Penelope era stanca di aspettare ma non aveva un posto dove andare né le andava di restare, in tutto quel tempo non aveva mai nemmeno imparato a cucire per tessere un filo da legare per poter tornare in qualche posto un giorno. Aveva imparato da piccola ad aspettare, le dicevano che finché si aveva qualcosa da attendere valeva la pena vivere. E lei non aveva mai fatto altro che crearsi delle  aspettative.

Aveva sempre un sorriso carico di speranza da sfoggiare nelle grandi occasioni ma poi certi giorni si svegliava nel letto con gli occhi sbarrati e il pensiero improvviso e fisso che tutto stesse andando a rotoli nella sua vita da sempre e che non ci fosse mai stato niente che sarebbe rimasto a brillare per illuminare il giorno.

Solo stelle cadenti che svanivano nel buio tutti i suoi progetti.

Illusioni e paure che aveva imparato a nascondere bene negli angoli più nascosti. Falsi equilibri e una stabilità precaria le tenevano la mano da sempre anche quando credeva di camminare finalmente sola verso un punto incerto. L’importante è non fermarsi mai le avevano detto e così girava in tondo nella sua stanza sempre diversa, mai la stessa, ma era lei la stessa, anche quando credeva di essere cambiata.

Penelope va alla guerra avevano detto un giorno guardando nel suo armadio tutte le armi che aveva collezionato ma nessuno le aveva mai insegnato ad usarle e forse lei non aveva mai semplicemente voluto perché era incapace di provare rancore. Sei nata sprovvista le aveva detto sua madre, un errore di percorso.

Quel freddo ghiacciato che sentiva sotto le ossa non se ne era mai andato, nemmeno per un momento. Ma quello che contava era apparire forte e immobile dietro a quel vetro mentre aspettava quel sogno che arrivava sempre solo nel sonno.

Ci aveva provato a smettere di aspettare, come a smettere di fumare, di sbagliare, ci riusciva per un po’, un tempo che non si può definire, poi quella spinta dentro a ricominciare a credere ancora contro ogni raziocinio partiva dallo stomaco finché non prendeva ogni muscolo, compreso il cuore.

Era colpa di quel ricordo mai vissuto, di quella mano mai tenuta, di quello sguardo pensato e mai sfiorato che aveva sentito forte come uno schiaffo in pieno viso. O forse non era colpa di nessuno.

Era la sua natura. Quella di Penelope, aspettare di vedere se in fondo ne era valsa la pena, la pena di tutto, per arrivare in qualche posto. Per trovare almeno un senso ad un singolo momento.

Penelope era stanca di aspettare ma non aveva un posto dove andare né le andava di restare.

Karen Lojelo

httpv://www.youtube.com/watch?v=Nea5bcU4w08

Karen Lojelo
Karen Lojelo

Sono nata a Roma il 25 giugno del 1976 dove ho studiato, vissuto e lavorato fino al luglio del 2007, poi ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: “L’amore che non c’è” poi è stato il tempo di
“Binario 8” una raccolta di poesie (che scrivo da sempre).
Appena uscito il mio nuovo romanzo ‘L’ebbrezza del disincanto’ e a breve un’antologia di racconti curata da me Mariella Musitano e Sara Marucci. Nel 2013 è andato in scena il primo spettacolo teatrale scritto da me ‘Riflessi’ e attualmente sono impegnata nell’ultimazione di un nuovo romanzo.
Chi sono io?
Bella domanda…: “io sogno cose che non sono mai esistite e dico: «Perché no?». George Bernard Shaw

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