Questione di lancette 3

Racconti Mariella Musitano

Emma lascia il grande a scuola cercando di ignorare lo sguardo di rimprovero della bidella fisso su di lei mentre sventola le chiavi che stanno ad indicare che anche oggi è in ritardo. Cerca di tamponare l’ostilità della donna abbozzando un timido sorriso che le si spegne sul nascere quando prende per mano il figlio senza nemmeno darle il tempo di salutarlo con un bacio sulla guancia come tutte le mattine. Lui la guarda titubante e perplesso e muove gli occhi ora su di lei ora sulla bidella. Emma lo invita ad entrare e gli tira un bacio con la mano. Lui prova a replicare ma il tempo stringe e i secondi a loro disposizione pure neanche fosse terminata l’ora d’aria e il figlio dovesse rientrare in cella.

Sconsolata lo lascia al suo destino e a passi veloci torna alla macchina dove il piccolo dorme ignaro abbandonato sul seggiolone. Ringrazia il papà del compagnetto di classe del grande intento a spegnere la sigaretta sul muretto di recinzione della scuola per aver vegliato sul sonno del suo bambino.

Un sorriso, una parola veloce sull’arrivo inaspettato della primavera con il sole e la voglia di togliere maglioni di lana e calze pesanti e scarpe invernali. Ha voglia di chiacchierare, lo avverte dai suoi movimenti rapidi, ma Emma non ha voglia e testa e tempo.

Sgattaiola in macchina. Il lavoro l’attende e lei deve ancora portare il piccolo dai nonni. Si lascia cadere sul sedile esausta e pensierosa. Questa questione di lancette la sta mandando al manicomio. Dallo specchietto retrovisore si perde nel volto rilassato del figlio, le guance abbronzate e tonde e morbide; il nasino grande come un bottone e le piccole labbra distese in un sorriso. Le sembra ieri quando anche il grande era solo un infante e il solo pensiero le fa stringere il cuore. La misura del tempo si è ristretta o comunque l’attimo dura ancora di meno e il momento è già passato. Almeno così le sembra. Senza che se ne accorgerà anche il piccolo sarà un po’ più grande e i ricordi si dissolveranno lasciandone solo frammenti che in parte ricostruirà avvalendosi di fotografie e filmini.

Fa un lungo respiro, il padre del  compagnetto di classe del grande le bussa al finestrino. Lei si gira con aria assente mentre lui le chiede se va tutto bene. Ad Emma manca l’aria. Si chiede se la sua faccia sia tanto sbattuta o se per caso non sia un approccio da parte dell’uomo per attaccare nuovamente discorso dopo che le sue constatazioni sul tempo non sono andate a buon fine.

Infastidita si appresta ad abbandonare il parcheggio della scuola. È l’unico modo che ha per fuggire a pressioni non richieste e celate sotto buone intenzioni. Avrebbe voluto rimanere a folle per tutto il giorno e anche quello dopo e quello dopo ancora. Gira la chiave e mette in moto, abbassa il finestrino e rassicura l’uomo poi salutandolo con la mano esce dal parcheggio sterzando tutto a sinistra. Il cassonetto della spazzatura non le permette di fare un’inversione a U così inserisce la retromarcia e indietreggia di circa un metro.

Il tonfo sordo le dice che la manovra non è andata come avrebbe voluto. Ha tamponato. Si gira verso il piccolo che nonostante tutto continua a dormire mantenendo il sorriso sulle labbra. Rassicurata esce dall’abitacolo e si avvicina all’altra macchina soffermandosi sul punto in cui le due auto si toccano. Ha preso solo il paraurti, e sembra che non ci siano grossi danni. Guarda l’uomo che esce dall’utilitaria e non riesce a fare nulla di più che guardarlo. Le parole non le escono forse perché sono scappate avanti come le lancette dell’orologio di una giornata di primavera dove Emma sta pensando di abbandonare la nave con la scialuppa di salvataggio cercando di mettersi in salvo prima che la tempesta la travolga. Dovrebbe dire qualcosa ma proprio non sa cosa. Guarda le due automobili troppo vicine, cerca di capire come sia possibile tamponare in un parcheggio, si sa che nei parcheggi si fanno manovre. Guarda l’uomo chiedendosi perché non aveva avuto il tempo di aspettare. Una semplice manovra necessaria e legata alla prima, per liberare la strada. Lui è nero di rabbia e il silenzio lo manda ancora di più su tutte le furie. La guarda con disprezzo e se potesse forse la prenderebbe a schiaffi per averle fatto perdere tempo. Anche lui forse insegue le sue lancette.

Emma invece le ha perse. Non sa cosa dovrebbe fare e l’uomo l’attacca verbalmente e la offende e le dà della scema chiedendole o chiedendosi dove avesse la testa per non guardare dallo specchietto retrovisore che è stato inventato a posta. Lei continua a guardarlo ed è sempre più sconcertata. Lo vede infilarsi nell’abitacolo e aprire lo sportello sotto al cruscotto, muoversi concitato per uscirne con il foglio del CID. Lo apre e lo poggia sul cofano della sua auto nera, pulita e lucente come se fosse appena uscita dall’autolavaggio.  Emma gli si avvicina e finalmente proferisce una parola poi due fino a formare una frase.

-          Lei crede di avere ragione?

L’uomo si gira verso di lei e non importa se il tono della voce è tranquillo o se la domanda è ragionevolmente opportuna. Alza le braccia al cielo e guardandosi intorno indica le persone che ci sono e che hanno visto e che sono tutti testimoni e ride isterico e prende nuovamente a darle della scema e a chiederle chi mai ha avuto il coraggio di darle la patente e che sarebbe il caso che lei facesse un nuovo corso al PRA.

-          Non voglio dire che ho ragione, ma forse è concorso di colpa e allora il CID non conviene a nessuno. Magari le macchine non si sono fatte niente.

Le parole escono a fatica. Emma vorrebbe essere da tutt’altra parte magari a passeggiare sulla spiaggia o nel bosco vicino casa dei suoi o semplicemente seduta in giardino sull’amaca a leggere un buon libro o ad oziare dimenticandosi di tutto il resto. Il padre del compagnetto di classe del grande si avvicina. Prova ad andarle in aiuto invitandoli a spostare le macchine. L’uomo non è d’accordo e se lei pensa di avere ragione è pazza da legare e allora prende il telefono e dice che chiama i vigili così ci sarà da ridere. Ad Emma sembra esagerato, la situazione non è così drammatica.

-          Se la fa stare meglio chiamare i vigili lo faccia. Tanto a questo punto è inutile provare ancora a rincorrere le lancette.

L’uomo la guarda con gli occhi di fuori nemmeno avesse detto un’ingiuria. Con fare minaccioso le si avvicina sventolandole il cellulare davanti al viso e urlando talmente forte che Emma non capisce bene cosa stia dicendo e pensando e si chiede se c’è il rischio che lui possa diventare pericoloso per un imprevisto che davvero ancora non le sembra così grave. Fa un passo indietro, ma l’uomo ne fa due verso di lei. Non smette di gridare e della saliva prende a bagnargli le labbra e schizza un po’ ovunque, compreso il volto di Emma.

-          La prego si calmi.

Riesce a dire mentre con la coda dell’occhio controlla se il piccolo ancora dorme. Ma lui non ha voglia di calmarsi e gesticola e tira giù tutti i santi del paradiso e il suo volto va sempre più assomigliando a quello di un cane rabbioso. Emma non riesce a gestire la situazione. Le sembra che qualsiasi cosa dica o non dica sia inappropriata. Vorrebbe chiedere aiuto, cerca con gli occhi quelli del padre del compagnetto di classe del grande che è lì accanto, ma lo vede inadeguato al ruolo che vorrebbe lui assumesse e l’uomo le sta sempre più addosso con i suoi verbi coniugati bene ma sputati su di lei come farebbe un uomo delle caverne. Emma indietreggia ancora di qualche passo, si lascia l’uomo dietro e comincia a cercare il cellulare, forse i vigili sono quello che ci vuole con la loro autorità ed estraneità della situazione, ma le mani prendono a tremarle e la voce acuta dell’uomo le martella la testa. Il respiro le si fa corto. Cerca di concentrarsi sul display del suo cellulare ma non le riesce e le mani tremano sempre più forte, scuotono anche le braccia e il telefonino le scivola dalle mani e cade a terra con un tonfo. Anche Emma sente che sta per scivolare via cerca di raggiungere la sua auto ma le gambe non ascoltano gli input del suo cervello e gli occhi smettono di vedere e lei cade a terra, il volto rivolto verso l’asfalto, il corpo totalmente pervaso da spasmi.

L’uomo smette di urlare e gesticolare e il parcheggio cade in un silenzio innaturale o forse è Emma che in un modo o nell’altro è riuscita a sottrarsi alle sue lancette.

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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