Raccontami della potenza dei verbi, delle parole che si legano e si sporcano il viso, di mani che hanno perso ma non sono mai state sconfitte.

Raccontami dei colori, del bianco, del blu, del viola, dei ricordi che si perdono, ritornano, si affievoliscono.

Raccontami del silenzio, di persone  che cercano, non si arrendono, chiudono gli occhi, li spalancano che c’è sempre qualcosa da vedere nella notte, c’è sempre qualcuno che aspetta.

Raccontami di posti dove nascono pensieri, del tutto che ha una conseguenza, i gesti, i sorrisi, i volti girati, le emozioni non dette.

Raccontami di te, di come hai imparato, hai sbandato, hai capito, hai mescolato.

Raccontami della sottile differenza fra verità, bugia,  persuasione, presunzione e scelta.

Raccontami le proteste, le teste chinate, le mani alzate.

Raccontami della protezione e della difesa.

Raccontami dei conti che non tornano, che se tornano sono sbagliati, che se vuoi li puoi fare soprattutto con me.

Raccontami quello che hai visto anche quando non c’ero, ma c’ero perché c’eri tu e sei andato e  ritornato.

Raccontami di come mi allontani, mi avvicini, ti siedi accanto, che se ti stringo troppo forte svanisci e rimane sabbia tra le mani.

Raccontami dell’ispirazione, della concentrazione, della volontà e del coraggio.

Raccontami di tutto l’amore che potevo, delle cose non dette e anche se dette le ho dette male.

Raccontami della pazienza, del giocare, del sorriso che scoppia all’improvviso, del guardarsi attraverso le vetrine, delle giornate di maggio e di ottobre.

Raccontami delle fotografie in cui non guardo mai, e non guardi neanche tu, del fermo immagine di una panchina vuota da riempire con noi, perché bisogna sempre riempire i ricordi o i desideri.

Raccontami delle radici profonde che non gelano, di quello che possiamo essere, di come l’ho visto chiaro infondo al cuore, di come lo so e lo sai anche tu. Non puoi non saperlo. Puoi dimenticarlo ma lo sai.

Raccontami delle attese che diventano pretese che diventano pugni chiusi e poi parole zittite da un silenzio sciocco.
Raccontami della solitudine che non è vero che non è una buona cosa, del mondo a parte, del mondo dall’altra parte, dove vivo io , al di la dei tuoi pensieri.

Raccontami di come si rinuncia al naturale, all’indispensabile, e di come lo si cerca ogni giorno. Comunque. Come se fosse normale.

Raccontami di come dimentichi, della gioia, della fantasia, del cesto dei giochi, dell’impotenza nel sapermi fermare e nel saper fermare te.

Raccontami delle scelte, delle colpe, delle dipendenze, delle libertà che si nascondono come tutto il resto.

Raccontami delle notti infinite, delle stelle, dei pensieri che possono diventare tormento e si cambiano in un cafè per rinascere respiro.

Raccontami delle volte che non mi hai voluto e della beffa nel venirmi a cercare per bisogno, per grazia.

Raccontami delle cose che non conosco, di come le immagini, di come le disegni.

Raccontami della voce di una madre, dei giorni di primavera, di come la speranza e l’illusione camminino sul filo del confine e non è facile distinguerle.

Raccontami dei lividi che hai e che non riesco a vedere, e che ti ho fatto io, e che non vanno più via, e che non so far guarire.

Raccontami del frigorifero aperto, della ricerca di qualcosa, di una tenda che si muove con il vento, della lucentezza di un’idea.

Raccontami delle parole inventate, dei pennarelli regalati, delle opportunità che non ho avuto mai.

Raccontami del tempo donato, perso, investito, schiacciato contro un muro.

Raccontami della pioggia che è scesa, delle corse che hai fatto, delle volte che mi hai pensato.

Raccontami di quando non ho creduto, di quanto avrei voluto, di come ho provato.

Raccontami delle volte in cui non sono riuscita, di quando non ho capito, di come ho lasciato andare, di come ho sperato per te, pregato per te, chiesto te.

Raccontami della volta che sono andata via, di come guardavo i miei passi, di come li ho ripercorsi come briciole di pane.

Raccontami delle attese emozionanti, del primo giorno di scuola, del respiro a pieni polmoni, della gioia della gentilezza.

Raccontami tutto l’amore che puoi, come puoi, spalancando gli occhi di notte, nella solitudine, nella gioia, nel vento secco di certe nuvole, comincia dal come stai, comincia dal dove sei.

Vieni qui. Siediti qui. Ti prego.

Raccontami.

 

 

elllerre

Sono fatta di farina e del profumo delle arance, di un milione di parole lasciate al sole e di nuvole calpestate.
Sono fatta di pugni chiusi e di strade strette e in salita.
Sono fatta di un fiume di città, di vento e di sorrisi aperti.
Sono fatta di pensieri.
Sono fatta di pancia.

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2 Commenti

  1. Bello. Ci si racconta sempre partendo dal "come stai", "dove sei"...
    Raccontare è sempre un po' svelare sè stessi, arrivare al fatidico "chi sei?", che poi è la domanda essenziale. Ciao


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