Eravamo sdraiati sul prato con la faccia all’insù a guardar le stelle. A quel tempo credevamo che tutto fosse possibile. Anche vedere una stella cadente a fine maggio che se la vedevi valeva come dieci stelle cadenti della notte di san Lorenzo.

Eravamo noi, quegli adolescenti le cui porte si dovevano ancora aprire. A noi la scelta, una valeva l’altra perché dietro c’erano solo vittorie. E ci piaceva così tanto pensarlo che eravamo felici di vivere ancora nel limbo cullato da sogni.

A dirla tutta eravamo dei relitti della società, che non riuscivano ad incastrarsi bene negli ingranaggi di una macchina che non ci voleva o che noi non volevamo. Ancora adesso non lo so. Perdenti di un’estate esplosa troppo in fretta trovandoci tutti impreparati.

L’estate trovò noi, proprio noi che credevamo di esserci perduti. O forse ci eravamo perduti davvero.

Faceva caldo in campagna. Molto più caldo di quanto potesse fare al mare. E se pure al mare faceva caldo ci si poteva buttare in acqua. Ma in campagna non c’era il mare, nemmeno un laghetto, un torrente, uno stagnetto. E noi lì che quel caldo non ci infastidiva, anzi ci faceva sentire vivi. Perché se sudavi voleva dire che eri vivo. E allora non ci mancava il mare, non ci chiedevamo dove era lo stagno per mettere ammollo almeno i piedi.

Eravamo stati relitti, ma lì, dopo che l’estate ci aveva trovati, non lo eravamo più perché tornammo a sentire. Sentimmo che la felicità era arrivata.

Arrivò in estate e si protrasse per l’autunno e l’inverno e stava percorrendo la primavera per ricongiungersi là dove tutto cominciò. E noi eravamo distesi sul prato a guardar le stelle. Ed eravamo felici.

Insieme eravamo felici.

Ci dicevamo che saremmo rimasti per sempre amici. Anche dopo. Quando si diventava grandi. Ce lo eravamo promesso tante volte. Anche quella sera a guardar le stelle sdraiati su quel prato pieno di margherite. Ce lo dicemmo anche mentre guardavamo la grande faccia della luna piena. Ce lo dicemmo con le mani poggiate sul tronco del nostro albero.

A quei tempi non occorreva fare per essere felici. A quel tempo eravamo felici perché eravamo, perché stavamo, perché vivevamo. Ci inventavamo storie e in molte di quelle abbiamo salvato il mondo da catastrofi e stragi. Se non fosse stato per noi la fine del mondo sarebbe già arrivata.

Dormivamo in una stanza, tutti insieme. Mettevamo materassi a terra tirati giù da vecchi armadi. Li srotolavamo e la suite era pronta. Ci raccontavamo storie e giocavamo alle nostre storie come nei giochi di ruolo. E bastava l’ululato di un cane per metterci all’erta che il grande drago stava sferrando il suo attacco su Terensis, regno indiscusso della fantasia.

Adolescenti felici che si inerpicavano di notte per monti e castelli abbandonati. La luce della luna piena ad illuminare il cammino e un cane al seguito come guardiano della notte. Credevamo e vivevamo di sogni. Ci nutrivamo di sogni e i relitti che eravamo vennero lasciati a terra come vecchie pelli di serpente quell’estate afosa che ci aveva ritrovati.

Tutti per uno, uno per tutti.

Come quella sera di fine maggio quando eravamo sdraiati sul prato morbido pieno di margherite. Incastrati l’un altro così che ogni parte dei nostri corpi potesse essere un cuscino comodo per l’altro. Tutti con il naso all’insù. A guardar se veniva giù qualche stella cadente. Perché una stella cadente di fine maggio valeva di più di quelle della notte di san Lorenzo. Almeno dieci volte ne valeva. E noi ci credevamo quella notte che tutto fosse possibile. Il nostro futuro ancora doveva srotolarsi. Avevamo tante porte da aprire, almeno dieci e dietro ognuna c’era una vittoria. Un sogno.

 

 

 

 

Mariella Musitano
Mariella Musitano
io sto alla scrittura come il giocoliere sta alle clavette.

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6 Commenti

  1. A volte penso che quella è stata l'unica occasione che la vita ci ha dato davvero per non sentirci più così
    per un attimo siamo stati speciali,
    ne eravamo convinti.
    Noi un po' i goonies dei poveri, una versione ridotta dei ragazzi di super 8 o di stand by me.
    Quell'estate caldissima, ognuno aveva la sua realtà da cui fuggire
    e aveva bisogno di un mondo che non c'era almeno da inventare
    Gli unici adolescenti che conoscevo che non avevano una comitiva a scuola o sotto casa, che non facevano e non si sentivano parte di niente.
    Ritrovati insieme in quella campagna lontana da tutto per qualche strano scherzo del destino e per la prima volta ci siamo sentiti parte di qualcosa.
    Che avevamo qualcuno su cui contare sempre.
    Noi eravamo la nostra famiglia, più della famiglia stessa per molti di noi.
    E siamo diventati noi la comitiva, il gruppo inseparabile che prendeva l'autobus tutti i giorni solo per sedersi insieme su uno scalino di una madonnina sulla piazza di Montesacro.
    Ed è stato così per tanto tempo, ma non abbastanza, non sarebbe mai stato abbastanza per smettere davvero di ricordarci che forse alla fine eravamo solo dei relitti che forse si sarebbero sentiti per sempre nel posto sbagliato o nel momento sbagliato.
    Ma per un po' ci abbiamo creduto, in quegli anni ci bastavamo noi.
    Lo zaino in spalla e il pullman verso la campagna al venerdì sera, l'uva fragola di tu sai chi... e tutti quei sogni che ci portiamo ancora addosso con tutto il peso delle cose inevase.
    Gli anni del 'tranquillo siamo qui noi'...
    E forse non c'è mai stato altro che ci abbia fatto smettere davvero di sentirci soli nel mondo sbagliato.
    Ma quegli anni almeno li abbiamo avuti.
    Forse per questo siamo sopravvissuti e non ci siamo in fondo mai arresi.
    Perché chi impara a sognare non smette mai davvero, anche quando vorrebbe farlo.
    'Rivorrei indietro' anche quel desiderio espresso a quella stella cadente di fine maggio... che ne valeva dieci della notte di San Lorenzo. O forse rivorrei solo quella stella cadente, quel maggio... quell'estate caldissima che ci trovava impreparati e che forse non ci avrebbe mai trovati pronti.
    Ci eravamo persi quando ci siamo trovati e abbiamo finito per perderci di nuovo tante volte ognuno per i fatti suoi.

    mandami una scorta di fazzoletti perchè io li ho finiti

  2. ancora grazie Karen. I fazzoletti servono a me che le lacrime sono scese giù calde e anestetizzanti.

  3. Io non vi trovo poi così tanto cambiate.. Siete sempre le due piagnucolone sentimentali.. Vi volevo bene, ve ne voglio e ve ne vorrò per sempre..

    • Peppe.... che bello trovarti qui
      anche io ti voglio bene e te ne vorrò sempre 🙂


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