Era la continua necessità di distrarsi che diventava giorno dopo giorno più patologica, perché non costituiva la soluzione, ma un modo per sviare l’attenzione da una cura che non si trovava.

Qual’era il nostro dolore? Avevamo un reale motivo di sofferenza? Non lo sapevamo, e nell’assoluta incapacità di spiegarci perché nonostante l’assenza di cause apparenti, ci sentivamo a metà, ci comportavamo come bambini spensierati. Uno solo era lo scopo: tentare di deviare la nostra stessa attenzione dalla messa a fuoco. A volte si aveva l’impressione di dover necessariamente scegliere tra una vita ai margini e una ordinaria, e si rimandava sistematicamente la decisione, ma al contempo oscillando pericolosamente tra le due condizioni.

Il risultato inesorabile era quello di rimanere intrappolati in una terza condizione: quella di un limbo malato che dava però il vantaggio della non identificazione in una categoria. Che dava l’enorme limite di una non identificazione in una categoria. Condizione che generava il tremendo presentimento che la giusta punizione da pagare per la non scelta, fosse la solitudine. La solitudine che deriva dalla consapevolezza. Probabilmente una consapevolezza deleteria, anzi, certamente doveva esserlo.

Chiunque compia una scelta lo fa perché in qualche modo e in diversa misura, sta credendo in qualcosa, o almeno si crea l’illusione di farlo. Per quanto razionale possa sembrare, una scelta, ha sempre, più in fondo di quanto si possa intravedere, motivazioni mosse da sentimenti, da fantasie, da pulsioni, da aspettative.

Noi invece non sceglievamo, e nonostante in ciò ci sentissimo profondamente slegati dalla concretezza , eravamo, invece, spietati calcolatori. Eravamo disillusi. Vantavamo tra le righe eccentrici sentimenti senza sapere se realmente li avessimo mai conosciuti. Sapevamo in realtà, che stavamo partecipando alla nostra gara camminando anziché correndo, perché al traguardo non eravamo capaci di scorgere un valido premio.

Eravamo però ben attenti a non svelarcela, questa verità.

Solo in seguito capii che le scelte comportano coraggio, ma che il coraggio non sta troppo nell’atto in sé di scegliere, bensì nella percentuale di rischio d’insuccesso. Nell’eventualità di avere creduto, d’aver investito in qualcosa che non esiste o che non fosse ciò che pensavamo essere. Correre il rischio, oddio, di una figuraccia con sé stessi.

Non ne eravamo capaci. La nostra superbia non lo permetteva.

Passeggiavo mento basso, suole scricchiolanti e pensavo: lunga vita ai coraggiosi, a quelli che sognano senza saperlo.

Manuela Catania

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5 Commenti

  1. molto, molto bella!
    🙂

  2. Una vita ai margini o una ordinaria? O il limbo della "non scelta? La consapevolezza ci rende comunque migliori.
    Gli spunti sono intriganti, spero di ri-leggerti presto...

    • Sono d'accordo, ma a volte il fatto di essere "migliori"non ci basta...grazie per il tempo dedicato!

      A presto


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