha detto che può aspettare ancora, ma se rientrassi lunedì prossimo ne sarebbe più felice, pensa che tornare al lavoro ti sarà d’aiuto. E lo credo anch’io.
-Ok sorellona, ci proverò.- Ma in realtà non ne aveva proprio voglia.

Quel giorno Maya, grazie a sua sorella aveva messo il naso fuori di casa.
Con riluttanza, ma si era fatta trascinare a prendere i suoi nipoti a scuola.
Aveva aperto il portone e aveva lasciato che il sole le baciasse il volto e le scaldasse un po’ il corpo, il cuore no, quello era ancora ibernato. Si era infilata gli occhiali scuri e aveva respirato l’aria profumata dai fiori del negozio all’angolo. Erano salite in macchina e lei guardava fuori dal finestrino alla ricerca disperata di se stessa e di qualcosa che non c’era. Non si erano dette una parola fino al cancello della scuola di Nico e Tommy, poi Vichi era scesa e lei aveva continuato a guardare dal finestrino la vita che scorreva frenetica e che non si accorgeva del suo dolore. Poi ad un tratto lo vide, vide la sua Ducati rossa e lui sopra fiero e determinato. Diego!
Non ebbe il tempo neanche di chiamarlo, perché in quel momento la portiera si aprì di scatto:- Ziaaa!!! Che bello che sei qui!!!- i suoi nipotini le si erano gettati al collo soffocandola di baci e lei ebbe solo il tempo di far scivolare in silenzio due piccole lacrime sulle sue guance.

Michela
Michela
Non potrei essere altro che quella che sono: un cavallo libero in una prateria che non vuole essere domato; una fatina buona che appare quando serve e senza rumore se ne va; una leonessa che protegge i suoi cuccioli e li aiuta a vivere; il caos senza controllo,la mamma, l’amica, l’amante, la moglie che ama nel profondo. Ecco, sono passione, dedizione e propensione. Una sognatrice con i piedi per terra, la quiete e la tempesta, il dramma e la commedia (beh, forse più la commedia!), il tutto e il niente. Sono una come tante… sono io.

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4 Commenti

  1. e finisce così?
    E no... non vale... e il seguito?
    Chi è il tipo?
    E cosa succede dopo?

    • suspence...
      l'idea c'è, ma il tempo è tiranno. settimane di fuoco queste e poco tempo per scrivere...
      un po' di pazienza e arriverà il seguito 🙂

  2. adesso attendo anche io di sapere come va a finire :))
    bel racconto Michela


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