Passò Novembre e arrivò Dicembre, i giorni di pioggia erano sempre più frequenti e quando pioveva Pierre passava i pomeriggi a guardare la panchina vuota, dove, la ragazza dai lunghi capelli non arrivava, lei andava soltanto quando c’era un po’ di sole naturalmente e lui iniziò ad odiare la pioggia più di quanto avesse mai fatto. Le giornate scorrevano una uguale all’altra. Pierre non aveva il coraggio di scendere a parlarle, o anche solo di farsi vedere. Continuava a stare in aspettativa, assente dal lavoro, faceva le stesse cose ogni giorno rispettando il rito della finestra nei giorni di sole per guardare lei e nei giorni di pioggia ad osservare la panchina vuota. Ogni tanto scambiava due chiacchiere con Jean sotto casa, a volte dava ripetizioni alla piccola Cleo, di tanto in tanto qualche conoscente lo fermava per chiedergli uno dei suoi preziosi consigli, ma tra le due e le cinque nessuno poteva disturbarlo; quello era un orario sacro per lui. Diceva alla signora Debussy che a quell’ora riposava sempre, visto che soffriva d’insonnia la notte. Non poteva certo dirle che stava alla finestra a spiare una sconosciuta. La signora Debussy continuava a preparare dolci, biscotti e leccornie varie che sempre aveva la premura di portare anche a Pierre, e, la donna con cui lui aveva fatto l’amore immaginando Clarissa non si fece più vedere né sentire.

 

Clarissa continuava a lavorare nella caffetteria al Trocadéro ed era ancora ospite dell’anziana coppia che passava l’inverno più in viaggio che a casa. Continuava ad andare a Montmartre e aveva finito di leggere altri due libri, continuava a sognare una casa tutta sua a Parigi, un negozio, una nuova vita. Era diventata amica di Claire. Scoprì che anche lei aveva avuto gli stessi problemi con il signor Boris, e spesso la sera, quando anche Claire finiva di lavorare, si vedevano per fare una passeggiata o cenare assieme, ma non aveva altri amici. È complicato fare amicizie in un paese straniero, quando si è una semplice cameriera e si ha difficoltà a fidarsi della gente, questo si ripeteva Clarissa ogni qualvolta si rendeva conto di essere sola in una città lontana da casa sua. Una sera era uscita con un ragazzo francese, un cliente del locale dove lavorava, sembrava per bene ed era molto carino, Clarissa aveva pensato che forse aveva bisogno di distrarsi un po’, anche se non credeva più all’amore era pur sempre una ragazza nel fiore degli anni e non aveva di certo raggiunto la pace dei sensi.

Così lui l’aveva portata al cinema, dove lei non aveva capito una sola parola del film e poi l’aveva invitata a salire a casa sua. Clarissa sentiva tanto il bisogno di un po’ di calore umano, di essere abbracciata, baciata e coccolata. Lui le aveva offerto un bicchiere di whisky che lei aveva bevuto tutto d’un fiato, era agitata e aveva capito benissimo che sarebbero finiti a letto insieme, così aveva bevuto per perdere qualche freno inibitorio. Senza alcuna grazia né romanticismo lui iniziò a baciarla infilandole la lingua in bocca in un modo quasi fastidioso, poi subito una mano nel reggiseno e l’altra nelle mutande. Clarissa capì subito che non aveva nulla a che spartire con quel ragazzo ma lo lasciò fare. Aveva bisogno di lasciarsi andare e così fece, la eccitava anche il fatto che lui non le piacesse poi così tanto, fisicamente era molto bello, ma di certo non c’erano affinità elettive fra loro. Lui continuava a toccarla e lei finalmente ebbe un orgasmo, dopo il quale avrebbe voluto alzarsi e fuggire di lì, ma ora toccava a lui, il ragazzo le prese la testa portandosela al bacino ma lei si ritrasse, allora lui senza insistere troppo le sfilò le mutandine e capì che forse lei preferiva fare l’amore in modo tradizionale. Lui cercava di baciarla ma lei girava la faccia dall’altra parte aspettando che lui finisse, e sperando si sbrigasse, tutto durò pochi minuti, lei in fondo aveva avuto già quello che voleva. Appena lui ebbe finito Clarissa gli ricordò che la mattina seguente doveva alzarsi presto per andare al lavoro, si rivestì e lo salutò incamminandosi a piedi verso casa. Anche lui abitava al Trocadéro quindi avrebbe dovuto camminare soltanto per una decina di minuti. Era notte fonda e faceva un freddo cane, Clarissa si stringeva nel cappotto accelerando il passo, le strade erano deserte e aveva anche un po’ paura. Se fosse stato un gentiluomo si sarebbe almeno offerto di accompagnarmi a casa… Aveva pensato mentre camminava. Finalmente il suo palazzo. Tre piani con l’ascensore e poi fu al caldo in casa. Si fece una doccia veloce e bollente e poi subito a letto, dove pianse, ricordando quanto era diverso fare l’amore piuttosto che dello squallido sesso; ma lo aveva voluto lei, in qualche modo se l’era cercata. Poi non era così tragica, si ripeteva che in fondo aveva solo fatto l’amore con un bel ragazzo dopo tanti mesi che non usciva con nessuno. Lei aveva deciso di chiudere l’amore fuori dalla porta della sua anima, ma era anche vero che ogni volta che provava ad uscire con qualcuno ne era delusa già dopo un paio d’ore, anche se lei lo avesse voluto, nessuno sembrava riuscire a far breccia nel suo cuore.

 

In fretta arrivò anche il Natale, le luci colorate in giro per la città, la folle corsa ai regali della gente, il traffico impazzito, alberi addobbati ovunque. Clarissa odiava il Natale, forse era un odio-amore, in realtà le sarebbe piaciuto passare le feste con la sua famiglia se ne avesse avuta una, avere regali da scartare sotto l’albero e abbastanza soldi per farne alle persone che amava. Certe feste non aiutano chi è solo, fanno avvertire ancora di più quel senso di vuoto che li accompagna ogni giorno. Lei era lontana da casa, i suoi nonni erano morti ed erano stati loro ad averla cresciuta. Sua madre viveva rinchiusa in una casa di cura per malattie mentali e quando l’andava a trovare neppure la riconosceva, il padre non sapeva nemmeno chi fosse. Ma i suoi nonni non le avevano mai fatto mancare nulla, né amore, né un tetto, né nulla di cui potesse aver bisogno una ragazza come lei, nonostante avessero dovuto fare dei sacrifici per questo.

 

Pierre aveva avuto una famiglia normale, ma il padre era morto d’infarto una decina d’anni prima e sua madre lo avevo seguito dopo un paio d’anni. Alcuni suoi parenti vivevano in Italia e lui quasi non li conosceva, degli zii francesi gli era rimasta la casa a Montmartre; anche lui era solo, ma lui non si preoccupava troppo del Natale, semplicemente fingeva non esistesse. Quell’anno però ne era preoccupato. Si chiedeva se la ragazza dai lunghi capelli con l’imminente arrivo delle feste non fosse tornata in Italia per stare con la sua famiglia. In ogni caso era sicuro che non l’avrebbe vista in quel periodo, il freddo di quei giorni non aiutava certo la lettura seduti su una panchina, sarebbe morta congelata. Nell’ultima settimana l’aveva vista solo il martedì, quel giorno aveva fatto un po’ più caldo del solito, era uscito finalmente il sole e la vide passeggiare nella piazza in compagnia di una ragazza di colore, ma non si fermò a leggere. Le vide sedute sulla panchina con un bicchiere di caffè fumante a ridere e scherzare. Vide anche dei ragazzi che si erano fermati a parlare con loro, la ragazza di colore aveva dato più confidenza agli sconosciuti rispetto alla sua ragazza dai lunghi capelli, che invece, sembrava fissare la sua finestra e questo lo aveva rallegrato.

Il giorno di Natale contrariamente alle sue aspettative la vide verso le dieci di sera, di corsa con un colbacco in testa, sciarpa e guanti, nessun libro con sé, si mise seduta sulla panchina. Lui si era affacciato casualmente, in realtà aveva sperato tutto il giorno di vederla arrivare, c’era poca gente nella piazza, troppo freddo e poi… Era il giorno di Natale. La vide piangere e gli si strinse il cuore, aveva perfino comprato un regalo per lei, una di quelle sfere trasparenti che se le giri poi scende la neve, l’aveva comprata perché dentro c’era una ragazza con i capelli lunghi e le braccia tese verso cielo che le somigliava. Pierre corse verso la porta di casa con il regalo in mano. Posò la mano sulla maniglia della porta e si fermò. Serrò le palpebre e poggiò la fronte sulla porta di casa. Sentiva di non riuscire ad aprirla, non aveva il coraggio di andare da lei. Si ripeteva che non aveva alcun senso farlo. Rimase così sbattendo quasi la testa sulla porta e stringendo i pugni per alcuni minuti dopo aver lasciato cadere il regalo, quando tornò alla finestra lei se n’era andata.

Era buio, faceva freddo, lei era da sola in giro per la città la notte di Natale, ma in fondo era solo un’estranea.

La piccola sfera trasparente con la neve si era staccata dalla sua base e Lucifero iniziò a farla rotolare per la stanza.

 

Passarono lentamente le feste e lei non andò più a Montmartre per parecchio tempo. Pierre finì di scrivere un altro libro di favole durante le lunghe notti insonni. A volte la mattina quando si addormentava sognava la ragazza dai lunghi capelli seduta ancora sulla panchina. Ricevette una telefonata dalla scuola, volevano sapere se era pronto per rientrare al lavoro. Con sua stessa sorpresa rispose di sì; dopo una settimana riprese ad insegnare in un altro istituto. Avrebbe ricominciato con nuovi allievi. Per lui fu più semplice non dover affrontare i ricordi dell’episodio che lo aveva allontanato per tutto quel tempo dal lavoro.

 

Clarissa aveva passato le feste pregando che finissero in fretta, il giorno di Natale era andata a Montmartre perché di tutta Parigi quello era l’unico posto in cui si sentiva a casa, ma faceva troppo freddo per passare il tempo a leggere su una panchina, a volte le capitava di pensare allo sguardo di quello sconosciuto che aveva incontrato dentro alla chiesa del Sacro Cuore, le veniva da pensare che quello fosse l’unico sguardo vero e condiviso che si fosse scambiata con qualcuno nell’ultimo anno, poi scacciava il pensiero, tanto sicuramente non lo avrebbe rivisto mai più. Continuava a lavorare la mattina e, siccome Claire si era licenziata e Boris faticava a trovare una sostituta che resistesse più di tre giorni, spesso faceva doppi turni. La sua unica amica era tornata in Marocco dove suo padre si era improvvisamente ammalato.

L’ultimo dell’anno naturalmente i padroni di casa erano in vacanza. Clarissa, sola in quel grande appartamento, seduta al tavolo della cucina con una bottiglia di champagne brindava in solitudine.

I ricordi dentro il petto spingevano come fossero una porta che cercava di aprirsi facendole male; si trovò a pensare che era di nuovo sola, e chiunque provasse ad avvicinarla non riusciva a guadagnarsi la sua fiducia. Pensava che la vita non fosse stata generosa con lei, aveva sofferto per la malattia di sua madre, per l’assenza di un padre, per l’abbandono del fidanzato, per il fallimento della sua attività. In Italia poi la situazione era diventata invivibile. Con uno stipendio non ci si riusciva a pagare neppure l’affitto di un appartamento. I suoi nonni, che vivevano di pensione, negli anni antecedenti la loro dipartita, avevano venduto la casa come nuda proprietà, per pagare l’università a lei e questo la faceva sentire terribilmente in colpa, visto che per il momento era servito solo a farle trovare un posto da cameriera.

Ma almeno a Parigi si riusciva a vivere decentemente, pensava, anche con uno stipendio da cameriera, avrebbe potuto permettersi di pagare un affitto se non fosse stata ospitata, solo che in questo modo oltre che a vivere riusciva anche a mettere da parte qualcosa per il futuro. È vero anche, che se avesse voluto rimanere in Italia un modo per sopravvivere lo avrebbe trovato probabilmente, ma lei era voluta andare via e lo aveva fatto.

Ma i ricordi più dolorosi erano quelli di quando si illudeva di essere felice, di non sentirsi sola, che tutto fosse possibile. Riempiva il bicchiere e mandava giù altro champagne per cercare di fermarli ma come delle diapositive sparate nel cervello continuavano a tormentarla. Scene di lei abbracciata a quell’uomo che le aveva fatto tante false promesse, gli occhi dolci di sua nonna quando la mattina le faceva trovare il caffellatte caldo sul tavolo, il sorriso del nonno quando si era diplomata a pieni voti, colma di grandi sogni e grandi speranze. L’immagine della sua migliore amica e di quando si era presentata a casa sua con quel meraviglioso regalo, avevano passato la notte a ridere talmente tanto che le aveva fatto male la pancia.

La felicità è una tortura, ti massacra quando la ricordi soltanto e sai che è finita. Si pensa perfino che sarebbe stato meglio non averla mai avuta, quell’illusione, almeno non si potrebbero fare paragoni e l’amaro disincanto non sarebbe più disincanto, ma solo accettazione di un evidente stato di cose, pensava. Clarissa si alzò dalla sedia quasi adirata, prese la bottiglia e la svuotò nel lavello, non voleva finire per ubriacarsi, non era quella la soluzione e oltretutto non le piaceva nemmeno bere. La vita era così e basta, bisognava farsene una ragione.

 

Passò anche Gennaio. Talvolta Pierre rientrava dal lavoro verso le due e si fermava sulla panchina della ragazza dai lunghi capelli a fumare la sua pipa, solo che lei non c’era.

Arrivò Febbraio e Pierre una sera si trovò a scarabocchiare fogli di carta invece che correggere i compiti dei suoi alunni, cercava di disegnare il volto della ragazza dai lunghi capelli ma non ci riusciva, stava dimenticando il suo viso e non voleva che questo accadesse. Si convinse di non stare bene e di essersi attaccato morbosamente a quell’immagine perché era l’unica cosa a cui potesse aggrapparsi. La mattina seguente non si presentò a scuola, alle dieci telefonò e si mise nuovamente in malattia, il suo medico gli fece un certificato in cui si leggeva: sindrome depressiva.

Dopo due giorni, in una giornata leggermente più calda, Lucifero salì sul davanzale della finestra e iniziò a miagolare, Pierre guardava il telegiornale si alzò dal divano per prenderlo in braccio e la vide, lei era tornata. Era sulla panchina, e leggeva un libro di Pavese.

(brano estratto da 'L'ebbrezza del disincanto' di Karen Lojelo edizioni cut up 2012)


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Karen Lojelo
Karen Lojelo
Sono nata a Roma il 25 giugno del 1976 dove ho studiato, vissuto e lavorato fino al luglio del 2007, poi ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo: “L’amore che non c’è” poi è stato il tempo di "Binario 8" una raccolta di poesie (che scrivo da sempre). Appena uscito il mio nuovo romanzo 'L'ebbrezza del disincanto' e a breve un'antologia di racconti curata da me Mariella Musitano e Sara Marucci. Nel 2013 è andato in scena il primo spettacolo teatrale scritto da me 'Riflessi' e attualmente sono impegnata nell'ultimazione di un nuovo romanzo. Chi sono io? Bella domanda…: "io sogno cose che non sono mai esistite e dico: «Perché no?». George Bernard Shaw

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