Un piccolo risarcimento di memoria

Racconti Guido Mazzolini

Il campanello suona, trilla un poco poi tre colpi leggeri di nocche sul legno. Inconfondibili. La mano sussulta un istante mentre l’appoggi alla maniglia, il cuore è un tamburo impazzito nel petto e vorrebbe sfondarlo per uscire.
Lei è lì, appoggiata al muro bianco del pianerottolo e azzarda un finto sorriso come acqua gelata che ti scivola lungo la schiena. Indossa pantaloni bianchi e una maglietta azzurra con la scritta “Women do it better”. I capelli sono raccolti, tenuti insieme da un cerchietto giallo. Come sempre è bellissima, ma la faccia è quella di chi vorrebbe essere da un’altra parte.
«Ciao. Come stai?»
«Bene, grazie.»
Lo dici stretto tra i denti e non è vero. Hai risposto in automatico, stai malissimo e averla davanti è un’esplosione che sbriciola il cuore, lo polverizza in miliardi di scintille.
«Posso entrare?»
Pensi che in quella casa ha vissuto fino a poco tempo fa, quella casa si è vestita dei suoi colori sgargianti, risuona ancora delle sue risate e lei ora ti sta chiedendo il permesso di entrare.
«Certo che puoi. Accomodati.»
Entra e come sempre ha un buon profumo. Vorresti che i muri di casa tua fossero spugne per assorbire fino all'ultima molecola del suo odore, vorresti che ogni mattone si impregnasse per sempre di lei come quando ancora ci viveva e ci respirava, come quando facevate l’amore in ogni angolo, sopra ogni mobile, abbarbicati ad ogni appiglio possibile.
«Non trovo un paio di scarpe, quelle bianche lucide, con il tacco alto. Ricordi? Penso di averle lasciate qui.»
«No, non ci sono. Puoi cercare dappertutto se vuoi. Sono sparite come tutto il resto.»
«Sei sicuro?»
«Certo. Se vuoi provaci tu.»
«Non fa nulla. Chissà dove sono finite. Chissà dove le ho lasciate.»
«Anche se le avessi lasciate qui che importa? Almeno mi resterebbe qualcosa di tuo.»
Nemmeno ti guarda.
«Ce l’avevi qualcosa di mio. Avevi tutto di me.»
«Allora perché adesso non ho più nulla?»
I tuoi occhi cercano i suoi, cercano spiegazioni plausibili per addormentare l’angoscia e anestetizzare un poco il dolore. Non risponde e abbassa lo sguardo, lo lascia vagare come un topo grigio sul pavimento.
Appoggi una spalla al muro del corridoio e metti una mano in tasca, cerchi di darti un contegno.
«Tu come stai?»
«Sto bene sì. Ne sto uscendo.»
Ne sta uscendo, certo. Lei è una donna forte, una con le palle quadrate capace di uscire da tutto e tutti, destinata a trovare sempre una via di fuga anche dalla peggiore tristezza.
«Ho fatto il caffè, ne vuoi?»
Non risponde ma ti segue in cucina, senti il rumore dei tacchi alle spalle come un ticchettio ritmato di tamburo.
Il silenzio tra voi è surreale e grottesco, così palpabile che potresti affettarlo con un coltello. Versi il caffè e vi sedete al tavolo, due tazze gialle fumanti e voi come semplici conoscenti o compagni d’infanzia che si sono persi di vista e ora si ritrovano dopo secoli senza niente da raccontare. Voi come due estranei.
Soffia un poco sul caffè bollente e intanto picchietta sul tavolo con le unghie della mano sinistra. È nervosa. Il silenzio sembra piombo fuso che cola appiccicoso sugli occhi e le orecchie, è gelido e buio, un coperchio nero di bara. Accendi una sigaretta e fumi adagio, boccate lunghe per raccogliere un’idea.
«Quando abbiamo smesso?»
«Smesso cosa?»
«Quando abbiamo smesso di volerci bene?»
«Piantala.»
«Per favore. Quando abbiamo smesso?»
«Non so. È importante?»
«Sì.»
«No invece, non lo è. È finita, solo questo importa.»
«Io a volte non ci dormo la notte per cercare di capire.»
«Lo so, immagino. Gli uomini spesso sono così, trovano rifugio nel passato e cercano il nido che hanno perduto. Vivono nel ricordo, nel rimpianto di ciò che sarebbe potuto succedere, di ciò che avrebbero potuto fare.»
«Dici?»
«Sì. Per le donne è diverso, forse è più facile. Le donne sono proiettate nel futuro e guardano avanti. Almeno ci provano.»
Pensi che in fondo sia vero. L’uomo fa la tana nel passato mentre la donna scava nel futuro, ma entrambi si collocano in un tempo finto perché inesistente. Troppo spesso si vive nel ricordo, ci si abbevera alla fonte salata del perduto e si cammina a ritroso, gli occhi rivolti a ciò che ormai non c’è più e la schiena verso il sole. I giorni passano come fantasmi trasparenti e si vive proiettando un’ombra triste sul selciato della propria storia. Troppo spesso la vita ha il passo del gambero e nessuno riesce mai a gustare davvero il presente, l’unica dimensione vera, il presente vivo e reale, a volte fatto a pezzi e doloroso. Il presente vostro e senza voi.
Trangugia il caffè in un paio di sorsi. Si alza e l’accompagni alla porta, un saluto rapido e un bacio di rito sulla guancia che a te ora sembra essere il bacio di Giuda.
Chiudi a chiave e ritorni in cucina, ti versi un’altra tazza di caffè e accendi una sigaretta amara. Fumi e pensi a quel paio di scarpe col tacco che hai nascosto nel cassetto in corridoio, un feticcio bianco e lucido per stemperare l’amarezza, un piccolo risarcimento di memoria.

("Il passo del gambero" Mjm editore)

Guido Mazzolini
Guido Mazzolini

Nacqui a Cremona troppi anni fa, da allora respiro nebbie fitte, afa padana e pianeggianti sensazioni. Pesante e immobile da sempre, mi esprimo come posso e come so, nello stesso identico modo che mi è stato concesso da un cinico fato. Scrivo parole convinto che l’espressione sia l’unica magia donata agli esseri umani per potersi elevare e somigliare sempre più agli Dei. Non esistono punti fermi nel mio esistere, solo zattere di comprensione in balia di un oceano agitato e onde altissime che conducono, malgrado noi, verso lidi sconosciuti. Per questo credo nella parola espressa come valore supremo; ci credo perché la voglio fortemente mia, la sento scorrere nelle vene più del sangue, possiede un proprio odore inafferrabile ed evoca consapevolezze diverse, la posso toccare con mano, ingoiare e respirare ogni istante. Credo nel “linguaggio dell’inesprimibile”, nelle sensazioni e intuizioni che solo parole non convenzionalmente espresse riescono a palesare realmente. Accendo l’ennesima sigaretta, inalo fumo, dubbi e allegrie.
“Sono l’oscuro lato che nasconde
la genesi più vera di me stesso.”
I miei figli: “L’Attimo e l’Essenza”, “Diario di bordo”, “Il passo del gambero”, “Suoni”, “La ragione degli alberi”.

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