Valeria correva in mezzo al frutteto. Correva come se dovesse fuggire da una catastrofe. Non sentiva la fatica, non sentiva il caldo, non sentiva il sudore sulla fronte, non sentiva più niente. Voleva solo correre.

Il grembiule che aveva usato per cucinare rimase impigliato ad uno dei Meli lungo il sentiero e quando fu in fondo alla discesa si buttò a terra seduta guardando la vallata. I grilli sottofondo scandivano il passaggio di quella torbida estate. Anche da lì in fondo alla vallata si sentivano ancora i rumori delle posate nei piatti e le risate programmate di tutte quelle persone per cui aveva preparato la grande abbuffata della domenica all'aria aperta come da tradizione.

Quelle persone, un mucchio di estranei che avrebbe dovuto sentire come la sua famiglia. Invece sentiva nelle orecchie il ronzio di quel vocio, della confusione, le grida dei bambini che le davano solo un senso di fastidio.

Aveva bisogno di silenzio. Quello non era il suo posto. Non lo era mai stato. Guido era un brav’uomo le avevano sempre detto tutti. E lei lo aveva sposato, lui, la sua odiosa famiglia, i suoi insopportabili fratelli, le zie acide, i genitori freddi come ghiaccioli. Ed erano tutti lì, in casa sua, ogni giorno, ogni maledetto giorno, a dirle quello che doveva e non doveva fare, quello che doveva, e non doveva pensare.

Poi d’improvviso i passi sull’erba alle sue spalle, se lo aspettava in fondo.

“Quando ti ho visto immobile su quel marciapiede in paese ho smesso di pensare, di respirare, di ricordare. Ho perso il conto dei giorni, delle ore, delle lacrime.
Eppure credevo di essere finalmente felice, di aver ricominciato a vivere, a sorridere al di là di te, senza di te.
Poi mi sono avvicinata e ti ho abbracciato per salutarti, il tempo, qualcuno ha fermato il tempo mentre ero lì col  naso sulla tua camicia stropicciata a dirti solo “ciao”, e mentre respiravo il tuo profumo di bucato al sapone di Marsiglia  ho pensato  che solo quella che entrava nei miei polmoni in quel momento era davvero aria, finalmente aria vera. Da respirare, ossigeno per l’anima, il mondo ha smesso di girare, almeno per me, e ho dovuto ammettere mio malgrado che il tempo non aveva fatto il suo corso. Che non c’era nulla di veramente archiviato e catalogato, poi sei sparito di nuovo, mi hai lasciata qui, non è passato un solo giorno senza che abbia sentito quel profumo. E ti ho odiato per questo. Perché sei tornato?”
“Perché non sei venuta via con me quando potevi?”
“Perché non potevo.”
“Sarebbe bastato preparare una valigia.”
“A te sembra facile preparare una valigia? Volevo che tu mi portassi via, ma forse volevo che mi prendessi di peso, a volte le cose che vogliamo ci spaventano troppo per riuscirle ad afferrare.”
“Domani devo ripartire di nuovo. Cosa farai questa volta?”
“Resterò qui, ancora una volta, a ricordare questo tuo sguardo inutile, il tuo parlare facile, a ricordare che mi hai chiesto di venire via con te solo quando avevi capito di avermi perso, e forse se mi avessi avuta davvero non ti saresti nemmeno accorto che c’ero. Perché tu fai così, vuoi solo quello che non puoi avere, io invece… volevo una vita diversa, ma che fosse diversa dall’inizio. Adesso è tardi.”

Lui si voltò e sparì tra gli alberi. Valeria si asciugò il viso alzandosi recuperò il grembiule appeso al Melo. In silenzio tornò su.

“Qualcuno vuole il dolce?”

Karen Lojelo

Karen Lojelo
Karen Lojelo
Sono nata a Roma il 25 giugno del 1976 dove ho studiato, vissuto e lavorato fino al luglio del 2007, poi ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: “L’amore che non c’è” poi è stato il tempo di "Binario 8" una raccolta di poesie (che scrivo da sempre). Appena uscito il mio nuovo romanzo 'L'ebbrezza del disincanto' e a breve un'antologia di racconti curata da me Mariella Musitano e Sara Marucci. Nel 2013 è andato in scena il primo spettacolo teatrale scritto da me 'Riflessi' e attualmente sono impegnata nell'ultimazione di un nuovo romanzo. Chi sono io? Bella domanda…: "io sogno cose che non sono mai esistite e dico: «Perché no?». George Bernard Shaw

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7 Commenti

  1. Io una fetta la prendo volentieri, grazie. 😀

    Il titolo mi ha fuorviato. Non sembra proprio un'occasione persa... "volevo una vita diversa, ma che fosse diversa dall’inizio. Adesso è tardi."; detta così non sembra che abbia perso l'occasione, non c'è l'ha mai avuta come la voleva! E non so cosa sia peggio: avere l'occasione e non riuscire a coglierla, oppure non averla mai come la si vorrebbe?

  2. credo sia uguale... il risultato non cambia, non si ha comunque quello che si voleva no?

  3. a volte le aspettative non corrispondono alla realtà. Nella frase " a volte le cose che vogliamo ci spa­ven­tano troppo per riu­scirle ad affer­rare.” è verissima, si ha paura di realizzare i propri sogni perché si teme che appunto una volta trasformati in realtà possano perdere il loro fascino. E così si continua a sopravvivere... ma ci si dimentica che ciò che conta sia vivere.

  4. Rimane sempre il dubbio.. se è meglio il rimorso di aver fatto.. o il rimpianto di non aver fatto.. certe scelte che possono cambiare la nostra vita..


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