Carri bestiame erano quei vagoni e loro erano animali da macello. Quel pensiero affiorava ogni volta che si aprivano le porte e orde di persone ne uscivano e molte di più ne provavano ad entrare.

Fiati sul collo dai quali poteva, senza vedere, individuare la nazionalità della bestia che aveva vicino. La cipolla lo riportava ai paesi indiani speziati e colorati, l’aglio apparteneva ai giapponesi e al loro sushi, l’alcool invece aveva imparato che poteva appartenere a tutti. Non era prerogativa dei rumeni come credevano la maggior parte dei suoi familiari. Bevevano tutti. Chi più chi meno, chi di qualità chi di sottomarche.

Ma peggio degli odori e degli aliti erano i profumi e i dopobarba e i deodoranti. Avrebbe preferito un bel puzzo di ascelle che lo avrebbe riavvicinato a quell’idea di carro bestiame invece di convoglio metropolitano mattutino. Ora di punta. Animali che combattono per un posto in piedi. Animali rabbiosi di arrivare prima possibile al macello. Il macello delle menti dove membra flaccide poggiano il loro sedere dietro scrivanie costruite in serie in qualche fabbrica del sud del mondo.

Lui era privilegiato. Saliva prima di loro. Saliva dal capolinea e poteva scegliere. Scegliere di stare seduto, in piedi e anche il posto migliore, secondo lui. Li aveva provati tutti in quei cinque anni di pendolarismo metropolitano. Il posto migliore non era sempre lo stesso, nonostante lui fosse una bestia abitudinaria. Era diventata un’abitudine cambiare posto. Fino a qualche mese prima.

Lei era abitudinaria e il vagone che sceglieva era sempre lo stesso. Il primo del convoglio, dove la ressa, non sapeva spiegarsi perché, era sempre di meno e dove le porte si aprivano vicino alle scale per uscire dalla stazione della metropolitana. Tutte le mattine aveva i minuti contati e ogni passo in più era un ipotetico ritardo di secondi che le facevano perdere la coincidenza con l’autobus. Si infilava nel convoglio con lo zaino sulle spalle e un libro in mano in attesa di trovare un posto qualsiasi dove poggiarsi per riprendere la lettura. Lei e il suo libro, il resto di tutto quel carro bestiame nemmeno la toccava. Anche quando chiudeva le pagine e spostava il suo sguardo intorno era come se non vedesse.

Era così che lui la notò un martedì mattina di novembre. Lui che si rifiutava di leggere libri o giornali pressato come una sardina. Lui che trovava impossibile concentrarsi fra quella moltitudine di corpi e quegli odori impossibili. E così mentre affiorava come sempre l’idea del carro bestiame all’apertura delle porte alla stazione di scambio l’aveva vista entrare. Aveva visto solo il suo viso e il suo sguardo perso e incredibilmente profondo. E già questo gli sembrava insensato. E ancora di più lo era il suo sorriso. Sorrideva. Non a qualcuno perché ne era certo che non stesse vedendo qualcuno. Forse sorrideva ad un pensiero o perché no alla vita con le sue assurdità, compreso quello di passare parte della vita pressato fra corpi sconosciuti.

Quel martedì di novembre lei stava leggendo come sempre in attesa del convoglio. Era così presa che nemmeno si accorse dell’arrivo del treno. Aveva chiuso il libro perché si era ritrovata sospinta in avanti dalla massa di persone che volevano entrare ad ogni costo. Le parole erano uscite dal libro e ancora rimbombavano nella sua mente: quell’uomo forte e grande, quell’isolano, era come se lo avesse davanti agli occhi. Oppure era come se lei fosse laggiù su quell’isola sconosciuta e senza volerlo gli aveva sorriso. Lei quella mattina sorrideva non alla vita e non è nemmeno esatto dire che sorrideva ad un pensiero, lei sorrideva all’immaginazione che l’autrice del libro aveva scatenato attraverso quelle frasi e quelle pennellate di parole conduttrici di emozioni.

Era anomala quella ragazza. Incalcolabile l’età, il ceto sociale, la provenienza. Ogni giorno l’aspettava al primo vagone per cercare di decifrarla. E lei immancabile ogni giorno saliva alla stessa ora sul primo vagone.
In testa portava sempre un cappello colorato di lana, dal quale a volte uscivano due grosse trecce dietro le orecchie. Una bambina si diceva allora. Una bambina che va ancora a scuola con il suo grande zaino. Ma poi gli occhi scendevano e sotto la giacca a vento uscivano pantaloni da lavoro blu e scarpe antinfortunistiche che tradivano il suo stato sociale. Non c’era nessuna scrivania ad attenderla se non per essere pulita. Certamente bassa manovalanza doveva essere la sua. Uffici? Case? Condomini? Tutti i giorni lo stesso posto?

Quasi deluso dall’idea che quella donna bambina potesse essere una semplice donna delle pulizie, aveva provato a spostare la sua attenzione, ma non ci riusciva. Lei era come una calamita per i suoi occhi e per i suoi sensi.

Quel giorno il caso volle che si sedesse accanto a lui. Vicini, si toccavano. Gamba destra e braccio destro. Sulle gambe teneva aperto Anna Karenina e sembrava che tutto il suo essere fosse dentro quella storia. Lui non l’aveva mai letto Tolstoj. Lo comprò il pomeriggio stesso. Si disse che forse attraverso le letture avrebbe potuto capire chi fosse realmente.

Era inebriato dal suo odore. Quella donna bambina non portava profumi, non usava saponi artificiosi. Sapeva di sapone di marsiglia. E la sua pelle era liscia e colorata come quella di una pesca appena matura. Non c’era nessun velo di vanità in quel volto pulito. Una semplicità disarmante che andava oltre gli schemi a cui lui era abituato.

Erano diversi mesi che lui la seguiva con lo sguardo e che la inseguiva con la fantasia, ma la donna bambina non si era mai accorta di quante volte aveva avuto lo stesso uomo seduto accanto. Persa sempre nelle nuvole di parole per lei il resto no c’era. E non faceva caso a che odore avesse chi le stava accanto, né le interessava riconoscere la nazionalità di chi le stesse dietro attraverso l’olfatto.

Per lei semplicemente il mondo non esisteva. In quel lasso di tempo in cui aprivano le porte del convoglio lei entrava in un mondo fantastico popolato da personaggi nati dalla penna di uno scrittore.
E mentre il carro bestiame portava tutti ai loro macelli la donna bambina si lasciava trasportare oltre le nuvole e sorrideva.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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12 Commenti

  1. Osservarci, immaginarci, sfiorarci senza mai conoscerci veramente... a volte è molto più bello così... bella prova di scrittura amica, complimenti! 🙂

    • a volte è molto più bello così... sì, meglio immaginare... sognare, credere che l'altro sia speciale e meraviglioso.... sapere davvero chi è, cosa fa, andare oltre non può che uccidere il desiderio portando tutto su un piano reale e deludente.

      • per come sono fatta ogni occasione lasciata è un rimpianto nuovo da portarsi dietro... io mentre leggevo immaginavo il seguito, e avrei voluto leggerlo... però forse è come dite voi,i sogni non li uccide nessuno e vivono finché vogliamo che lo facciano. 🙂

        • anche io mentre scrivevo immaginavo il seguito... ma ciò non vuol dire che non ci sia... immagini di quel vagone e di lui e lei ce ne sono... si muovono di vita propria... scriverle e decidere se anche questo sogno si infrangerà oppure interrompere prima che si infrangano... magari si infrangono dopo un po' e nel prossimo racconto invece è tutto magico ancora...

  2. Bel racconto 😉 ...Quando si scrive penso sia più importante riuscire a fare immaginare piuttosto che dire semplicemente. Attraverso le immagini il passaggio è diretto e così l'emozione. Si trasmette intatta dall'universo di chi scrive a quelo di chi legge, come una bolla di sapone. Svanirà? nel frattempo no si può fare a meno di sorridere...

    • mi piace alternare immagini e descrizioni, sono dell'idea però che attraverso le immagini, proprio come dici tu Riccardo, si riesca a dire molto di più: ogni immagine apre molte porte e non solo una e il lettore può a sua volta andare oltre attraverso porte scelte da lui e non dall'autore del racconto

  3. Di carri Bestiame ne so qualcosa purtroppo!!

    Magari poter evadere leggendo un libro!

    brava Mariella..... mi piace troppo il punto in cui dici delle scrivanie che attendono corpi flaccidi 🙂

    • ne sai qualcosa vero Marco? Convogli molto spesso stracarichi dove leggere è cosa per pochi eletti... nel senso che spesso manca la concentrazione e la possibilità di tenere aperto un libro per quanto poco spazio c'è.

  4. Una storia che poteva essere di quotidiana monotonia, se non fosse per quella donna bambina sognante.
    Un racconto molto ben scritto, che si legge con interesse proprio pensando al seguito.
    Un intreccio di emozioni da cui può nascere una nuova storia, che al momento rimene una delicata fantasia, un sogno in un vagone di bestiame.
    Brava Mariella!

    • si Marisa una storia che in qualche modo lascia il sapore di voler sapere come andrà a finire. Che ci porta a sognare un seguito dove lui e lei si incontrano davvero, dove le domande di lui rispetto a lei trovano risposte e dove magari lei riesce a trovare in lui un nuovo modo di evasione. Chissà se la vena mi accompagnerà per il seguito. Diciamo che i personaggi aleggiano nell'aria...


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