Miriam. Si chiamava Miriam. Me lo ripetevo così tante volte nella mente in quel momento che avrei voluto riempirci un libro con quel nome, con quei suoi occhi, castani come i miei, nei quali cercavo il mio futuro e le mani che potevano sentirsi, separate dal finestrino del treno delle due.

Ma lei chi era? E chi lo sa… Avevo le idee confuse da un po’, lo ammetto. Non su di lei, ma me ne erano accadute di cose, di quelle che ti spingono a dire meglio così e fare un respiro difficile, su cui forse è meglio non tornarci. In un paio di settimane diavolo, la tua ragazza (ormai ex) che ti dice ciao, sai che c’è ci lasciamo? E poi prove d’esame in cui cadi, succede. Le cure e i viaggi da questo o quel dottore sotto il sole a Roma e il ritorno, tra libri e altro.

Quella mattina l’esame non si sarebbe tenuto per me e per un bel po’ di persone.  Era luglio, nell’aula stracolma i condizionatori stavano a fare gli straordinari per far girare un po’ d’aria fresca. Libri e carte varie diventavano ventagli non troppo difficilmente per i corridoi e tutti si salutavano prima delle vacanze il mese successivo. Chi sulle scale, chi nell’ascensore, non capendo dove esattamente stessimo tutti andando. Mi dissi che anche quella volta era stata meglio così, venire per niente fino all’università, lo capii soltanto di lì a una ventina di minuti. Ne fui felice.

La sera prima ero stato alla festa di Giovanna, addosso le scorreva un bel vestito bianco su cui, come su di un prato, fiori neri stilizzati scendevano. C’era gente che non vedevo da un pezzo. Non ballai, ma fu divertente, pensieri a parte. Faceva strano vederla fidanzata. Salvatore era un tipo con la camicia nera, mentre al tavolo con Michelle e altre ragazze scambiammo qualche parola in cinese, credo il suo ragazzo non capì appieno. Fa niente, a stento so reggere qualche battuta in tedesco; mi misi a pensare che era strano stare solo a una festa dalle mie parti, in effetti era sempre stato così per via della distanza. Che casino, non faceva tanto differenza poi. Ma sono quelle cose a cui ci pensi per qualche motivo che neanche sai.

E dov’ero… Già, ero lì all’università. Rosanna mi salutò, non ci vedevamo da parecchio anche noi. Io scendevo e lei saliva le scale, ci scambiammo posto sugli scalini, essendo lei bassina rispetto a me. Non portava ancora i capelli corti. Facemmo le solite domande, col ragazzo come andasse… cose del genere, poi si ricordò che mi ero lasciato, mi abbracciò, le dispiacque. La sua sincerità nel dire quelle cose era palpabile, e mi fece cos tanto piacere; cose che succedono, solite cose che dici in queste circostanze. Poi parlammo dell’altra lei, ma di certe storie  personali non mi importa parlarne… E niente, ci augurammo buone vacanze. Diavolo ricordo ogni cosa di quel giorno ma non ricordo dove andò in vacanza.

Lasciai il palazzo. Ciao Fede, ciao Rocco, ciao Dario, ciao Andreana ecc… e per le strade dissi ciao almeno un'altra decina di volte. Probabilmente ogni giorno ne pronunciamo così tanti di nomi. I nomi che non hanno senso e che a volte si cambiano. La società ha svilito le persone anche dei nomi, per fare comodo ti chiama "tu", lo fa chi ti conosce, lo fanno il resto, lo fanno le pubblicità ovunque, alla tv, alla radio.

A volte ai nomi non ci dai valore, i nomi delle persone ne determinano il destino. Forse è vero anche il contrario. Chissà poi come lo puoi cogliere sul fatto il destino, costringerlo ad aiutarti ad andare dove vuoi. Essere, conoscere quel nome che ti interessa. Ma le coincidenze si sa come sono, d’altronde il destino agisce spesso in circostanze del tutto normalissime e uno stenta a credergli... insomma, spesso la somma di tante piccole circostanze a fare un destino. A volte si nasce così, per un capriccio del caso, altre volte per un destino che, come dire, vuole e basta. E anche il destino di nomi ne ha tanti, ma lui è lui e saranno fatti suoi.

Era l’una, la gente cercava l'ombra come la frescura nell'acqua, sul tabellone finalmente comparve il treno per tornare a casa. Lo raggiunsi un po’ stanco, entrato dall’ultima porta prima della fine del treno, presi posto sul sedile subito alla mia destra, evitando il finestrino. Non so come mai, di solito lo preferisco, mi piace vedere il panorama, anche dopo averlo rivisto così tante volte. Inoltre, devo dire che non era nemmeno molto caldo. Presi quindi dalla sacca il libro e leggiucchiai qualcosina. Il treno partì dopo cinque minuti, qualcun altro si sedette qui e lì, di solito però il grosso sarebbe arrivato alla fermata successiva.

Il treno arrivò subito alla stazione di piazza Garibaldi. Staccai gli occhi dal libro mentre rallentavamo, come fanno tutti che cercano qualcun altro e alla fine quelli che vedi sono solo tanti sconosciuti, la vita è una metafora di questi momenti. In quel momento però ricordo che vidi lei sulla banchina. I capelli mossi di quel castano acceso portavano dentro sé stessi il sole che c’era in quella giornata, il top giallo faceva lo stesso e le belle gambe, fuori dagli shorts non lo negavano.

Pensai: “carina”. E tornai a leggere non dandoci peso.

Stavamo per ripartire quando una voce alla mia sinistra disse “Scusa posso sedermi?”. Mi salì il cuore in gola: era lei, la ragazza di poco prima. Dissi prego, sistemò il trolley e si sedette. Non entrarono tante altre persone e avrebbe potuto prendere un posto qualunque dopotutto.

Si alternarono una o due fermate, lei tirò fuori un libricino e cominciò a leggere, più o meno come ci provavo io. Era un libro di spagnolo. Le arrivò una telefonata rispose e staccò dopo poco.

“La Turchia ha il potere di controllare le principali fonti idriche del Medio Oriente, il Tigri e l’Eufrate e io devo assolutamente parlarle è più forte di me”. Rido, chissà che mi era preso. Ormai non ne volevo sapere più di leggere, si capiva bene. Io dovevo parlarle,  sbirciai ancora quel suo libricino. C’era poco da dire, avevo sempre studiato il francese e il tedesco… Ci avevano provato due ex e chissà quante altre persone, ma di spagnolo non ci ho mai capito tanto e conoscevo appena qualche frase grazie a qualche canzone (non che oggi sia cambiata tanto la situazione!).

Qualcosa da dire la trovai. La prima parola che disse fu “sì”, ed aveva pro­prio un bel modo di dirlo, mostrando quel sor­riso. Una cosa tirava l'altra e ci fu facile suonare le stesse corde, parlare con quel tu così insolito per due sconosciuti.

Ricordo come si toccava i capelli, mi disse che lavorava al nord. Le chiesi dove, mi disse vicino Bolzano, Bozen. Amo quei luoghi. Parlammo delle Alpi, del panorama spettacolare e incantato che lasciava la neve in primavera al mattino, quando il sole freddo ti sveglia; mi venne alla mente una poesia che scrissi allora.

Lavorava in una scuola elementare, i bambini dovevano amarla. Ma lei avrebbe reso chiunque felice, credo. Eppure alla buona doveva essere più grande di me di un po’ e la cosa mi fece storcere il naso.

Più parlavamo, più glielo leggevo negli occhi “Sembra di conoscerci da sempre”, ma tra sconosciuti certe cose impariamo a non dirle. E alternavamo discorsi su libri, esperienze di vita, viaggi, del come si viveva lì nella sua provincia. Amava molto il francese, parlammo della Marsigliese in ricordo di un suo viaggio con dei portoghesi in cui si sfidarono a cantare gli inni nazionali e lei si difendeva bene parlando di ogni bellezza dell'Italia; quell’anno lei, invece, sarebbe andata in Spagna con degli amici ad agosto, ecco perché quel libricino, avrebbe voluto imparare qualcosa di quella lingua a sangue caldo.

Avevo bisogno di altro da sapere? Avrei voluto. Ero lì che non mi rendevo conto che ero già alla mia fermata, qualcosa gridava "resta e fregatene di tornare a casa". Forse non dovevo essere lì, mi correggevo con me stesso zittendomi piuttosto facilmente. Le dissi che sarei dovuto scendere, continuando “ad ogni modo io sono Giuseppe”, lei “Miriam, mi chiamo Miriam” fu come terminare senza preavviso un sogno o una canzone.

Ci salutammo e scesi dal treno, mossi un paio di passi avanti. Mi tenevo basso, boh forse era meglio così.

Poi una voce alle mie spalle: Giuseppe! Giuseppe! Mi voltai, era lei che si sporgeva dal finestrino e mi chiamava. Corsi indietro. Feci cenno al capotreno di aspettare (d’altronde non era la prima volta che lo facevo).

Esitò appena un istante, voleva dire così tante cose. Mi disse il suo nome per rintracciarla online, Miriam L******, tutto attaccato. Era insolito, anzi che dico, era tutto troppo semplice... Le dissi come mi chiamavo, di ricordarsi il mio nome e cognome se non l’avessi trovata.

I miei occhi nei suoi occhi, e le mani che si toccavano attraverso il finestrino del treno, dicendoci ciao e gridandole ricordati, ricordati...

Uscii dalla stazione. Camminai, si era presa tutti gli altri pensieri e mi aveva lasciato il suo. Pensavo al suo nome, Miriam, al suo significato “amore”, “amata”. Miriam, Maria, la moglie di Giuseppe nelle sacre scritture, a come si erano trovati guidati dallo stesso destino. E io ero Giuseppe, poi si fanno più chilometri col pensieri che quelli che farai in una vita intera.

Il destino, quello che ti fa incontrare che ti lascia e ti fa sperare. E poi Miriam, chissà dov’è Miriam, che non ho mai più rivisto.

Andò via lasciandomi il suo pensiero.

Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni
Giuseppe Mastroianni è nato il 4 Ottobre 1989 ad Avellino. Dopo la maturità, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, conseguendo la laurea. Amante della storia e delle culture antiche e straniere, ha una naturale inclinazione per la letteratura e per le arti. Negli anni scorsi le sue poesie in lingua straniera sono state scelte per la partecipazione a varie antologie edite in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I suoi primi componimenti scritti ed editi in lingua italiana sono racchiusi nella sua prima silloge: "Sospiri". In seguito rilascia gratuitamente sul suo sito un poemetto "Tenebre". Attualmente è dedito alla composizione di racconti e del suo primo romanzo "Dove non cantano gli angeli".

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1 Commento

  1. Bello. Il ricordo è un veleno delizioso.


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