Questione di lancette 4

Racconti Mariella Musitano

Emma si è svegliata con un terribile mal di testa. Il sonno non è stato affatto riposante e le immagini del sogno rimangono persistenti davanti ai suoi occhi ancora appiccicati. La bocca è secca, le labbra tirano. Scende dal letto e raggiunge il lavandino della cucina dove prende a bere direttamente dalla canna. Ingolla avidamente acqua fresca. Se ne riempie infine la bocca e la lascia cadere nel lavabo, poi con le mani se ne butta in quantità sulla faccia fino a che non le sembra di ritrovare una parvenza di risveglio.

Le immagini del sogno sono ancora davanti agli occhi. Il mal di testa continua a martellarle il cervello.

Va alla credenza e tira fuori il barattolo del caffè. Sono gesti automatici che la riportano indietro nel tempo, quando quella era stata la sua casa. Non la casa di campagna di famiglia come lo era prima e come lo è adesso, ma la sua casa. Ci aveva vissuto per tre anni. Estate e inverno, primavera e autunno. Per tre volte aveva visto susseguirsi il ciclo delle stagioni e aveva imparato a conoscere il meraviglioso equilibrio della natura. Aveva anche trovato una pace e un’energia che da allora le sembrano solo un ricordo lontano. Potrebbe dire che in quel periodo anche abbastanza lungo, poteva definirsi felice. una felicità che non era attraversata da picchi altissimi di gioia incontenibile, ma dalla serenità continua che scaturiva da piccole cose o gesti o albe e tramonti da mozzare il fiato.

E poi? Poi era arrivato il cambiamento. Il ritorno alla grande città e la rincorsa del grande amore, quello che non si accontenta della serenità, ma vuole bruciare e ardere. Aveva conosciuto i picchi di felicità che danno alla testa e fanno mancare il fiato e fanno credere che stavolta sarebbe stato per sempre pur sapendo che nulla lo può essere ma illudersi aiuta sempre.

Prepara la macchinetta concentrandosi su ogni singolo gesto per cercare di dimenticare che un dolore le attanaglia la testa come una trivella in cerca di acqua o petrolio. E poi ci sono le immagini del sogno. Forti e persistenti e talmente vive da farle sanguinare il cuore.

Mette la moka sul gas e si siede davanti alla grande portafinestra della sala. Il giardino assolato le rivela che non si è svegliata poi tanto presto. La luce fuori l’acceca, distoglie lo sguardo, ma in realtà vorrebbe distoglierlo da se stessa. Gli ultimi avvenimenti non le hanno dato tregua. E pensare che era solo una stupida questione di lancette.

Non riesce ad aspettare, forse è questo il suo problema. Nemmeno ora, nemmeno per una manciata di minuti prima che la moka prenda a sbuffare. Quasi ci fosse una tarantola sotto la sedia o un topo che gira per la stanza. Torna alla credenza e perde tempo a frugare fra le confezioni di biscotti da inzuppare nel latte. Ce ne è per tutti i gusti. Chiunque passi dalla casa di famiglia lascia il segno. Tarallucci come è abituata la sorella. Savoiardi come piacciono al padre. Fette biscottate da riempire di marmellata di prugne o more o ciliegie come piacciono alla madre. Crumiri per suo marito e biscotti novellini per i suoi figli. C’è anche una confezione di merendine che ne è certa appartengono a suo fratello o meglio alla figlia perché suo fratello la mattina va sempre di corsa, anche in campagna, e si limita a trangugiare in piedi un caffè, mentre la figlia, viene incalzata a bere il prima che può il latte che sennò si fredda mentre in piedi morde una merendina qualsiasi e ha un piede già nel bagno.

La casa di campagna. Che sia vuota le sembra impossibile. Emma e la sua famiglia rumorosa e numerosa e caotica. Emma e le sue radici piantate ben bene nel giardino appena fuori la sala, quello che ora è illuminato dal sole. Si è sempre chiesta a quale albero andasse assomigliando. Non sa darsi una risposta, ma le piacerebbe assomigliare al portamento del noce. Grande e dalla chioma ampia e verde e rigogliosa. Finché non arriva la stagione fredda quando perde tutte le foglie e rallenta le sue funzioni vitali al minimo per poi ripartire a primavera quando spuntano dalle gemme nuove foglioline verdi e nuovi rami e nuovi fiori, lunghi amenti quelli maschili, dal colore verde rossastro.

Il caffè sbuffa nella macchinetta. Emma prende il pacco di novellini e con due passi si allunga a spegnere il gas. Apre lo stipite sopra il lavandino e tira fuori la sua tazza, nascosta dietro ad almeno altre tre. Gesti ritrovati e nuovi allo stesso tempo. Si siede esausta. Sa che la giornata non è cominciata come si aspettava. Mal di testa che spera di affogare nella tazza di caffè amaro e lungo e forte.

Immagini di un sogno ancora troppo reale. È stanca e spossata e si sente terribilmente perdente. Ha sempre creduto che il luogo può fare la differenza e allora si chiede se non abbia scelto il posto sbagliato per riprendersi il suo tempo e le sue stramaledette lancette sempre troppo veloci.

Troppi ricordi le stanno intasando i canali di flusso dell’energia dalla quale cerca di attingere e invece di sentirsi rigenerata, dopo due giorni di isolamento forzato e cercato e agognato si sente ancor peggio di prima, quasi braccata, messa in un angolo senza nessuna via di fuga.

Il solo pensiero la porta a spostare lo sguardo intorno a lei. Si sofferma sulla portafinestra che si affaccia sul giardino e, sul lato opposto, la porta di ingresso. Lo ha sempre fatto. In ogni situazione in cui si è trovata ha sempre cercato una via di fuga. Evitava di ritrovarsi in situazioni e luoghi dai quali non potesse defilarsi, magari da una via secondaria, seppur scomoda e tortuosa.

Anche nei momenti di felicità, di massima felicità che durano quanto il batter d’ali di una farfalla, si immagina la catastrofe peggiore e ipotetiche soluzioni dalle quali rinascere, come un’araba fenice dalle proprie ceneri. E questo bisogno inspiegato di trovare vie di fuga ormai è diventato inscindibile da ogni suo gesto e mossa e fa parte di lei come il respirare. Inspirare e espirare.

Si dimentica di inzuppare i biscotti, ingolla l’ultimo sorso di caffè e si alza. La caffeina sembra darle uno slancio inaspettato. Apre la portafinestra ed esce fuori anche se la luce le fa chiudere gli occhi e un dolore lancinante sembra volerle spaccare il cranio in due. Senza pensarci fa un gesto con la mano, quasi a volerlo cacciare così, con un ultimo grande sforzo di volontà, come se fosse un oggetto indesiderato che gli si para davanti e non un dolore che parte da dentro.

Raggiunge il noce e si lascia cadere a terra e poggia la schiena sul tronco. Come fosse un amico cui cercare conforto in un momento di crisi. Socchiude gli occhi e si abbandona totalmente alle sensazioni. Non importa quanto siano reali o immaginate. Quando si ha bisogno di una via di fuga ciò che conta è trovarla e dove e come e perché non sono poi così importanti.

Immagini di un sogno ancora troppo reale.

Il volto del suo compagno che la saluta con la mano. Un orecchino, un cerchietto d’orato sul suo orecchio sinistro. Lei e i suoi bambini. La sua amica e quello che le unisce e che non unisce e non ha mai unito lei con sua sorella. La famiglia presente e assente con modalità che lei solo in parte ha imparato a conoscere. I figli e il sorriso del grande troppo spesso celato dietro ad uno sguardo da duro e quello solare del piccolo ancora puro e incontaminato, ma per quanto tempo ancora? Quanto ci vorrà prima che venga contagiato da bramosia di possesso e desideri che non portano da nessuna parte perché il cuore ha smesso di comunicare con tutto il resto?

La notte le ha lasciato un senso di vuoto, di perdita incolmabile pur non sapendo bene cosa abbia perso. Cosa sta cercando di elaborare il suo cervello?

Immagini di un sogno ancora troppo reale si sovrappongono ad una realtà che le sembra inafferrabile.

Suo marito la saluta, ma poi nella realtà è lei che se ne va.

La sua migliore amica e sua sorella amiche inseparabili le danno la schiena e confabulano e ridono, ma poi nella realtà è Emma che non risponde al telefono né all’una né all’altra.

I suoi genitori che la guardano in silenzio e i volti contratti da una smorfia di disgusto, ma poi nella realtà estremamente attenti e disponibili e riservati.

La sua casa distrutta forse per colpa di una fuga di gas o di un cortocircuito all’impianto elettrico, ma nella realtà suo marito è impegnato a ristrutturarla nonostante Emma sia in crisi e abbia chiesto un time out da tutto e tutti.

Lentamente le immagini del sogno si perdono e il mal di testa va scemando. Emma apre gli occhi. Forse è merito del caffè e della caffeina, o forse dell’albero di noce e delle radici che si insinuano profonde nel terreno e rompono l’argilla e spaccano le rocce e assorbono l’acqua e il nutrimento e il tutto.

Non ci sono più lancette né orologi da guardare.

Forse è a causa della caduta quel giorno fuori da scuola. Al risveglio si era ritrovata con una borsa di ghiaccio sulla tempia e un senso di apatia nei confronti di tutto ciò che la circondava. Mentre tutti attorno le chiedevano se andasse tutto bene, lei seduta in silenzio sull’asfalto scuro del parcheggio era persa ad osservare un fiore di olmo o quel che ne restava.

In quel momento in barba alla folla che si accalcava intorno per avere un posto in prima fila, in barba anche al figlio piccolo che la osservava in braccio al padre del compagnetto di scuola del grande e perfino in barba alle lancette che correvano troppo veloci, Emma si perdeva in quel piccolo fiore di olmo per molti insignificante e anonimo. Quasi se ne dispiaceva di trovarlo a terra ancora verde e rigoglioso. Si era chiesta da quanto tempo fosse lì, e per quanto ancora ci sarebbe rimasto, prima che il vento lo facesse volare via o una macchina lo schiacciasse con la ruota anteriore.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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5 Commenti

    • grazie Karen

  1. questa "questione di lancette" è diventata una droga... fra poco ne esce fuori un romanzo se continuo così...

  2. e direi... vai con il romanzo!!
    se queste sono le basi, ne verrà fuori un capolavoro!

    • grazie Michela, sono contenta ti piaccia...
      ma per ora credo che Emma si godrà questo senza tempo da rincorrere.
      Poi chi lo sa...


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