Sfidando la Malasorte

di Vito Tripi

La recensione di un libro è rivolta ai potenziali lettori e quindi la sua funzione deve essere quella di aiutarli a decidere se leggere un libro o no, fornendogli indicazioni sul suo contenuto e sulla sua qualità

Ci sono libri che è un pia­cere sco­prire ed il bello della let­tura è pro­prio que­sto tro­vare autori, scritti, e per­ché no, amici in maniera quanto mai casuale; è il caso di Vin­cenzo G. Costanzo, già nostro ospite in que­sto blog con una sua inte­res­sante testi­mo­nianza fami­liare (http://​www​.word​shel​ter​.it/​a​m​o​r​e​-​d​e​l​la/), e il suo inte­res­san­tis­simo libro Mala­sorte edito A&B Editrice.

Un romanzo dalle molte anime, poi­ché uni­sce la com­po­nente sto­rica, a quella veri­sta, pas­sando per l’intimismo fami­li­sta e l’indagine demo­lo­gica. Sem­bra troppo? Non è que­sto il caso. La sto­ria si svolge a Mineo nel 1615. Ivi i cit­ta­dini sono ves­sati dalle con­ti­nue anghe­rie di un feu­da­ta­rio, Anto­nio Reque­sens Conte di Buscemi, che con­tra­sta con ogni mezzo alcuni diritti che essi hanno per seco­lare pri­vi­le­gio su un suo feudo. Ma i soprusi di que­sto novello Don Rodrigo ven­gono sfi­dati dal popolo che met­tendo a ferro e fuoco il suo castello e lo trae pri­gio­niero. I fatti nar­rati non sono di fan­ta­sia ma sto­ria sici­liana in cui i suoi per­so­naggi reali incon­trano tanti altri per­so­naggi, creati dalla fan­ta­sia dell’autore.

Uomini e donne le cui esi­stenze pri­vate che si inne­stano nel destino della Città: Nicola, un mene­nino, e Mad­da­lena, nipote del Conte, legati da un amore impos­si­bile; altro amore senza spe­ranza quello di Venan­zio per Leo­nora, desti­nato ad un tra­gico epi­logo; Jana e il gelo­sis­simo Gia­co­mino; e tante altre realtà con momenti tri­sti e lieti, comici e dram­ma­tici. Lo spac­cato di una Sici­lia forse nean­che troppo lon­tana nel tempo. Ma c’è un altro par­ti­co­lare che rende ama­bile que­sto libro: lo stile. Sì ci tro­viamo din­nanzi ad un dolce stil novo, nel senso che qui abbiamo dei toni pacati, ricer­cati, for­biti ma mai ampol­losi, un’educazione sti­li­stica che oggi manca nei nostri libri, sem­pre più som­mersi da vol­ga­rità di bassa lega. Un modo di scri­vere com­pleto in un con­te­sto in cui la dif­fe­renza tra scrit­tore e scri­vente, ahi­noi, si va sem­pre più assottigliando.

Ma prima di lasciare la parola al nostro autore due parole su di lui: Vin­cenzo Giu­seppe Costanzo, nato ad Aci­reale nel 1943, è cri­tico d’arte, scrit­tore, pit­tore, scul­tore e ope­ra­tore cul­tu­rale. Ha già pub­bli­cato: Varia­zioni cre­pu­sco­lari, Pro­fili e ombre Antico amore.

Caro Costanzo Lei si defi­ni­sce uno scrit­tore veri­sta o neo-​verista?

Dando al ter­mine un signi­fi­cato ben diverso da “neo­rea­li­smo”, che, come espres­sione let­te­ra­ria del dopo­guerra ha, se non la forma, cer­ta­mente moti­va­zioni diverse da quelle che hanno carat­te­riz­zato il ben noto “veri­smo”, con­cet­tual­mente e for­mal­mente sento di potermi defi­nire “neo-​verista”, pro­prio nel senso del rispetto di quei canoni det­tati dalla let­te­ra­tura ver­ghiana e, più ancora, capua­niana. Que­sto almeno per quanto riguarda il romanzo “Mala­sorte” che, vuoi per stile vuoi per trat­ta­zione, è comun­que diverso dal pre­ce­dente romanzo “Antico amore”.

La nostra Sici­lia spesso e volen­tieri nei libri è ricor­data solo in maniera poli­zie­sca o noir, lei con il suo libro vuol dimo­strare che essa ha uno spes­sore cul­tu­rale molto più ampio pari a quello di un continente.

One­sta­mente sarebbe per me troppo pre­ten­dere di dimo­strare qual­cosa, e La rin­gra­zio per avermi voluto dare que­sto merito. Per non andare troppo lon­tano, ovvero ai nostri grandi quali il Verga, il Capuana che ho citato prima, il De Roberto ed altri, sulla loro orma lo Scia­scia ha con­ti­nuato a man­te­nere la let­te­ra­tura iso­lana su quello spes­sore cul­tu­rale che, per altro, ha sem­pre avuto nell’ambito e nei con­fronti di tutta la let­te­ra­tura nazio­nale. D’altronde, biso­gna anche tener pre­sente che nulla abbiamo da dimo­strare, per quanto riguarda lo spes­sore cul­tu­rale, alla let­te­ra­tura del con­ti­nente, né per la pro­du­zione moderna né tanto meno per il pas­sato. Per­so­nal­mente ritengo che, indi­pen­den­te­mente da fat­tori con­nessi alle tra­di­zioni e dalle forme espres­sive che sono carat­te­ri­sti­che di una regione, non si pos­sono creare dif­fe­ren­zia­zioni tra cul­tura con­ti­nen­tale e cul­tura iso­lana; esi­ste oggi come è sem­pre esi­stita, una cul­tura ita­liana tant’è che le diverse cor­renti let­te­ra­rie nel tempo, hanno avuto esti­ma­tori e cul­tori in ogni angolo del Paese; ad esem­pio, per rima­nere nel campo veri­sta, tale cor­rente, se pur pro­pu­gnata da autori sici­liani, anno­vera anche scrit­tori “con­ti­nen­tali” e vedi Matilde Serao, Gra­zia Deledda, Renato Fucini, solo per citarne qualcuno.

Com’è nata Mala­sorte a par­tire da que­sto titolo quanto mai particolare?

L’idea del romanzo, che covavo da tempo, mi è nata dal ricordo del rac­conto che mi faceva mio nonno della vicenda pret­ta­mente sto­rica. Come lei sa, il romanzo è ambien­tato a Mineo, città di ori­gine dalla mia fami­glia, dove nel 1615 ebbe luogo l’episodio cui mi rife­ri­sco e che fa parte della sto­ria di quella città. I fatti di per sé sono già appas­sio­nanti, ma io sfrutto tutta la sto­ria, che come tale rispetto nei par­ti­co­lari, per rica­marci attorno tante altre pic­cole o grandi sto­rie di mia inven­zione, rife­rite a per­so­naggi anch’essi di mia inven­zione. Per quanto riguarda il titolo, esso fa rife­ri­mento ai sopran­nome che viene dato dalla gente del luogo alla pro­ta­go­ni­sta prin­ci­pale del romanzo, e in sé lascia anche inten­dere la tra­gi­cità di que­sto personaggio.

Quanto c’è di cro­naca fami­liare e di fan­ta­sia in que­sto libro oltre alla parte pret­ta­mente storica?

C’è, sì, inse­rita qua e là qual­che ricor­dino fami­liare, qual­che epi­so­dietto vis­suto real­mente da qual­cuno dei miei ante­nati, come anche ho voluto dare a qual­che per­so­nag­gio il carat­tere, per esem­pio, di mio padre o di mio nonno. Ma cer­ta­mente, esclu­dendo, come sopra ho detto e come lei rileva, la realtà sto­rica che vede la città di Mineo sol­le­varsi con­tro gli abusi del conte di Buscemi, il romanzo è pura fantasia.

In un certo senso alcuni dei per­so­naggi del libro, come la Zita, per­man­gono tut­tora nella realtà iso­lana dimo­stran­dosi non solo figure di fan­ta­sia e stereotipi?

Costumi e carat­teri non mutano, soprat­tutto in pic­coli cen­tri, sia dell’isola che di qua­lun­que altro luogo. Per­so­naggi come la “Zita”, un po’ sogna­tori e nello stesso tempo con i piedi ben saldi sulla terra, roman­tici oggi e pro­saici domani, ne tro­viamo dap­per­tutto e sono real­mente ste­reo­tipi. Il mondo è inte­res­sante per la varietà infi­nita dei carat­teri e c’è da auspi­carsi che non si debba mai diven­tare degli automi privi di sen­si­bi­lità; sarebbe la fine di ogni forma di arte, anzi sarebbe la fine dell’umanesimo inteso come espres­sione delle sin­gole e diverse per­so­na­lità e individualità. vgcostanzo Sfidando la Malasorte

TITOLO: Mala­sorte

AUTORE: V. G. Costanzo

EDITORE: A&B Editrice

PREZZO: € 19,00

PAG: 300

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