Mi ricordo che aspettavo l’inizio di ogni nuovo periodo con l’entusiasmo di riuscire ancora a distinguerne i colori, ad apprezzarne gli odori.
Me lo ricordo perchè sembrava capitasse anche ai miei colleghi di vita. Le sensazioni si uniformavano e ne appariva una sola che racchiudeva le immagini che cercavo. La necessità primaria era la condivisione anche muta di un umore comune.
La primavera,la prima nevicata occasionale di novembre, il marrone luccicante di fine settembre, le attese vacanze estive, la pizza d’asporto nel buio del parco in qualche sera mite.
La gioia era racchiusa dentro un meccanismo schematico e protettivo. Non c’interessava la libertà, i nostri movimenti contenevano cicli di vite moralmente immortali.
Il tempo, intanto, potenziava i nostri vent’anni.

Quando conobbi Ilaria, erano anche questi tempi indolori. Non si pensava al denaro da accatastare per morirne fieri. Il progetto era realizzabile dentro poche mura e facili impennate notturne. Ilaria non era particolarmente affettuosa e io non cercavo l’abbraccio di conferma, ma solo il ritmo idilliaco che segna l’eterno, che lascia, indelebile, il suo contributo.
Ci eravamo promessi di non invecchiare mai,di tenere e spargere involontariamente un significato gioioso e materialmente futile.

Una mattina a 35 anni, invece, dopo circa 13 anni e mezzo, io mi ero sposato con una ex badante bulgara di 23 anni di nome Claudia, mentre Ilaria alloggiava in un monolocale nel centro di Belgrado, con 2 cani e quadri di suoi amici appesi alle pareti screpolate e stanche.

Quando era successo?
Ieri pomeriggio eravamo assieme a sfregiarci di colori e sorrisi, vicini pur senza contatto.
Forse l’idea, il tentativo di distinguersi aveva avuto la meglio? La smania di evasione aveva logorato, compromesso un patto?
Stavamo bene (ci si raccontava ognuno fra se e se). Ma il lamento, la rabbia di non aver combattuto per l’ideale, che solo ora si mostrava tale,era la disperata spinta che ci faceva svegliare la mattina per vedere se fosse tutto vero. Più ci sentivamo sconfitti e più si tentava di mostrare l’opposto.
Di Ilaria me ne parlava via mail l’amica in comune. Diceva che aveva allungato il passo verso un improbabile tentativo di pace, con la volontà di farsi ricordare sparendo dagli affetti, da me. Aveva imparato anche a fare le crocchette di patate filanti,ma la sera nel letto digrignava i denti. La sera nel letto la verità tornava. Lei la conosceva, e sempre e solo lei poteva continuare a mascherarla e ad imbottirla di artificiali consuetudini.

Io non digrignavo i denti,ero felice quando la mia giovane moglie Claudia usciva con le amiche l’ 8 marzo e quando tornava a Plovdiv a raccontare di me alla sua famiglia. Rimanevo solo e fermo e mi ricordavo di ciò che sapevo fare, di quello che avevo imparato, di ciò che ora chiamavo libertà scortata. Ripetevo certi gesti dentro un tempo impolverato, e il sole tornava. Spalmavo il philadelphia alle erbe sullo scuro pane di segale. Sapevo ancora chi ero ma non m’interessava più dimostrarlo. Quando Claudia tornava l’amavo. Mi spogliava in silenzio. In superficie aveva gli odori del viaggio, degli altri, e io facevo l’amore con tutto quello che aveva visto e toccato. Claudia non lo sapeva, aveva bisogno di credere alla cosa più semplice per concentrarsi sull’orgasmo, mentre io ritardavo il mio pensando all’estinzione delle foche.
Serviva un problema da risolvere per essere attuali. Ilaria, per esempio, economicamente stava molto bene, per quello andò a Belgrado, mi disse l’amica in comune,a far credere il contrario. Ambiva al ricovero d’urgenza in qualche clinica moderna e lussuosa dove non servono la mela cotta, fanno incontri culturali e proiettano i film di Truffaut.

Doveva solo decidere come distruggersi un pochino, cancellare l’errore creato per credere di aver fatto qualcosa e far apparire finalmente il suo volto naturale di cui si era vergognata nei giorni dei sassi e delle manifestazioni contro.
Dopo lo scampato pericolo avrebbe finalmente scelto una spiaggia tropicale senza cani, si sarebbe abbronzata centellinando i movimenti, non avrebbe fatto un cazzo con la scusa che aveva già rischiato la vita. Si sarebbe sentita peggio, ma la bugia cronica l’avrebbe di nuovo salvata.
Io ero povero invece, cioè a confronto di Ilaria,ma speravo che un giorno Claudia si sarebbe messa a fare pompini anche ad altri,a politici dentro le auto blu con vetri anneriti magari. Di nuovo pensavo alle foche per compensare. Claudia aveva sangue caldo e mi sembrava uno spreco potesse venire solo con me. Tentavo di offrire, di “offrirmi” tutte le possibilità che avevo in mente e che mi sembravano eque ma non lecite. I buoni sentimenti invece li tenevo in fresco, li proteggevo, ne ero geloso e pensavo di usarli per apprezzare la solitudine quando i ritmi, inevitabilmente, sarebbero scomparsi.
Il valore del singolo individuo sarebbe tornato ad un passo dalla fine. Ilaria lo sapeva e tentava di fare in fretta.
Mi scrisse da un’isola, quella dei non famosi, 2 anni dopo l’ultimo pompino di Claudia che ora alloggiava in un hotel a 5 stelle come sognavo io. La cartolina era nera, di plastica grossa, senza nessuna altra decorazione, dietro una frase scritta a matita che sfociava in almeno tre diverse interpretazioni: “Ho raggiunto il mio scopo Flavio, non mi sento più in colpa. Quell' incidente poteva capitare anche a me, non verrò a trovarti” Ah già, non ve l’ ho detto, io mi chiamo Flavio, e visto che siete arrivati a questo punto ne approfitto per chiedervi se conoscete qualcuno disposto a dividere la casa con me, il posto lasciato libero da Claudia insomma,perché fra poco è di nuovo primavera e tutti quei colori da solo sono di nuovo troppi per me, e poi la mia sedia a rotelle avrebbe anche bisogno di una revisione.
Quindi: due bagni, vista mare in ogni stagione, uso cantina e niente più fantasia, vado in pensione, mi aggrappo al buon sentimento descritto sopra. Ero già pronto da tempo come vedete, magari purtroppo per te che leggi, magari no per me. Sono comunque libero e sapevo come finiva questa storia. Mi rallegro di non aver avuto la necessità di avvelenarmi troppo per poi apprezzare,ho tenuto intatti i mìei valori, hanno camminato per me e creato nuovi flussi dentro un’illuminante immobilità casuale diventata poi necessaria,grazie anche a loro sono stato, quasi sempre, pronto ad ogni tipo di epilogo.

Bernardino Mattioli
Bernardino Mattioli
°Bernardino Mattioli nasce a Bologna il 21 Dicembre 1972 da fortissime e invidiabili origini del sud marchigiano. °Molti suoi scritti sono pubblicati su antologie post-concorso. °Selezionato per un Festival della poesia a Roma (accademia belle arti, ottobre 2002), dove ha avuto la possibilità di leggere sue poesie davanti a sconosciuti che sembravano ascoltarlo. °Una sua recensione emotiva sul romanzo di Margaret Mazzantini:”Non ti muovere”è pubblicata sulla rivista italo-tedesca “Contrasto”.2004 ° Terzo classificato al premio letterario panchina 2010 sez. poesia. °Un suo racconto è inserito nella raccolta: “Carie” Storie di ordinaria (in)dipendenza, pubblicato da Perrone Lab in collaborazione con Whipart onlus. 2010 °Ha pubblicato il suo primo libro: "Tutto d'un fiato altrimenti si deposita" (raccolta di racconti decorati da poesie introduttive) nell’ottobre 2006. (Pascal editrice) °Il secondo Libro “Testimone di un eccesso” Romanzo Psico-noir, esce nel Luglio 2011. Onirica edizioni. °Crede, più di prima, che scrivere sia un’ ottima alternativa al suicidio. Nel tempo libero conta le pecore e si avvale della facoltà di non rispondere.

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3 Commenti

  1. Bel pezzo, Bernardino, benvenuto su wordshelter!


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