Sembrava diversa e distante.
Ancora tra voi quella strana sensazione di lontananza e di gelo, dopo un viaggio da sconosciuti quasi senza toccarvi.
Intorno un’atmosfera vuota e rilassata, senza la convulsione che pensavate di trovare in una grande città.
Un taxi vi porta all’albergo, ora il traffico è più caotico ma resta sospeso in un clima svagato e spento. Il taxista è un burbero simpatico con l’espressione truce, sembra uscito da una pellicola di Scorsese e un po’ ti senti avvolto in un’atmosfera da film americano. Chiedi il permesso di fumare e lui risponde con un cenno, fa scendere il finestrino posteriore e mentre racconta storielle di sesso al limite della decenza tira fuori una sigaretta e ti fa compagnia.
Arrivate all’albergo che in realtà è una pensione da poco, atmosfera fine ottocento, statue di gesso e macramè bianchi ovunque, persino sulla tavoletta del cesso.
Stanza 209, numero anonimo e difficile da ricordare. Dovrebbe essere una vacanza rilassante di svago piacevole, una pseudo luna di miele per due amanti, invece sembrate essere una coppia invecchiata di colpo che ha diviso troppi inverni, due ruderi stantii senza più ambizioni e voglia.
«Bello qui. Ti piace?»
Lo dici con poca convinzione mentre lei si guarda intorno annoiata grattandosi la testa.
«Insomma…Nella foto in internet sembrava meglio.»
«Mai fidarsi del web. Io l’ho sempre detto.»
Ti accarezza una guancia con due dita gelate.
«Mi faccio una doccia. Sono a pezzi.»
Si spoglia con noncuranza e mentre la osservi ti siedi su una vecchia poltrona vicino alla finestra.
Toglie le scarpe da tennis e sfila a fatica un paio di jeans attillati. La pelle è abbronzata e ha il colore naturale del malto. Lascia i vestiti sul pavimento, ammucchiati come stracci sopra le scarpe, si guarda allo specchio e solleva i capelli, diventano una fontana bionda che zampilla sulla testa e intanto fa un giro su sé stessa come una ballerina. È bellissima, sì. Incontrovertibilmente stupenda.
Impossibile negarlo, sarebbe come non vedere la bellezza di un dipinto di Monet, non udire la perfezione di una sinfonia di Mahler.
Un tempo che sembra lontanissimo eravate felici, senza scrupoli e senza problemi, ma ora? Ora vi manca qualcosa. Il suo miele non colma più il tuo vaso, tu non sei più la soluzione al rebus intricato della sua anima ed anche questo è tristemente incontrovertibile.
Lei sembra percepire ciò che stai pensando, riesce ancora a leggere quello che provi attraverso i mutamenti d’ombra dei tuoi occhi. Si avvicina senza dire nulla e ti stringe, è un abbraccio di artefatta complicità, quasi una menzogna d’attrice consumata. Posi le mani sui suoi fianchi magri con la stessa devozione di un figlio svogliato. Lei se ne accorge e avvicina le labbra al tuo orecchio.
«Dammi tutto di te, non trattenere nulla dai tuoi sogni.»
La voce è solcata da una sottile venatura di paura. Paura della stridente solitudine di due amanti ormai fuori stagione, paura di percepire una fine già da tempo annunciata.
Prendi le sue mani e le stringi forte.
«Hai già tutto di me. Cosa vuoi di più?»
Ti guarda e ha una goccia di china che si stende nel fondo degli occhi rendendoli opachi. Ha l’espressione di chi vorrebbe chiedere qualcosa ma non trova il coraggio necessario per farlo e nasconde l’urgenza della domanda dietro a un vetro più scuro.
Restate così, abbracciati e senza parlare.
Osservi una mosca nera che si è posata sull’esterno del vetro. Sembra guardarvi mentre strofina le piccole zampe sulle ali e passeggia nervosa. Una passata di ali e un giro di valzer sul ghiaccio trasparente della finestra, tracciando un cerchio perfetto.
Stai pensando a quanto sia difficile la vita di una mosca, così piccola e in balia del vento e degli uccelli in cielo. Una mosca nera che accoglie senza timore le asperità della vita, mentre tu provi paura guardando due occhi che ti cercano e hanno una punta di china in fondo alla sguardo.

Guido Mazzolini
Guido Mazzolini

Nacqui a Cremona troppi anni fa, da allora respiro nebbie fitte, afa padana e pianeggianti sensazioni. Pesante e immobile da sempre, mi esprimo come posso e come so, nello stesso identico modo che mi è stato concesso da un cinico fato. Scrivo parole convinto che l’espressione sia l’unica magia donata agli esseri umani per potersi elevare e somigliare sempre più agli Dei. Non esistono punti fermi nel mio esistere, solo zattere di comprensione in balia di un oceano agitato e onde altissime che conducono, malgrado noi, verso lidi sconosciuti. Per questo credo nella parola espressa come valore supremo; ci credo perché la voglio fortemente mia, la sento scorrere nelle vene più del sangue, possiede un proprio odore inafferrabile ed evoca consapevolezze diverse, la posso toccare con mano, ingoiare e respirare ogni istante. Credo nel “linguaggio dell’inesprimibile”, nelle sensazioni e intuizioni che solo parole non convenzionalmente espresse riescono a palesare realmente. Accendo l’ennesima sigaretta, inalo fumo, dubbi e allegrie.
“Sono l’oscuro lato che nasconde
la genesi più vera di me stesso.”
I miei figli: “L’Attimo e l’Essenza”, “Diario di bordo”, “Il passo del gambero”, “Suoni”, “La ragione degli alberi”.

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5 Commenti

  1. aspettavo un racconto in effetti da te... e questo mi piace davvero molto, ben scritto complimenti Guido

  2. Un amore al capolinea suscita malinconia.
    Anche una piccola mosca allora diventa pretesto per non pensarci.
    Bel racconto Guido, mi è piaciuto.

  3. C'è una vena decadente interessante in quel che scrivi, niente male, nuovo arrivato, piacere di conoscerti.

    la parola che mi ha colpito di più senza dubbio è "incon­tro­ver­ti­bile".

    Benvenuto su Wordshelter,

    N.A.

  4. Ti colpisce duro allo stomaco: Incontrovertibilmente !!! BRAVO GUIDO

  5. La chiave che spalanca la porta ad una ventata di decadenza è indiscutibilmente il macramè bianco sulla tazza del cesso...
    🙂


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