Ci siamo conosciuti per caso io e Nadine. Ridicolo sentirlo dire da uno che non crede al Caso; eppure oggi a distanza di più di due anni non trovo nulla di meglio per descrivere come sia nato il nostro incontro.

E forse, proprio perché non credo al caso, il Caso vuole che ci siano voluti ben cinque incontri casuali fra me e Nadine prima che io potessi affermare che lei era entrata nella mia vita. Lei era entrata e, se non fosse stato per lei, nemmeno il Caso ci sarebbe riuscito.

Ebbene oggi posso affermare che che io e Nadine ci siamo conosciuti per caso, ma non è un caso che lei ora abbia preso altre vie e sia sparita dalla mia vita e dalla mia vista, considerando che la vista, almeno la mia, in questa storia è la protagonista principale.

Nadine e i suoi lunghi capelli rossi. Rossi come il sole che senza aspettare si tuffa nel mare di una vita frantumata. E furono proprio i suoi capelli che incontrai per caso uno squallido martedì mattina lungo la via, quella che tutte le mattine percorrevo senza entusiasmo per raggiungere la mia postazione di lavoro. Quei capelli rossi, mossi come un mare in tempesta e inconfondibili camminavano davanti a me e Nadine con loro.

Nadine e i suoi occhi verdi come quel prato dove l’ho trovata la seconda volta per caso mentre rideva con una sua amica. Rideva e gli occhi verdi ridevano con lei. Io ero lì per caso ad aspettare la vita come chi aspetta un treno che ha perduto illudendosi di essere ancora in tempo o basandosi sulla certezza che, almeno in Italia, i treni portano sempre ritardo.

È stato il secondo incontro che mi ha fatto credere che potevo ancora salirci sul treno e quindi per associazione di idee credevo che in fondo da qualche parte la vita mi aspettasse.

Ero lì seduto su una panchina anonima e lei rideva alla sua amica e, mentre rideva sdraiata su fili d’erba verdi e rigogliosi incurante di tutto il resto, io mi perdevo fra le sfumature ramate dei lunghi capelli che fluttuavano seguendo i suoi movimenti sinuosi. Le labbra carnose aperte a ricevere.

Nadine pronta a ricevere, sempre: prima di me, con me e certamente anche ora senza di me; io no. Avevo perso il treno della vita, l’ho detto . Io sempre in ritardo, mai stato in grado di cogliere le occasioni.

Ma il Caso a volte riesce a sorprendere. Tant’è che Nadine è apparsa nelle mie giornate vuote ben cinque volte prima che io le permettessi di riempirle. Ma forse usare il verbo permettere è errato. Ho solo lasciato che lei perché Nadine non ha mai chiesto permesso.

La terza volta a colpirmi furono le sue gambe lunghe che si muovevano agili mentre si arrampicava su un albero per provare a recuperare un aquilone che era sfuggito al controllo di un bambino. Io che non sono mai salito nemmeno su arbusto ero incantato. E così iniziai a seguire dapprima il movimento di quelle gambe, i muscoli tesi che si intravedevano sotto dei leggins verdi proprio come la chioma di quel maestoso albero. Seguii la linea delle sue gambe sempre più su, fino a raggiungere il sedere che mi apparve perfetto come un’apparizione, anzi meglio. e nulla in quella scena era provocante eppure io mi ero perso per la prima volta fra le curve sinuose di Nadine.

Non mi fu sufficiente nemmeno vederla nella veste di Jane per trovare una scusa qualsiasi con la quale attaccare bottone. Non sono mai stato molto bravo a cucire, nemmeno per attaccare un bottone.

Ma il Caso ci si era messo di impegno e così Nadine me la ritrovai davanti al mio portone per caso la quarta volta. Quarta volta per me ma non per lei che forse si accorse di me solo quando distratto dai miei non pensieri la urtai e le feci cadere la busta della spesa rompendo uova, vino e tingendo di rosso tutto il resto.

In quell’occasione non rideva, le sue labbra non erano lì per ricevere e i suoi occhi color smeraldo erano freddi come lo può essere una lastra di ghiaccio nel polo artico. Provai a scusarmi e nel mio atteggiamento goffo mi ritrovai a tirar su quel che restava tinto di rosso e a porgerglielo come se nulla fosse.

Quella volta lei mi donò improperi e io me li presi senza pensare che a volte le occasioni fanno l’uomo ladro. E non riuscii nemmeno a bofonchiare un mi scusi davvero convincente, posso rimediare in qualche modo, le offro una cena che possa essere all’altezza di quella che le ho fatto finire sull’asfalto grigio. Nulla.

La lasciai andare via mentre lei mi lasciava i cocci senza che io mi fossi preso la briga quantomeno di pagarli.

E senza rendermene conto le occasioni sfumavano fra le mie mani fino al giorno in cui non me la ritrovai dall’altra parte dello sportello postale dove lavoro. Io impiegato e lei cliente che era lì per pagare la luce perpetua.

Il Caso è strano e anche Nadine che fino a due settimane prima non sapevo nemmeno esistesse ed ora era lì davanti a me a pagare una bolletta che non si può dire essere usuale.

-          Ah sei tu!

-          Come scusi?

-          Sei tu!

-          Sono io.

-          Almeno hai il coraggio di ammetterlo.

Io non avevo fatto nulla nemmeno quella volta se non limitarmi ad assecondare lei e i suoi capelli rossi e le sue labbra carnose. E la assecondai anche quando mi intimò di pagare io per lei quella bolletta della luce perpetua come rimborso spese della spesa che era finita a terra.

Pagai io la bolletta e scoprii allora che il Caso esisteva ma non sapevo che si stava prendendo gioco di me. Il Caso, non Nadine.

Riuscì a scucirmi ventitré euro e mentre andava via mi sussurrò che diciotto ne era costato da solo il vino e che se proprio volevo farmi perdonare avrei dovuto quantomeno offrirle la cena che era finita a terra.

Fu così che al quinto incontro Nadine entrò nella mia vita e io scoprii che a volte i treni arrivano in ritardo per poi fermarsi a metà del tragitto a causa di un guasto improvviso.

Quel guasto si è portato via Nadine, il suo sorriso e la sua voglia di vivere. Un guasto dovuto al caso se solo il Caso esistesse, ma io in fondo al caso non ci ho mai creduto.

puntoevirgola
puntoevirgola
...una pausa leggermente più lunga....

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