Il sacerdote delle ossa

Racconti Giovanni Pinsone

 

 

Sestio Quadro era furente, si avvicinò con calma e la spada in pugno, pronto ad uccidere. I due bastardi capirono troppo tardi quali erano le sue intenzioni e prima che riuscissero a reagire, Sestio con un rapido fendente squarciò la gola del primo soldato e subito dopo, trafisse il cuore del secondo prima che questo potesse estrarre il suo gladio. Il soldato si accasciò all'istante, senza dire nulla, con la spada che lo trapassava da parte a parte, mentre il primo giaceva già in terra scalciando inutilmente, con le mani avvolte intorno alla gola recisa, esalando i suoi ultimi rantoli di vita, prima di raggiungere per sempre i campi elisi. Il terreno tutto attorno era intriso del suo sangue e poco più in la buttata in terra stava, impietrita dal terrore la ragazza, sporca di fango e seminuda. Sembrava una dea, il suo corpo perfetto e armonioso, gli ricordava una leggendaria amazzone. C’era molta fierezza nel suo sguardo, e c’era anche molta rabbia, anche verso di lui, che continuava ad essere per lei un nemico, un Romano.

Sestio inguainò la sua spada e gli fece un gesto, per fargli capire che con lui ora era al sicuro. Lei si alzò lentamente con gli occhi sbarrati e il fiato corto e ansimante e fuggì via, sparendo tra gli alberi come un cerbiatto braccato. Era amareggiato, aveva fatto ciò che era giusto, ma aveva ucciso due dei suoi uomini.

Non c’era nessun onore di soldato in quello che quei miserabili stavano facendo, in quello che tutta la legione, che ormai come impazzita e fuori controllo stava infliggendo al nemico ormai sconfitto. Gli istinti peggiori dei soldati, avevano preso il sopravvento sulla loro ferrea disciplina, messa tra l’altro a dura prova durante quei lunghi mesi di feroci combattimenti contro un nemico formidabile, impavido che lottava per la sua libertà e la sua sopravvivenza .

Lui non combatteva per il saccheggio, la rapina, non combatteva per avere schiavi o uccidere gente inerme, lui combatteva perché era un soldato di Roma, combatteva per la gloria della sua civiltà, per la sua famiglia, per il suo onore e per i suoi avi .

Era un valoroso ed era stato da poco nominato primo centurione della prima coorte della XXII legione Primigenia, in stanza nelle selvagge terre germaniche..........

….....Sestio, ancora aveva nitido il ricordo della grande ultima battaglia che si era svolta il mese precedente.

Lo schieramento nemico era immenso, e superava di numero le sei legioni romane, di almeno quattro volte, era un intero popolo in guerra.

Possenti guerrieri, dai lunghi capelli, chiamati Alamanni robusti come tori e feroci come leoni, armati da lunghe spade lance o asce bipenne, con cotte di maglia e pelli erano li, assetati di sangue e affamati di vendetta, sembravano demoni e incutevano un profondo rispetto. Infatti adesso non combattevano più per razziare e distruggere le lontane provincie imperiali, ma lottavano per la loro stessa sopravvivenza.Il loro schieramento era caotico, poco ordinato ma comunque massiccio e molto ampio.

Per questo motivo i legati delle legioni, fecero disporre otto file di uomini per una lunghezza di quattro miglia e dietro e sui lati, collocarono arcieri, scorpiones, balliste e due intere legioni di riserva, disposte a quadrati di centurie distanti tra loro per poter coprire l’intero schieramento per tutta la sua lunghezza, armati più leggeri e con gli scudi ovali dal bordo in metallo, affilatissimo, detti dai soldati “taglia gole”.

In quel modo, potevano intervenire, ovunque nello schieramento, se ne avesse avuto bisogno o per ingaggiare iniziative di contro attacco sul nemico in caso di ritirata o incertezza, cosa in fondo molto plausibile, data la loro scarsa disciplina e organizzazione militare.

La cavalleria ausiliaria germanica e quella romana, erano collocate sul lato destro del nemico in attesa di infliggere alla prima occasione un attacco massiccio di sfondamento per poter penetrare il più a fondo possibile nelle file nemiche.

Numerose balliste erano disposte nelle retrovie, pronte a lanciare enormi otri di pece incendiata sul nemico.

Avrebbero fatto molto bene il loro lavoro e al momento giusto, avrebbero creato ampi buchi di fuoco, morte e caos dentro la formazione nemica.

Dietro la fanteria erano disposti anche molti scorpiones, micidiali armi da guerra che potevano lanciare a lunga distanza, enormi dardi di ferro, lunghi due metri circa, con la capacità di trafiggere da parte a parte fino a dieci uomini, prima di arrestarsi del tutto.

Tutto era pronto, si era ormai giunti, dopo mesi di estenuante guerriglia, pagata con un prezzo altissimo in vite umane, alla resa dei conti, all’epilogo della campagna militare che avrebbe rimesso finalmente, la pax in quella provincia ai confini nord orientali dell'impero devastata da tempo da saccheggi, uccisioni e razzie............

….... Le legioni furono fatte preparare per la battaglia, quando era ancora notte, in silenzio, per non dare nessun tipo di vantaggio al nemico, tutto era stato stabilito nei minimi dettagli, nulla sarebbe stato lasciato al caso, la posta in gioco era troppo alta. Al primo albeggiare, i barbari di guardia, videro con sorpresa il possente esercito romano già in completo assetto, a poca distanza dal loro accampamento, che avanzava a passo ritmato verso di loro.

Si creò un grandissimo caos, guerrieri che urlavano ed inveivano contro le legioni in marcia ed intanto alla spicciola, cominciarono a radunarsi fuori del loro campo, per dare battaglia.

Nonostante quel caotico rumore , fatto di grida, imprecazioni, bambini che piangevano e cani che abbaiavano, nel campo Alamanno si sentiva sempre più nitidamente il rumore cadenzato dei passi dei legionari che imprimevano con le loro calighe sul terreno unito al forte e cupo boato delle spade che battevano di piatto ritmicamente sui loro grandi scudi.

Ad un certo punto, ci fu tra lo schieramento romano un improvviso e inquietante silenzio, infatti ad un suono specifico delle trombe, i soldati si erano fermati tutti ad unisono.

Stavano aspettando, come stabilito che tutti i guerrieri barbari uscissero dal campo.

In questo modo avrebbero potuto eliminarli tutti in un solo ed unico scontro, evitando un lungo e dispendioso assedio del loro accampamento.

Dopo poco, tutti i guerrieri erano usciti allo scoperto, ma nonostante il grande rumore e dimostrazioni virili che facevano, esitavano ad attaccare.

I romani preferivano far prendere l'iniziativa al nemico in questo modo, quando sarebbero giunti al contatto fisico, le file dei legionari sarebbero state ferme e compatte, mentre i barbari sarebbero arrivati con il fiato corto, scompigliati e già con molto sangue versato a causa di tutte le armi a lunga media e corta gittata che i romani possedevano.

Per stuzzicare il nemico ed invitarlo ad attaccare, gli arcieri siriani in ausilio alle legioni, iniziarono un lancio di frecce verso il nemico, infatti i loro archi a doppia curvatura, raggiungevano una distanza maggiore, rispetto a qualunque altro normale arco.

Innervositi da questa modesta ma letale ed umiliante pioggia di frecce, le retrovie dell'orda cominciarono a spingere le linee più avanti, finché, improvvisamente, quella caotica massa di armi e uomini cominciò ad avanzare furiosa. Ad osservarli sembravano come uno sciame di cavallette.

Era proprio quello che i generali romani stavano attendendo.

AL suono delle trombe, i stendardi delle varie coorti segnalarono ai ballisti di iniziare a caricare le catapulte e gli scorpiones.

Subito dopo iniziò la prima mattanza, dove otri piene di pece fiammeggiante, cadevano come comete di fuoco sui sventurati nemici e oltre a creare devastazione e morte, creavano ancora di più scompiglio e caos, poi arrivarono i micidiali dardi dei scorpiones, che con i loro pesanti dardi, infilzavano anche tre o quattro nemici alla volta e subito dopo gli arcieri siriani e romani, riempirono il cielo di frecce, che cadevano come una pioggia che portava morte e sofferenza tra i barbari, sempre più furiosi, ma anche sempre più stanchi e confusi.

Poi arrivarono i frombolieri, che lanciarono aguzze e pesanti pietre tra le file nemiche, ed infine, poco prima dell'impatto tra i due schieramenti, i centurioni ordinarono ai legionari di lanciare i loro pilum.

A quel punto caddero migliaia di nemici, i quali con i loro corpi, rendevano l'avanzata dei loro compagni sempre più difficile e faticosa, chi non fu ucciso, rimase o ferito o costretto ad abbandonare il proprio scudo, reso ormai inutilizzabile dal penante pilum, che dopo averlo trafitto, si era piegato intorno ad esso.

L'impatto fu comunque molto pesante per le ordinate file romane, ed in alcune parti lo schieramento vacillò e fu indispensabile l'intervento delle coorti di riserva predisposte proprie per queste situazioni.

Il cambio continuo della prima linea tra i romani, con soldati sempre freschi, ebbe quasi subito la meglio su i feriti, confusi e stanchi barbari e prima alcuni e poi via via sempre di più, cominciavano a fuggire via.

Questo fu il loro peggiore errore, infatti le prime linee, che disordinatamente tornavano indietro verso il loro campo, si andava scontrando con le retrovie, che ancora non avevano partecipato allo scontro, e ansiose di combattere, creando un micidiale gorgo di uomini.

A quel punto la cavalleria romana e germanica, attaccarono il fianco destro, con una formazione a cuneo che penetrò in profondità, mentre la fanteria leggera romana, contro attaccava, uscendo dalle linee della fanteria pesante, che aveva partecipato al primo scontro.

Fu una vera carneficina, alla fine si contarono oltre novantamila morti tra i barbari e soltanto alcune centinaia tra i romani.

Poi fu attaccato il campo, mentre molti barbari fuggivano via, tentando di oltrepassate il limes, che in quell'angolo dell'impero, coincideva con il grande fiume Reno, in un caos umano fatto di donne terrorizzate con i loro figli, soldati feriti e vecchi.

Molti furono uccisi, ma molti di più furono presi vivi e fatti schiavi, i soldati avrebbero fatto ottimi affari nella vendita di tanti sventurati, alcune donne uccisero i loro figli e poi si uccisero a loro volta per non cadere prigioniere dei loro nemici. In pochi riuscirono a fuggire oltre il limes romano per fare ritorno alle loro terre.

Sestio Quadro lo ricordava bene quel giorno, nonostante la sua lunga carriera militare, non aveva mai visto tanti morti, tanta disperazione tante atrocità, gratuite fatte dai suoi uomini .

Si chiedeva dove iniziava la barbarie, che Roma tanto disprezzava e finiva la civiltà e vedendo quello che stavano facendo dentro l'accampamento, adesso non ne era più tanto sicuro.

Era questa la pax romana?

Aveva ucciso due dei suoi uomini per salvare una ragazza indifesa, stava impazzendo o era nel giusto?

Quel acre odore ci sangue, viscere, escrementi sudore e paura, gli era rimaste impresse, nonostante fossero adesso passati nove mesi dal quel giorno, ci stava pensando anche adesso, che stavo con una centuria dei suoi uomini in perlustrazione oltre il limes.

Questi erano gli ordini dell'imperatore, andare oltre i confini, in profondità e ripulire la zona dai tutti i barbari che avessero incontrato.

Così, furono incendiati villaggi e raccolti, ucciso altre persone e catturato nuovi schiavi, di importanza vitale per il ricco e grasso impero.

Sestio si chiedeva a cosa sarebbe servito tutto questo, se non a creare ulteriore povertà ed odio, che erano i peggiori nemici di Roma, convinto che alla fine l'odio, ma sopratutto la povertà, riescono a vincere sempre su tutti e su tutto.

Improvvisamente la sua mente tornò bruscamente alla realtà.

Una veloce freccia gli passo davanti al suo viso e colpì la gola del soldato in prima linea posto alla sua sinistra.

Gli trapassò la gola da parte a parte e subito dopo una seconda freccia centrò l'addome dell'altro suo compagno.

Neanche il tempo di capire cosa stesse succedendo e le grida dei due legionari colpiti, si persero dietro le urla dei guerrieri Alamanni che uscivano dalla boscaglia posta alla loro destra, con pesanti scuri e lunghe spade.

Si avventarono come lupi affamati contro la colonna romana, la quale quasi subito riusci a serrare le fila e a creare un muro di scudi contro i loro aggressori.

Sestio ordinò di chiudersi a cerchio e di retrocedere lentamente verso una piccola altura, priva di vegetazione che si trovava a circa duecento metri da loro, sulla destra.

A parte le prime perdite subite dall'imboscata iniziale, presto la compatta formazione riusci a respingere i barbari, i quali adesso meno sicuri, erano meno incisivi sui loro attacchi.

Purtroppo Sestio vide due dei suoi soldati, feriti ma ancora vivi, che venivano presi e fatti prigionieri dai feroci Alamanni, sapeva che gli avrebbero torturati e poi sacrificati a qualche loro divinità.

Era il rischio che tutti loro sapevano di correre. Essere uccisi, questa era la regola della guerra e del mondo in cui, loro malgrado, erano costretti a vivere.

Ma le suppliche dei due suoi uomini, che conosceva bene, il giovane Ottavio e il veterano Regolo, che erano come tutti gli altri dei fratelli, non gli permisero di usare la freddezza ed il cinismo che avrebbe dovuto mantenere nel comando, ma non poteva neanche mettere a rischio l'intera centuria per soli 2 uomini.

Così reagì di impulso e disse “Cinque volontari con me, andiamo a riprenderci i nostri fratelli, adesso!!”

Senza neanche voltarsi per vedere chi lo seguisse, sguainò il suo gladio e si lanciò come impazzito verso i suoi nemici.

Lo seguirono in sei ed in pochi secondi, si avventarono sui nove increduli barbari che rimasti indietro con i loro prigionieri, vennero travolti ed uccisi da soldati che sapevano far bene il loro mestiere di assassini.

Tre barbari, più distanti, riuscirono a fuggire e Sestio, ormai preso dagli eventi, senza neanche accorgersene, li seguì, staccandosi dai suoi uomini che stavano prestando i primi soccorsi ai compagni liberati.

Ad un certo punto si rese conto di essere rimasto solo ed esposto, ma non volle tornare indietro, era esausto di quella campagna militare, di tutti quei morti da entrambi gli schieramenti, di tutta quella sofferenza e lanciò con rabbia il suo gladio verso uno dei tre barbari che correva poco avanti a lui.

La spada roteò nell'aria diverse volte e si impiantò con un tonfo secco, alla schiena dell'uomo, che emise un grido soffocato prima di cadere a terra.

Voltandosi per il grido emesso dal loro compagno, gli altri due barbari, si resero conto di essere inseguiti da un solo uomo, si fermarono e con un ghigno truce, si diressero verso Sestio, il quale, non avendo più la sua spada, estrasse il corto pugnale che portava attaccato alla sua cintura.

L'unica speranza che aveva si sopravvivere ai due guerrieri era quella di batterli in velocità e con uno scontro ravvicinato, annullando ed anzi rendendogli svantaggiose le loro lunghe e pesanti armi.

Ne puntò uno, non curandosi dell'altro che si trovava a circa quattro metri di distanza, e quando arrivo a circa un metro dall'uomo, Sestio, rapidamente si gettò in terra, rotolando verso il guerriero e con un colpo secco, gli recise il tendine della gamba destra.

L'uomo urlò dal dolore e cadde pesantemente a terra, con lo squarcio che flottava sangue denso e scuro.

Non pensando a nulla, Sestio si rialzò immediatamente e puntò subito l'altro guerriero che ebbe un attimo di esitazione prima di alzare con entrambe la mani la sua lunga spada, con l'intento di colpire la testa il romano.

Sestio non volle perdersi quella occasione e sapendo che non avrebbe avuto un'altra possibilità, riusci a bloccare a mezz'aria le braccia del suo nemico, prima che riuscisse a mettere a segno il suo micidiale fendente contro di lui, giusto per il tempo di infilargli sotto la gola, all'attaccatura della testa il suo pugnale, che penetrò fino alla colonna vertebrale, recidendola.

Sestio sentì il rumore e la resistenza che le vertebre fecero contro la sua lama, prima di spezzarsi.

Il barbaro cadde indietro all'instante, come un fantoccio di pezza, non era ancora morto, ma non poteva più muoversi e i suoi occhi prima di spegnersi, sputarono contro Sestio tutto l'odio che ancora nei suoi ultimi istanti di vita poteva provare verso di lui.

Sestio rimase ansimante alcuni attimi, immobile a riprendere fiato, l'adrenalina che aveva in corpo, gli creò un tremore alle mani e alla gambe, poi con calma si recò a recuperare il suo gladio infilato alla schiena del suo primo nemico abbattuto.

Improvvisamente sentì un forte dolore alla testa e in un attimo, si fece tutto buio, alcune voci parlavano ormai come in lontananza in un idioma incomprensibile, mentre le orecchie cominciarono a fischiare forte e poi ci fu solo silenzio.

Improvvisamente gli sembrò di annegare, annaspò e scosse la testa, ma si sentiva bloccato e non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo.

Poi tornò in se, con una forte fitta alla testa e si accorse che era legato ad un palo ed una secchiata di acqua gelida, lo aveva fatto rinvenire e le risa dei barbari gli fecero capire cosa gli fosse accaduto.

Ancora confuso, cercò di liberarsi dalle corde che lo tenevano, ma erano legate troppo strette e lui era troppo debole per lottare.

Aprì gli occhi e vide che si trovava in un villaggio, con capanne, carri, bestiame e alcuni uomini, possenti e dalla lunga barba, lo guardavano e lo deridevano, dicendo cose nella loro lingua dura e gutturale.

Poi una voce molto più fine, ma comunque sempre dai toni duri, li azzittì e Sestio vide una donna guerriera, che parlava con gli altri uomini, i quali, da quello che poteva capire vedendo, gli obbedirono, senza obiettare ed in silenzio, si fecero da parte.

Quella donna aveva qualcosa di famigliare per Sestio, ancora non capiva cosa e dova avrebbe mai potuto incontrarla, ed era troppo stordito, debole e con la testa che gli doleva per riuscire a sforzarsi.

Poi la donna si rivolse a lui, in un ottimo latino, anche se l'accento rimaneva da barbaro e gli disse:

Chiedo scusa per il trattamento, impavido guerriero”

Chi sei tu?” disse il romano

Sono la principessa Yorga romano.....non mi riconosci?”

Non lo so, forse si, forse no....dovrei?”

Con uno sguardo tra il divertito ed il gentile, e con una sicurezza data anche dalla situazione, lei si avvicinò al suo volto e gli sussurrò vicino all'orecchio con voce sensuale “Dovresti, romano...dovresti, se sei ancora vivo dipende dal fatto che alcuni mesi fa, seppur per pochi istanti, le nostre vite si sono incontrate........” tacque per alcuni istanti e poi continuò “ Tu mi salvasti la vita e l'onore di capo all'interno del vostro limes....ricordi?”

In un attimo Sestio ricordò tutto, come se folgorato dal dio Marte in persona “Tu.... Tu sei la fanciulla del campo barbaro, quella della scorsa estate....”

Lei chinò il capo, come in segno di riconoscenza “Si sono io, come dicevo prima, sei ancora vivo per questo, prima, quando ti abbiamo catturato, ho osservato come combatti, sei un valoroso..... o un folle!! Ho visto come hai messo in discussione la tua vita per salvare quella dei tuoi soldati, tipico di voi romani...... sei un capo anche tu?”

In un certo senso, sono un capo, sono il primo centurione della prima coorte della XXII legione Primigenia e forse hai ragione tu, io sono un folle....” Sestio disse queste parole, ripensando ai due suoi uomini che aveva ucciso per salvare quella ragazza, che adesso per ironia della sorte, lo teneva prigioniero.

E adesso, cosa farai? Mi sacrificherai a qualche tua oscura divinità?, se devi, fallo subito, te lo chiedo come favore, in fondo tu mi sei debitrice, mi devi la vita”

Lei rise e poi disse “In effetti saresti un ottimo sacrificio al nostro dio della guerra, ma ancora devo decidere cosa fare di te, magari ti faccio mio schiavo, come usate fare voi romani con i vostri prigionieri.....che c'è, non ti piace l'idea? Anche nelle vostre terre si fa così, no? Non sacrificate nelle arene i vostri prigionieri? Non li fate schiavi per tutta la vita?”

Ti prego, uccidimi......” stava per dire Sestio, ma Yorga lo interruppe prontamente e disse “Per adesso verrai trattato solo da prigioniero, e con il massimo rispetto che noi umile gente di queste terre possiamo concederti, verrai alloggiato in una capanna, potrai girare liberamente nel villaggio, ma non potrai impugnare mai nessuna arma, non potrai uscire dal confine che delimita le nostre abitazioni, non dovrai offendere nessuno, non dovrai toccare le nostre donne e non potrai rivolgere la parola ai guerrieri, se disobbedirai a quanto ti ho detto, questi due uomini qui, che sono i più forti e coraggiosi al mio comando, che ti seguiranno ovunque andrai, hanno il mio ordine di sbudellarti sul posto...hai capito?”

Sestio la guardò con fierezza ma non disse nulla

Bene” aggiunse lei “potrai rivolgere la parola solo se qualcuno te lo consentirà, potrai tenere il tuo mantello e le tue scarpe, la tua corazza e armamento sono custoditi nella mia capanna, come trofeo di guerra, avrai un pasto al giorno.....per ora è tutto”

Yorga si voltò e tornò da dove era venuta, prima di andare disse qualcosa ai suoi uomini e subito dopo, uno dei suoi carcerieri tagliò le corde che lo tenevano serrato intorno al palo e senza troppi complimenti lo spinse con forza e disse in un latino incerto e gutturale “Andiamo, cane romano, seguimi e niente scherzi, oggi hai ucciso in duello mio fratello e io non vedo l'ora di poterti fare a pezzi!!”

SCHIAVO!!, non era possibile, piuttosto si sarebbe tolta la vita da solo, con le sue stesse mani, oppure doveva trovare un modo per fuggire via di li e doveva farlo al più presto.

Con il cuore affranto e con la testa che lavorava in fretta per trovare una soluzione, Sestio seguì il suo carceriere, che lo stava portando dentro la sua nuova abitazione, una capanna putrida e fatiscente.

Passarono alcuni giorni, dove il romano, cercava di ottenere più informazioni possibili su dove si trovava, gli sarebbero servite per il piano di fuga che stava tentando di organizzare, quindi cercava di capire quanti uomini in armi ci fossero, come erano organizzati, dove esattamente il villaggio era ubicato ed altre cose del genere, ma si rese conto che la cosa non era così semplice, infatti era vero che poteva girare liberamente dentro i confini dell'insediamento, ma la gente parlava pochissimo e male il latino ed inoltre, non erano molto propensi dialogare con lui e lui se non autorizzato non poteva rivolgere la parola a nessuno di loro, fatta eccezione per qualche bambino, ed inoltre c'era sempre un mastino che lo sorvegliava e lo seguiva ovunque lui andava.

Fu proprio un mattino, quando stava per uscire a farsi un altro giro ricognitivo, che lo vennero a prendere senza troppi complimenti e lo portarono al cospetto della principessa Yorga.

Nonostante anche la sua capanna era austera, sembrava una reggia in confronto del tugurio al quale lo aveva rilegato.

Lei era seduta su una panca di legno grezzo, ricoperta di pelli, alla sua sinistra c'era il suo giaciglio, imbottito e anch'esso cosparso di grandi pelli di animale, alla sua destra c'era un tavolaccio con alcuni avanzi di cibo ed alle sue spalle c'erano alcuni bauli chiusi ed in bella mostra la sua armatura, con il suo elmetto ed il suo gladio.

Lui notò anche il suo aspetto fisico, era una donna asciutta, dalla pelle molto chiara, i suoi capelli erano tendenti al rosso ed i suoi occhi, intensi e carismatici erano di un colore che ricordava il cielo grigio, non aveva più lo sguardo della prima volta che la incontrò, quando seminuda e sporca era in balia dei suoi uomini, adesso aveva una luce diversa, che mostravano tutta la sua forza e sicurezza.

Nonostante tutto, doveva ammettere che quella donna gli piaceva, in tutti i sensi e per ciò che era.

Lo costrinsero ad inginocchiarsi dinanzi a lei, nonostante lui oppose una determinata resistenza, poi lei disse qualcosa e i due grossi uomini, se ne andarono senza dir nulla, lasciandoli da soli.

I suoi occhi caddero immediatamente sul suo gladio, posto alle spalle di lei.

Yorga capì dove stava guardando e gli disse “Vuoi il tuo gladio romano?...se vuoi puoi provare a prenderlo, ma sappi che io sono già armata e so usare molto bene la mia spada, inoltre oltre la tenda ci sono i miei guerrieri....”

Bhe” disse lui “almeno potrei tentare no? Perlomeno avrei una morte onorevole invece di una vita da schiavo”

Non è per battermi che ti ho fatto chiamare, serbo altri piani su di te”

Allora cosa vuoi da me? Chi sei? E come mai che una barbara come te, parli bene la mia lingua e poi sei solo una donna e comandi dei guerrieri?, chi è il vostro vero capo?”

A quelle parole, Yorga rise divertita e disse “Sei proprio un romano tu...vuoi sapere chi sono veramente?”

Sestio la fissava ma non disse nulla.

Ero la figlia di un grande capo, un tempo a voi alleato, sono la figlia di Adalrich figlio di Ecke al comando delle truppe ausiliarie della XXII legione, ho vissuto a lungo oltre il vostro limes e per questo che parlo bene la vostra lingua, anche se non so leggerla, in quanto al mio rango, io non obbedisco a nessuno, io sono il loro capo, gli uomini mi hanno eletta loro guida dopo la morte di mio padre e dopo aver battuto ed ucciso al duello un usurpatore che pretendeva il comando.”

Ma non vuoi conoscere il vero motivo per cui sei ancora vivo, o perché ancora non sei uno schivo? È per questo che ti ho fatto chiamare qui al mio cospetto”

Continua” disse Sestio.

I nostro sacerdote ha letto nelle sacre ossa e mi ha detto che dovrò unirmi ad uno straniero, ad un nemico valoroso per poter avere una discendenza forte, che abbia la forza del mio popolo e quella dei nostri nemici, affinché diventi invincibile, lui raggiungerà terre lontane, ai confini del mondo”

Tu vorresti avere un figlio con me?!”

Disse incredulo Sestio “E poi? Cosa faresti, mi lasceresti andare? No, non credo proprio, mi terresti come un tuo cagnolino....io sono un soldato di Roma, di antiche e nobili origini, io non prendo ordini da te ne da nessun altro in queste terre selvagge, io non sarò mai la tua puttana!!”

Ti lascio qualche giorno per riflettere soldato, ma sappi che questo è il volere dei miei dei, e questo sarà il tuo destino altrimenti sarai un prigioniero qualunque e in tal caso, la tua condizione cambierebbe notevolmente rispetto a quella attuale, pensaci bene prima di decidere......o al mio fianco o il nulla. Alla prossima luna io sarò pronta per concepire un figlio...adesso va via, ci rivedremo quando sarà il momento e tu mi dirai cosa hai deciso di fare della tua vita”

Detto ciò, chiamò i due uomini che avevano scortato Sestio fin lì, i quali in maniera brusca lo strattonarono verso l'uscita della tenda, sotto lo sguardo di Yorga, che fissava in maniera severa il suo prigioniero.

Sestio passò la notte agitato, era combattuto, in realtà Yorga era una donna molto affascinante, bellissima e carismatica, al contrario della maggio parte delle donne romane, spesso frivole e viziate, si sentiva attratto da lei, nonostante la sua condizione di prigioniero, ma il suo orgoglio gli imponeva un comportamento ben diverso dalle sue emozioni. Si domandò se mesi prima l'avesse salvata proprio perché provò attrazione fin dal primo momento che la incontrò o forse perché questo era il volere degli dei.

Era frustrato ed in collera con se stesso, doveva trovare una soluzione onorevole, ma che gli avesse anche consentito di cedere a quelle insolite richieste.

Passarono alcuni giorni più o meno tranquilli al villaggio, Sestio cercava di capire il significato di quella lingua barbara, pensando che gli sarebbe potuto tornare utile, più che altro capire di nascosto ciò che la gente diceva di lui, ma non potendo parlare con nessuno, imparò poche semplici parole, tipo acqua, pioggia, fuoco, cibo e poche altre.

Poi con la luna nuova arrivò il periodo fertile di Yorga, e la sera, dopo il suo semplice pasto, fatto di carne arrostita di cinghiale, fu condotto da lei.

La trovò nuda sul suo giaciglio e l'unica cosa che gli disse fu “Allora? Cosa hai deciso della tua vita romano, ti unirai a me?”

Lui rispose con un gesto della testa e disse “Non mi lasci altra scelta, come noi romani non ne lasciamo ai nostri schiavi”

Lei sorrise compiaciuta e disse “Allora vieni qui e fai il tuo dovere”

Si unirono una sola volta, velocemente, Sestio non stava con una donna ormai da parecchio tempo ed il profumo della sua pelle, il candore dei suoi seni e la morbidezza dei suoi capelli, contribuirono a far finire rapidamente l'amplesso.

Subito dopo, lei si alzò dal letto, si coprì con una pelliccia e fece riaccompagnare Sestio nella sua capanna, senza altro aggiungere.

Sestio restò un po deluso dall'atteggiamento di Yorga, ma poi si disse fra se che in fondo lei era una barbara e usava lui solo per uno scopo e null'altro.

La seconda sera, lo fece chiamare prima e lo invitò a cenare con lei.

Il cibo era più raffinato, la carne era di taglio migliore e appena cotta, poi c'era del decente idromiele, del formaggio e alcune misteriose verdure cotte, dall'insolito ma piacevole sapore.

L'atteggiamento della donna stavolta era più cordiale e meno distaccato e le coppe furono riempite parecchie volte, fino a che bacco incominciò a prendere allegramente il controllo delle loro menti.

Lei gli chiese se la cena era stata di suo gradimento e lui disse che finalmente gli era sembrato di tornare a mangiare come un soldato, perché che i ricchi romani, mangiavano pietanze ben più pregiate e raffinate, con la speranza di provocarla o di farla sentire comunque inferiore, ma lei non gli dette peso a quelle parole e poi disse “Ieri notte anche se per poco tempo, sei stato vigoroso....oggi riuscirai a fare di meglio?”

Lo disse con aria maliziosa, mentre con una mano scendeva sul suo pube e con l'altra si slacciava la pelliccia.

Lui si sentì improvvisamente molto eccitato, come se appena adesso si ricordasse il motivo per cui si trovava li e disse “Si, stanotte farò di meglio. Solo se anche tu farai altrettanto”

Si unirono più volte, e lei lasciò intravedere che provava del piacere, si lasciarono andare un pochino di più, forse anche perché Bacco era un fedele alleato di Eros, finché poi a notte fonda, esausti si adagiarono a bere un'ultima coppa di vino prima che lei lo congedò e lo rispedì alla sua tenda.

Questa volta non si sentiva deluso, certo non era neanche soddisfatto della sua situazione, ma i suoi sentimenti stavano rapidamente cambiando, non sentiva solo attrazione fisica, ma cominciò a pensare che poteva esserci qualcosa di più, si sentiva come da ragazzo quando incontrò la giovane Flavia figlia di un ricco mercante, morta prematuramente in un naufragio durante un viaggio in Grecia con tutta la sua famiglia.

Da allora non aveva più amato e la sua vita si era concentrata nella carriera militare, fatta di sangue, avventure e ferrea disciplina.

La terza sera, lei si recò da lui, con cibo e vino, lui rimase sorpreso di quella inaspettata visita. Yorga rimase davanti all'uscio della capanna e disse “Posso entrare romano?”

Lui ancora incredulo disse “La regina sei tu, e io non potrei e ne vorrei impedirtelo” mentre con un cenno della mano gli indicava di entrare.

Come la sera precedente mangiarono e bevvero parecchio, e poi stavolta senza incertezze si avvinghiarono entrambi, ad unisono, come se avessero risposto entrambi ad un silenzioso comando, in un vortice di eros e passione.

Lui la possedeva con forza e vigore e lei ormai completamente in balia dell'estasi, cercava con le dita le sue profonde e sporgenti cicatrici, segni di antiche ferite procuratosi in lontane battaglie.

Finirono che era quasi l'alba, stavolta lei però non se ne andò via, e prima di perdersi nel mondo di Morfeo, gli domandò: “Dove hai avuto queste cicatrici soldato, chi te le ha procurate?”

Lui restò alcuni attimi in silenzio, pensieroso, con lo sguardo fisso nel vuoto e poi disse a bassa voce: “Sono le firme di altri uomini che incontrai nelle mie molte battaglie, non saprò mai i loro nomi, sodati nemici, che ormai sono soltanto polvere che vola via con il vento, ma dentro ogni ferita, io so che c'è scritto il loro nome e che resterà per sempre qui, inciso sulla mia carne.

Il mattino seguente, Yorga si alzò che il sole era già alto nel cielo, svegliò Sestio e gli disse “Rivestiti e vieni fuori con me”

Fuori della capanna cerano impassibili i due mastini che lo seguivano ovunque, lei gli disse qualcosa nella sua lingua e subito dopo loro andarono via frettolosamente, lasciandoli soli e lei disse guardandolo negli occhi “Seguimi”

Lui la seguì senza fare domande e lei lo condusse in una specie di spiazzo, che a Sestio gli diete l'impressione di essere un piccolo e modesto foro, come quelli che c'erano in tutti i centri urbani dell'impero, ma con dimensioni e sontuosità ben più umili di questi.

Alcune persone si stavano radunando in mezzo a loro in silenzio.

Quando ce ne furono abbastanza, Yorga parlò nella sua lingua a voce alta, affinché tutti potessero sentirla “Guerrieri e gente libera del mio popolo, come era stato predetto dal sacerdote delle ossa, io mi sono unita a quest'uomo romano per poter creare una stirpe forte e degna, per tre notti il suo seme è entrato dentro di me, quindi a partire da questo momento, il romano non è più un nostro nemico, non è più un mio prigioniero, ma sarà il mio uomo, e quindi un vostro pari....se qualcuno ha da ridire qualcosa, che tiri la sua lancia al mio cospetto, ed io accetterò la sfida con orgoglio....... “ Attese quasi un minuto per vedere se qualcuno lanciasse la sfida o avesse qualcosa da obbiettare e poi aggiunse “ …...Se gli dei lo vorranno, presto avrò un figlio e sono sicura che sarà maschio, sono sicura che sarà un impavido guerriero e che condurrà la sua gente, fino ai confini del mondo. Questo è tutto, ed ora andate”

Tutti tacquero e mormorando incominciarono poco a poco ad andarsene via, per riprendere le loro faccende della giornata, poi lui gli chiese “Che cosa gli hai detto? Perché c'era tutto il villaggio? Perché adesso se ne vanno tutti via?”

Gli ho detto che adesso tu sei il mio uomo, che sei libero e che non sei più una minaccia per noi....e non stanno andando via tutti, adesso c'è il consiglio dei i guerrieri e tu ancora non puoi partecipare, quindi vai, ci vediamo alla mia capanna, da oggi tu abiterai li con me”

Sestio se ne andò via profondamente contrariato, si sentiva trattato come un oggetto, altro che uomo libero, eppure era contento delle parole che lei aveva detto alla sua gente di lui, poi pensò che se era libero, allora poteva anche andarsene e tornare alla sua vita, dentro il limes, dentro la civiltà, ma forse non era più quello che voleva, o forse si....

Con situazioni ed emozioni che variavano di giorno in giorno nel suo animo, passarono circa due mesi, senza che Sestio sapesse prendere una decisione. Ormai era stato accettato dai barbari ed anche il suo aspetto incominciava ad essere simile agli altri, con barba e lunghi capelli.

Un mattino all'alba Sestio e Yorga furono svegliati da grida ed imprecazioni, poi un guerriero, entrò senza troppi complimenti dentro la loro capanna e disse che i romani avevano incendiato delle fattorie nelle vicinanze e che ora una lunga colonna di legionari si stava dirigendo verso il loro villaggio.

Sestio si sentì come travolto da un elefante in carica e sobbalzò dal suo giaciglio senza neanche sapere cosa doveva fare, anche perché ormai non sapeva più chi fosse.

Chi erano i romani? La sua gente? O nemici micidiali che presto avrebbero distrutto ogni cosa di quel posto?

Poi reagì d'istinto, si vestì e disse al guerriero di portarlo a vedere con i suoi occhi ciò che stava realmente succedendo, lui non si mosse finché Yorga con un cenno del capo gli disse di poter andare.

Fu condotto su una modesta altura, che si trovava poco fuori dal villaggio, abbastanza alta da potergli far vedere con chiarezza la situazione.

Una lunga colonna di soldati, forse un'intera legione stavano avanzando verso di loro, sui lati reparti di cavalleria ausiliaria rastrellavano le campagne ed i boschi limitrofi per proteggere l'avanzata e uccidere chiunque avessero incontrato. All'orizzonte, dense colonne di fumo nero, non lasciava dubbi su cosa fosse accaduto ben presto anche li da loro, poi vide lo stendardo della legione comandata a tale azione, era lo stendardo della XXII legione, la sua legione!!

Pensò di farsi avanti e di parlare ai suoi uomini, facendo pesare la sua stima ed autorità che aveva nel suo comando e di fermare quella imminente ed inutile carneficina, ma poi si rese conto, che la legione lo sapeva morto, e se fosse apparso li, con le sembianze di un barbaro nemico, lo avrebbero ucciso all'istante oppure catturato e poi, accertata la sua identità, crocefisso come un qualunque disertore, ormai lui era morto con onore e capì che tale lui doveva restare per i suoi soldati.

Scesero di corsa giù dalla collina e andarono da Yorga, la quale aveva già riunito i guerrieri più valorosi per decidere una strategia di difesa, lui riferì dei soldati che entro un'ora al massimo ma forse anche prima, sarebbero giunti al villaggio, poi fece cenno di andarsene e Yorga gli disse “Dove credi di andare soldato? Adesso fai parte anche tu del consiglio di guerra e devi aiutarci a creare un piano di difesa per il villaggio”

Un piano di difesa?!” disse lui con voce esasperata “ Qui non ci sono piani di difesa, l'unica cosa da fare è quella di fuggire via tutti e subito!!”

Parli come un codardo, romano!” disse un guerriero imponente e dallo sguardo reso ancora più truce da una profonda cicatrice sul volto, che gli aveva fatto perdere anche l'occhio destro.

Tu credi che io sia un codardo? Io dico che se volete combattere, prima di tutto dovete vivere e oggi non vivrete, nessuno di voi vivrà, sarete uccisi tutti, mentre donne ragazzi e bambini, verranno fatti schiavi e ogni vostro bene, verrà distrutto o saccheggiato. Faranno di questo posto un deserto e poi lo chiameranno pace”

Ma noi abbiamo le palizzate intorno al villaggio e siamo molte spade valorose, io dico che possiamo respingerli, fuggire non servirebbe a nulla” disse un altro guerriero

Io non parlo a sproposito, io conosco perfettamente ciò che i romani faranno a voi, io ero uno di loro, ero un loro capo e questo, vi posso garantire che è un attacco pianificato e preparato nei dettagli, e non sarà quella stupida palizzata ne le vostre spade a fermarli, per quanto possiate essere valorosi, loro sono molto più numerosi e sono molto più equipaggiati e preparati di voi, questa è la realtà, che vi piaccia o pure no e stiamo perdendo anche fin troppo tempo a discutere cose inutili, prendete le vostre mogli, i vostri figli e ciò che potete portare via e fuggite, adesso!!”

Un altro guerriero stava per prendere la parola, quando delle donne gridando come forsennate dicevano “Arrivano!! ci sono dei cavalieri al di fuori del villaggio, hanno le frecce di fuoco....”

A quelle parole, uno dei suoi ex mastini disse, “Prendi Yorga e altri due guerrieri, proteggetela e andate via di qua, faremo fuggire via i nostri figli e le nostre donne, ma dicci come possiamo fare, se non per sconfiggerli, almeno per rallentarli, affinché gli altri possano salvarsi”

L'unica cosa che potete fare, è attaccarli nelle loro retrovie, con azioni veloci ed improvvise, la legione in questi terreni e lenta, non cercate mai lo scontro frontale, ma comunque potrete solo rallentarli un po, se andrete voi morirete tutti.”

Nessuno muore per sempre se è un giusto e un valoroso” Disse il mastino a Sestio con un ghigno nel suo volto “Il tuo compito oggi è quello di proteggere Yorga, il nostro è quello di morire e adesso vai romano e compi il tuo destino”

Poi disse alcune parole ai guerrieri, che dopo un forte grido, si precipitarono velocemente, senza paura verso la loro ultima battaglia

Subito dopo Yorga si diresse nella sua capanna insieme a Sestio e ai due uomini rimasti accanto a lei di scorta, per armarsi e prepararsi alla fuga.

Lei disse “Riprenditi la tua armatura, te la rendo indietro”

No, lasciala li dove si trova, in bella mostra, affinché i legionari quando la troveranno, penseranno di aver trovato le prove che confermino la mia morte, in caso contrario, se solo sospettassero che io sia un disertore, questo farebbe cadere nella vergogna il buon nome della mia famiglia, ho ancora in vita un fratello, anche lui soldato di Roma e una sorella che vive ad Aquileia. Ti prego di darmi soltanto il mio gladio e anche tu prendi il minimo necessario, dovremo viaggiare leggeri per poter essere veloci”

Yorga seguì il consiglio di Sestio e prese con se, soltanto la sua spada ed il suo arco, poi poi uscirono di fretta, dirigendosi non dalla parte opposta da cui arrivavano i legionari, ma lateralmente, evitando così tutte le persone che invece istintivamente percorrevano quella direzione che sicuramente sarebbe stata la stessa presa di mira dai veloci ausiliari a cavallo della XXII.

Si infilarono rapidamente dentro un boschetto, mentre nel villaggio già incominciavano a piovere le prime frecce incendiarie e i legionari vi entravano in massa perquisendo e depredando con avidità ogni cosa tra le capanne ormai vuote e abbandonate.

Dopo pochi minuti, lungo un sentiero pianeggiante, sentirono le grida dei profughi che scovati dagli ausiliari a cavallo, venivano attaccati, come se si trattasse di una caccia alla volpe.

I cavalieri falciavano tutti quelli rimasti indietro, poiché erano vecchi, deboli, malati o persone che tentavano invano di opporre una resistenza, dettata più dall'orgoglio che da una convinzione reale di poter fare la differenza in quel drammatico contesto.

Tanto anche da morti, avrebbero avuto un valore, infatti era stata promessa una ricompensa per ogni testa portata indietro, mentre tutti gli altri, i giovani, e le donne, sarebbero stati un ottimo bottino da vendere ai mercanti di schiavi, che durante quella campagna militare stavano facendo ottimi affari.

Intanto nelle retrovie romane, i guerrieri di Yorga attaccarono simultaneamente in più punti le linee romane, rallentandole nell'avanzata, ci furono dei corpo a corpo furiosi e pieni di sangue, con perdite pesanti da entrambi i schieramenti, ma alla fine con l'aiuto degli ausiliari a cavallo, che furono richiamati dalle postazioni più avanzate, i romani ebbero la meglio, presto tutti i guerrieri Alamanni trovarono una morte onorevole in battaglia, infatti nessuno di loro si arrese, poi gli furono mozzate le teste per riscuotere la ricompensa promessa dai tributi romani.

Ben presto tornò la tranquillità, rimanevano nei prati e nei boschi solo cadaveri anonimi, senza testa ed il villaggio ridotto a braci ardenti e macerie, presto i corvi e altri animali selvatici avrebbero fatto pulizia delle carni, lasciando nell'erba e tra gli alberi distese disordinate di bianche ossa fino a che la natura non avrebbe ricoperto nuovamente tutto con il suo manto verde ogni segno di ciò che era stato e di ciò che era accaduto in quel giorno di sangue.

Intanto la legione continuò la sua azione di pulizia, entrando in profondità nei territori nemici, distruggendo come da copione tutto ciò che incontrava lungo il suo cammino, seminando altre morti e devastanti tragedie.

Un paio di giorni dopo la fuga Yorga, Sestio e i due guerrieri di scorta, furono sorpresi da un piccolo drappello di sei cavalieri ausiliari, in perlustrazione lungo il fiume che loro stavano seguendo per non perdersi nelle fitte foreste della zona.

Arrivarono in silenzio, ma un cavallo spezzo dei rami secchi e mise in allarme i quattro fuggiaschi.

I due guerrieri senza esitare, presero subito l'iniziativa affrontando con ferocia quattro dei sei cavalieri, furono abbattuti, ma prima però riuscirono ad eliminare due nemici e a ferirne gravemente uno.

Sestio disarcionò da cavallo uno di loro ed ebbe poi facilmente la meglio sul soldato nemico, mentre Yorga riuscì a mettere a segno una freccia nel petto di un altro, poi fu attaccata dall'ultimo superstite del drappello e fu costretta ad usare la sua spada per difendersi.

Durante il combattimento, Yorga inciampò, mentre retrocedeva dalla furia del suo assalitore, su una pietra e cadde all'indietro e proprio mentre l'ausiliario romano stava per dare il colpo di grazia alla barbara, la spada di Sestio, si incrociò con la sua. Le lame rimasero alcuni istanti ferme, come in equilibrio tra di loro, ma poi scivolarono una contro l'altra ferendo Sestio alla spalla destra, questo però fece scoprire troppo l'ausiliario, giusto per il tempo di falciarlo all'altezza dell'addome con un veloce e forte fendente di gladio, che gli aprì il ventre in due.

Non ebbe neanche la forza di gridare e le sue viscere caddero a terra prima del suo corpo, che abbandonò la vita in una lenta ed atroce agonia.

Passarono alcuni mesi, Sestio e Yorga erano rientrati nel limes più a sud, percorrendo verso meridione tutta la Dalmazia, fino a raggiungere, la Grecia, poi attraversarono il Bosforo, passarono la Turchia e poi infine giunsero in Siria.

Arrivarono vicino ai confini con il regno dei Parti, su un esteso altopiano, che dominava un immenso e brullo pianoro, così grande da superare l'orizzonte, mentre uno stormo di grandi uccelli, volava alto nel cielo, pigramente verso est.

E adesso che facciamo?” Disse Yorga ammirando quell'immensità sconosciuta e misteriosa, lei non avrebbe immaginato mai e poi mai che il mondo fosse stato così sconfinato e così diverso da quello da cui proveniva.

Seguiamo quelli uccelli li” disse Sestio “Ho sentito dire che oltre il regno dei Parti, esiste un impero grande quanto quello di Roma, dove ci sono dei guerrieri straordinari, con occhi piccoli e strane acconciature nei capelli..... tu te la senti di andare?” Il ventre di Yorga ormai era gonfio ma lei rispose “Si, devo e voglio andare, soltanto laggiù si avvererà la profezia del sacerdote delle ossa, soltanto li nostro figlio potrà compiere il suo destino...... Ma come faremo a seguire quelli uccelli? Sono troppo veloci e sono già lontani per i nostri cavalli!”

Sestio trattenne una risata, pensando quanto a volte lei fosse così semplice ed ingenua “Non servirà seguire gli uccelli, noi ogni mattina, quando ci sveglieremo, seguiremo il sole che sorge, è li che si trova questa magnifica terra”

Bene” disse lei “Allora andiamo a scoprire questi straordinari guerrieri che mi hai appena citato”. Poi spronò il cavallo al galoppo, Yorga voleva abbandonare per sempre il mondo da dove veniva, fatto di miseria, di sangue, di umiliazioni e disperazione.

Sestio la guardò con ammirazione, correre come una leggendaria amazzone al galoppo verso una carica ad un nemico invisibile, poi spronò al galoppo anche il suo cavallo e la seguì in quella nuova vita che li attendeva fatta di nuove avventure e scoperte, galopparono a lungo, fin giù nella pianura, seguendo il sole basso del mattino, lontano dai loro reciprochi ed incompatibili mondi, fin dove il loro destino li avrebbe voluti condurre.

05 . Sorrow - The Lyndhurst Orchestra

Giovanni Pinsone
Giovanni Pinsone

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